Le scelte politiche ed economiche con cui garantire la sicurezza degli approvigionamenti gasiferi nello spazio europeo sono temi sempre più dibattuti e, del resto, non potrebbe essere altrimenti visto e considerato che esso rappresenta una delle sfide maggiori che i Paesi europei sono chiamati, fin d’ora, a fronteggiare al fine di evitare che in futuro si ripetano disagi per i cittadini ed inutili tensioni tra gli Stati.

È certo che nei prossimi decenni il gas giocherà un ruolo centrale nella salvaguardia della sicurezza energetica di uno spazio così vasto come quello europeo. Per quanto concerne l’oro blu, l’obiettivo di creare flussi energetici ininterrotti dipenderà prima di tutto dalla capacità dei policy makers europei di creare un equilibrio stabile tra gli interessi dei Paesi produttori, di transito e consumatori.

Nello specifico, ci sembra di poter dire che senza ombra di dubbio il South Stream rappresenti uno dei progetti più interessanti, e allo stesso tempo controversi, tra quelli proposti per incrementare la sicurezza energetica europea. Gli interessi in gioco, politici ed economici, sono vastissimi e non tutti facilmente ricomponibili: guardare al progetto dal punto di vista di Kiev ci permetterà di mostrare la natura profondamente geopolitica di un progetto così importante che non rappresenta solo un pericolo per l’Ucraina ma anche una possibilità.


Gli ultimi sviluppi del progetto South Stream

Le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive per il futuro del South Stream: in un’intervista rilasciata poche settimane fa al quotidiano Il Sole 24 ore, il presidente dell’Eni, Roberto Poli, ha affermato che la compagnia prenderà la decisione finale sulla partecipazione alla realizzazione del progetto solo nel caso in cui lo studio di fattibilità tecnico, commerciale, economico e finanziario commissionato alla fine del 2010 dia un esito positivo. Requisiti inderogabili, sempre secondo Poli, sono l’economicità e la finanziabilità del progetto.


È chiaro che, sebbene le relazioni tra l’italiana Eni e la russa Gazprom siano consolidate e mutualmente benefiche (e l’estensione dell’accordo strategico firmato dai rispettivi amministratori delegati lo scorso 29 dicembre ne è la conferma), tale affermazione denota una differenza negli approcci che i vertici delle due compagnie tengono verso il progetto comune: mentre i russi ostentano sicurezza ed ottimismo, al punto che l’AD di Gazprom Alexei Miller ha recentemente affermato che il gasdotto potrebbe essere messo in funzione con quattro mesi di anticipo, vale a dire nell’agosto 2015, gli italiani si mostrano più cauti, sebbene altrettanto interessati alla realizzazione del progetto.

Tralasciando tutte quelle critiche ed elogi riservati al South Stream che sono basati più su stereotipi che non su un’analisi politica ed economica razionale, sembra chiaro che Eni voglia fare chiarezza, prima di procedere, su una serie di punti quali il tracciato esatto della parte off-shore del tracciato, le fonti di approvvigionamento e le risorse per finanziare il progetto. Quest’ultimo punto è molto importante visto e considerato che Miller, parlando del programma di investimento di Gazprom per il 2011, ha affermato che esso sarà solo un po’ più grande di quello del 2010…

Se realizzato, il South Stream sarà in grado, in virtù del suo tracciato off-shore che partirà dalla città russa di Dzhubga fino alla bulgara Varna e proseguirà poi on-shore attraversando la Bulgaria e dividendosi in due tronconi che correranno uno verso nord e l’altro verso sud, di trasportare circa 63 miliardi di m2 di gas all’anno connettendo direttamente la fornitrice Federazione Russa alla consumatrice Unione Europea (evitando così di transitare sul turbolento territorio ucraino) e rafforzando la sicurezza energetica dell’Europa centro-meridionale, area che risultò essere la più colpita dall’interruzione delle forniture di gas dalla crisi russo-ucraina del gennaio 2009.

