Manfredi Mangano ha intervistato in esclusiva per “Eurasia” Vittorio “Bobo” Craxi, politico socialista, già sottosegretario agli Affari Esteri, sui recenti eventi in Tunisia.

Manfredi Mangano: Onorevole Craxi, anzitutto grazie per aver accettato questa intervista. Veniamo subito alla prima domanda: il Presidente Ben Alì appartiene, come il suo precedessore Bourghiba, a un partito chiamato Rassemblement Democratique Constitutionnel, RCD. Qual’è la matrice ideologica di questa formazione politica ?

Vittorio Craxi: L’RCD nasce nella continuità con il vecchio Neo-destour [N.d.A: partito di matrice nazionalista e socialista artefice dell’indipendenza del Paese], il cambio di nome fu determinato non solo per segnare il passo dinnanzi ad una nuova era politica ma anche per allargare la sfera delle sue radici ai membri non provenienti dalla stagione dell’indipendenza del ’56 e non imbevuti del radicalismo marxista ed islamista che aveva fatto presa in tanta parte degli anni ’60. L’Rcd , oggi sospeso dall’Internazionale Socialista, si profilava per la sua totale adesione alla Costituzione tunisina e per un’inevitabile impronta presidenziale. La forza del governo e del Presidente hanno nel tempo via via tolto lo spazio per quella naturale dialettica che sempre aveva contraddistinto il rapporto fra il Neo-destour ed il governo tunisino. Le diverse tendenze politiche, sociali, sindacali hanno fatto posto ad una burocrazia politica sempre più rivolta al controllo dell’amministrazione pubblica, rinsecchendone la vivacità. Tuttavia penso che all’interno del partito vi siano molte risorse umane e politiche per guadagnare il terreno di una nuova sfida e scommessa politica.



L’Ammiraglio Martini, in un’intervista a Repubblica alcuni anni fa, confermò che l’ascesa al potere di Ben Alì, nel 1987, fu dovuta a un intervento del nostro Paese per scongiurare il rischio di una guerra tra la Tunisia e l’Algeria e per garantire la sicurezza del gasdotto che da Algeri passando per Tunisi porta gli idrocarburi nordafricani in Sicilia. Può confermare questa ricostruzione, magari aggiungendole qualche retroscena?

L’avvicendamento della Presidenza tunisina non fu il frutto di una spy-story ma di un pacifico e motivato passaggio di consegne fra il vecchio ed il nuovo. L’Italia era interessata ad un passaggio non traumatico , come lo sarebbe dovuta essere anche in questo recente caso, e il fatto che ciò avvenne fu salutato con positività.

Quanto al ruolo di Martini, spesso gli uomini in fin di carriera devono sempre esagerare circa i loro ruoli e responsabilità.


Come si sono evoluti nel tempo i rapporti tra la Tunisia di Ben Alì e il nostro Paese ? Il rapporto con la Francia è stato sminuito dalla nuova special relationship con Roma o è stato nel tempo recuperato ?

I rapporti con la Tunisia di Ben Ali andavano al di là del “buon vicinato” di prammatica. Una contiguità storica , geografica rendevano e rendono pressoché naturale il rapporto con il suo popolo ed i suoi governanti. L’Italia naturalmente partner privilegiato non è mai stata considerata la vecchia padrona come la Francia. Il livello dell’interscambio su diversi settori è stato importante, le fasi di criticità non sono mancate ma va detto che per la politica estera italiana il regime di ben Ali è sempre stato considerato il male minore per gli interessi nazionali ed Europei. Un linguaggio adottato da tutta l’Unione Europea.


Qual è la consistenza dei gruppi di opposizione al governo dell’ormai ex Presidente, e a quali prospettive politiche fanno riferimento? Ritiene possibile una virata in senso islamista dell’insurrezione sociale in corso?

L’opposizione politica organizzata allo stato fa leva soprattutto sul Sindacato UGTT, da tempo sotto accusa per la sua eccessiva attitudine collaboratrice con il Governo; oggi, per allontanare da sé qualsiasi sospetto, sta adottando una politica ultra-radicale che lo ha spinto a richiedere le dimissioni dei suoi membri dal Governo di unità nazionale. Naturalmente la confusione politica di questi giorni risiede anche nell’inevitabile mancanza di dimestichezza con un nuovo approccio plurale e democratico. Lo svolgimento di regolari elezioni, l’adozione di innovazioni costituzionali, il reintegro dei partiti nella società civile tunisina possono naturalmente contribuire ad uno sviluppo positivo della situazione. Sullo sfondo resta l’incognita islamica, il carattere democratico delle sue organizzazioni o l’eventuale legame con i settori più radicali del fondamentalismo religioso. D’altronde é impensabile ritenere la Tunisia una anomalia infinita nel Maghreb, chi lo ha pensato si illudeva che potesse mantenersi lontano dall’onda lunga creata dalle reazioni al 11/9 .


C’è ancora molta confusione su come si siano svolti i fatti che hanno portato alle dimissioni e all’esilio del Presidente. In partenza Ben Alì aveva cassato il suo governo, salvo poi affidare la guida del Paese al suo ex primo ministro, un tecnocrate moderato. Altri hanno parlato apertamente di pressioni dei vertici militari, fino quasi all’arresto del Presidente. Ritiene l’esilio del Presidente come risposta a una minaccia di golpe plausibile?