Al momento quello italo-russo (a cui dovrebbe aggiungersi presto, attraverso l’acquisizione di quote detenute da Eni, la fancese Edf) rappresenta il progetto più ambizioso nel cosiddetto ‘corridoio meridionale’. Non solo, esso è anche il più costoso: sebbene la cifra per la realizzazione del progetto non sia ancora stata stabilita con certezza si suppone che il costo totale si aggirerà tra i 15 ed i 25 miliardi di euro (laddove il progetto Nabucco, a fronte di una capacità di trasporto annuo pari alla metà del South Stream, dovrebbe costare circa 8 miliardi di euro). Sembra comprensibile che Eni, a fronte di costi stimati di realizzazione così elevati, si riservi il diritto di decidere se impegnarsi in un progetto così importante ed impegnativo solo dopo che uno studio di fattibilità serio sarà in grado di dissipare i dubbi legittimi che pesano sulla realizzazione del medesimo. Chiaramente, nel caso in cui Eni dovesse ricevere un responso positivo e decidesse di impegnarsi nel progetto, la partnership con Gazprom ne uscirebbe ancor più rafforzata influendo in modo positivo sui rapporti italo-russi.

Il punto di vista ucraino: uno sguardo critico

I tentativi condotti da più parti di interpretare gli avvenimenti politici utilizzando semplici schemi dicotomici e inutili automatismi sono sempre destinati al fallimento. Ciò è ancor più vero quando si decide di analizzare un’area complessa ed instabile come quella post-sovietica europea. Come molti di noi ricorderanno, in un numero elevato di analisi apparse in seguito alla vittoria alle elezioni presidenziali di Viktor Yanukovich veniva presentato come l’uomo che avrebbe consegnato il Paese nelle mani del potente vicino ponendo fine, sotto il profilo sostanziale, alla sovranità della giovane Repubblica post-sovietica. L’impeto con cui le relazioni economiche e politiche russo-ucraine migliorarono dopo il nadir toccato durante la presidenza Yuschenko parvero, almeno per un attimo, dare ragione a coloro che sostenevano la semplice equazione ‘Yanukovich = pro-russo = perdita di sovranità’. Nel corso dei mesi il quadro delle relazioni tra Kiev e Mosca si è complicato ed ha fatto piazza pulita di tutte quelle teorie basate su assunti eccessivamente semplicistici. Infatti, come molti osservatori acuti hanno fatto notare, la ‘luna di miele’ tra i due Paesi può dirsi ormai conclusa. Ciò significa che, superata la fase iniziale di euforia per il ritorno alla presidenza di un politico più aperto alle istanze di Mosca, le relazioni tra i due Paesi si sono stabilizzate e d’ora in avanti è probabile che si assisterà ad una normalizzazione dei rapporti con dei tentativi di engagement reciproci che dovranno però salvaguardare il più possibile gli interessi nazionali di entrambi.

Eccessivamente distratti dalle visioni catastofiche di un’Ucraina ormai sul punto di collassare e scomparire come soggetto geopolitico indipendente, pochi hanno in realtà notato che il Paese, sebbene ancora in modo confuso e spesso incoerente, abbia raggiunto un certo grado di consolidamento tale da permettergli di delineare una serie di interessi (che ancora mescolano pubblico e privato) che devono essere perseguiti e tutelati dal governo nazionale indipendentemente dal colore politico dei governanti e dalle resistenze degl’interlocutori stranieri, Russia in primis. Ci sembra di poter affermare che uno dei settori in cui tale tendenza è visibile sia quello del gas e delle relative infrastrutture per il trasporto e la distribuzione. La posizione ucraina verso il progetto South Stream ci premetterà di fare chiarezza.