Sì, il ruolo dei militari è stato decisivo, un calcolo politico ed anche un atteggiamento per favorire uno sbocco pacifico alla crisi che, nel caso di permanenza formale al potere del Presidente, sarebbe divampata con rischi somali.


Altrettanto confuso è stato il comportamento della comunità internazionale. Si è parlato di un asilo politico concesso dalla Francia e subito negato, per essere ora a quanto pare concesso dai Sauditi, ma anche di MIG libici che avrebbero scortato il Presidente fuori del suo Paese, di un possibile esilio a Malta. E poi ci sono le ferme reazioni di USA e Gran Bretagna, nonostante la Tunisia sia stata un paese fermamente filo-occidentale. Come interpreta questo atteggiamento a metà tra prudenza e condanna da parte di paesi comunque in buone relazioni con Tunisi ?

Dire che la diplomazia internazionale sia stata presa in contropiede è dire poco. Ma chi da tempo auspicava il passaggio dall’autocrazia ad un sistema democratico ne era probabilmente a conoscenza. L’Unione Europea, alle prese con le sue crisi economiche interne, ha voltato la faccia dall’altra parte, sperando in una ricomposizione momentanea della crisi. La verità è che l’intera fascia mediterranea nordafricana è attraversata da incertezze, nel momento meno favorevole sul piano economico: da qui nascono legittime preoccupazioni per l’avvenire.


La rivolta, innescata dall’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e dal drammatico suicidio di uno studente universitario, ha rapidamente raggiunto i temi politici, e si è scontrata con una dura repressione del Governo. Come la giudica? In particolare, ritiene sia stata una reazione eccessiva? E’ stata in linea con le precedenti politiche del regime rispetto all’opposizione o c’è stato un sovrappiù di durezza?

Gli eventi successivi al suicidio di Sidi Bouzid hanno preso una piega rapida e violenta. Nel Sud del paese da tempo si registravano moti di piazza a causa della chiusura di alcune fabbriche, nel paese ogni manifestazione sportiva era l’occasione per provocare scontri, incidenti, morti. C’era una gioventù esasperata per la mancanza di lavoro e di libertà. Chi aveva interesse al caos ha incominciato a sparare nel mucchio, una polizia non addestrata e non equipaggiata per l’ordine pubblico ha mostrato il volto più brutale. Questo è stato esiziale per il Presidente, che ne ha pagato in prima persona le conseguenze. Diversamente ci sarebbe stata una guerra non civile, ma fra le diverse armi della sicurezza e dell’esercito.


Sotto accusa per il crollo del regime c’è anche la rete clientelare che i parenti del Presidente, in particolare la famiglia della seconda moglie, avrebbero col tempo creato in un Paese che viene spesso considerato molto corrotto. La ritiene una accusa fondata?

Ho ragioni di ritenere che negli ultimi dieci anni in particolare una dimensione clanica avesse sostituito quella politica, con un portato di soprusi ed abusi, che non sono mancati. Al di là delle dimensioni di questo fenomeno, questo esprime con chiarezza quanto sostenuto in precedenza, e cioè che il passaggio di consegne politiche era necessario. Non averlo preparato per tempo è stata l’occasione per questo epilogo drammatico.


Che giudizio esprime sui nuovi volti al governo e sul loro proposito di un governo di unità nazionale? C’è chi ritiene che siano solo il tentativo di estremo maquillage di un regime in decadenza, altri che temono una guerra civile se dovessero fallire.

Una volta in un ristorante di Sidi-Bou-said c’era un bellissimo cartello retaggio dell’influenza francese che recitava: “La buona cucina non si può realizzare in meno di mezz’ora”. Così sarà per la transizione tunisina, il vecchio regime non era costituito da uno dei partiti dell’arco costituzionale, come in Italia: il Regime era IL partito nelle sue diverse composizioni e tendenze. Era politico ma non solo: ecco perché la società tunisina dovrà fare degli sforzi per abbandonare il monopartitismo e arrivare all’integrazione delle migliori risorse ed intelligenze, nel periodo che li deve condurre verso una nuova era. Non sarà facile, ma è già avvenuto in passato.


Nei giorni scorsi, Lei ha menzionato possibili influenze esterne sugli eventi in Tunisia. Sotto i riflettori c’è anche un gruppo di opposizione con sede a Londra, Tabriz, che ha soffiato sul fuoco degli eventi, chiedendo di assaltare le sedi del governo e dell’RCD. Ritiene che gruppi come questo possano essere eterodiretti, magari dai fondamentalisti islamici?

Non c’è dubbio che un’opposizione rimasta così a lungo ai margini della vita politica e per giunta repressa abbia cercato di cavalcare gli eventi. Va detto che le opposizioni hanno un segno anche diverso ed opposto, sovente inconciliabile, ma il diritto al ritorno in patria e la volontà partecipativa alla vita pubblica hanno assunto proporzioni generalizzate senza distinzione di credo o tendenza politica.


RingraziandoLa per la sua cortesia, passo ora all’ultima domanda: nel futuro della Tunisia, quanto e cosa resterà dell’eredità del Presidente Ben Alì ?

Ventitré anni non sono un periodo breve, è l’evoluzione media di un uomo, è il tempo sufficiente e necessario per sviluppare un paese di piccole dimensioni come la Tunisia, sufficiente e congruo per restare al potere, difficile non logorarsi in un tempo così lungo. Resteranno all’inizio le cose più negative, il tempo aiuterà anche a comprendere che vi è stato uno sviluppo, un progresso ed una nuova integrazione.


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