In una serie di interviste rilasciate il 24 dicembre scorso, il presidente ucraino non ha esitato ad affermare che il South Stream altro non sia che una forma di pressione che il governo russo vuole esercitare su quello ucraino rispondendo, in modo indiretto, alle parole del presidente russo Medvedev che poche settimane prima aveva rigettato l’idea che dietro al South ed al Nord Stream ci fossero motivazioni politiche. Inoltre Yanukovich ha rinnovato la proposta di Kiev su quale sia il modo migliore per garantire la sicurezza degli approvigionamenti gasiferi nello spazio europeo (proposta su cui torneremo a breve).

Con tali parole il presidente ucraino non fa altro che ribadire la linea del suo Paese volta ad identificare nel progetto South Stream una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale del Paese: infatti la volontà russa (sostenuta da molti Paesi europei) di bypassare la turbolenta Ucraina che più di una volta ha creato problemi ed imbarazzi ad un Paese che ha fornito ininterrottamente gas all’Europa per 40 anni indipendentemente dalle recrudescenze della guerra fredda, rischia di mettere in seria difficoltà Kiev che teme la marginalizzazione nel continente europeo e potrebbe vedere dimezzata la quota di gas che attualmente transita sul proprio territorio verso i consumatori europei con conseguente perdita di denaro proveniente dalle imposte di transito (che oggi si aggirano attorno al miliardo di euro annui).

Alla luce di quanto appena detto, l’Ucraina cerca di opporsi alla realizzazione del progetto (il tentativo di Yanukovich di inserire l’Ucraina nella realizzazione del South Stream non ebbe, chiaramente, alcun esito…) mette in campo tutta una serie di misure che per comodità possono essere suddivise in due categorie: le minacce (o bastone) e le offerte (o carota).

A nostro avviso esistono due minacce degne di nota:

  1. L’Ucraina cerca di aumentare i costi di realizzazione del progetto rifiutandosi di concedere il permesso di far transitare le tubature off-shore nella propria zona economica esclusiva. In tal modo Eni e Gazprom sono obbligate a rivolgersi alla Turchia, che sebbene sia ben lieta di concedere il permesso chiede in cambio delle contropartite. Inoltre passando nella zona economica esclusiva turca aumenterà la profondità e la lunghezza del tracciato e dunque i costi;
  2. Sebbene non sia mai stata esplicitata, appare chiaro che l’Ucraina sappia di essere in una condizione migliore di quella che potrebbe apparire. Politicamente, i continui rifiuti ucraini di prendere parte alle iniziative russe volte a ricomporre il frammentato spazio post sovietico rendono i tentativi di Mosca più fragili. È molto probabile che al Cremlino siano ben consapevoli del fatto che la realizzazione del South Stream potrebbe rafforzare la tacita opposizione ucraina ad essere coinvolta. Inoltre, sotto il profilo economico, essendo il maggior consumatore di gas russo (nonché un interlocutore commerciale importante), Kiev sa bene di poter esercitare una certa pressione sul fornitore.

Sul lato opposto, vi è una grande offerta ucraina che come contropartita richiede la rinuncia al South Stream:

    A) Sebbene molti sostengano che l’unica vera contropartita per la rinuncia da parte russa alla costruzione del gasdotto sia la cessione e/o la condivisione della proprietà del gas transport system (GTS) ucraino attraverso una fusione tra Gazprom e Naftogaz (che molti vedono come una pura e semplice acquisizione della seconda da parte della prima) tale ipotesi è, almeno per il momento, esclusa dal novero delle possibilità dalla stessa classe dirigente ucraina poiché il GTS è unanimamente considerato uno dei più importanti e strategici asset del Paese. Al contrario Kiev propone l’idea di una gestione condivisa, attraverso la creazione di un consorzio tripartito UE-Ucraina-Russia, del GTS ucraino. Secondo il governo ucraino tale soluzione è molto più conveniente della costruzione del South Stream in quanto con una spesa stimata in circa 6.5 miliardi di dollari si potrebbe modernizzare il loro GTS e, volendo, decidere di ampliarlo con nuove condutture.

L’importanza di tale mix di minacce ed offerte non deve essere né esagerata né sminuita: sebbene l’Ucraina persegua l’obiettivo di impedire la realizzazione del progetto in modo abbastanza coerente e con tutti i mezzi a propria disposizione è molto probabile che nel caso in cui lo studio di fattibilità dia un esito positivo Eni e Gazprom (e forse Edf) procederanno nell’implementazione del South Stream indipendentemente dalle minacce e dalle offerte ucraine. È chiaro che il suo bastone non è abbastanza robusto nè la sua carota abbastanza succosa.

Chiaramente, quanto detto fin qui si basa sul presupposto che la realizzazione del gasdotto avrà sull’Ucraina un impatto a dir poco catastrofico. Tuttavia, a ben vedere, la questione è molto più sfumata e soprattutto molto meno tragica di quanto si potrebbe immaginare. Come abbiamo sottolineato precedentemente, la realizzazione del South Stream potrebbe privare Kiev di circa il 50% dei flussi di gas che attualmente transitano sul suo territorio per raggiungere gli acquirenti europei (ad oggi non meno di 112 miliardi di m3 all’anno fino al 2015). Ovviamente, è innegabile che tale riduzione avrà, nell’immediato, un impatto negativo ma ciò non implica, come invece molti affermano a Kiev, la concretizzazione della temutissima marginalizzazione del GTS ucraino dai circuiti energetici europei con relativo fall out negativo sulla posizione geopolitica dell’Ucraina, almeno non nel breve periodo. Al contrario, la realizzazione del South Stream e la conseguente diminuzione delle entrate ucraine derivanti dalle imposte di transito del gas potrebbe contribuire a creare quel clima di urgenza necessario a realizzare una serie di riforme volte a rendere il settore gasifero ucraino più trasparente, efficiente e competitivo permettendogli così di attrarre i capitali esteri necessari non solo alla modernizzazione ma anche alla sua espansione.

Alla luce di ciò è chiaro che la marginalizzazione del GTS ucraino, con il suo pesantissimo impatto sulla capacità ucraina di proiettare e proteggere in modo credibile i propri interessi geopolitici, o il suo rilancio attraverso riforme strutturali non dipende in modo diretto e meccanico dalla realizzazione o meno del progetto South Stream bensì dalla volontà e dalla capacità delle elite politiche ed economiche ucraine di impegnarsi in un processo di riforme tanto doloroso quanto necessario sia per il sistema economico del Paese sia per la capacità dell’Ucraina di agire come attore geopolitico regionale.

Conclusioni

Poiché indisponibile a cedere, anche solo parzialmente, la proprietà del proprio GTS, è probabile che le altre misure adottate dall’Ucraina per ostacolare ed impedire la realizzazione del South Stream falliscano a causa della loro inadeguatezza nel raggiungimento di un obiettivo così ambizioso.

Tuttavia, come abbiamo cercato di mostrare, la realizzazione del progetto italo-russo non solo potrebbe non generare automaticamente i risultati catastrofici temuti da molti ma potrebbe fungere da vero e proprio pungolo per l’implementazione di riforme troppo a lungo rimandate per paura di danneggiare gli interessi oligarchici di pochi a beneficio dell’intero sistema.

La marginalizzazione del GTS ucraino è un pericolo reale, ma se ciò dovesse concretizzarsi non sarà certo per colpa del South Stream bensì dell’incapacità politica di Kiev di riformare un sistema obsoleto al momento caratterizzato da inefficienze, sprechi, corruzione e parassitismo oligarchico. Da quanto affermato, se ne deduce che il futuro dell’Ucraina dipende dalle scelte delle sue elite politiche. Pochi, purtroppo, hanno il coraggio di ammetterlo e preferiscono affidarsi a letture più semplicistiche volte a dipingere l’Ucraina come un Paese in balia degli eventi e manovrato dall’esterno…

Articolo precedente

Marines cinesi: di meno è meglio

Articolo successivo

Presentazione libro "Sdelano v Italii" a Napoli