Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2011/07/29/opinion/021a1pol

 

Nel mezzo di una crescente turbolenza globale, la regione sudamericana si converte in uno spazio di confronto fra imperi decadenti e potenze emergenti. Protagonisti del dibattito: le numerose e crescenti risorse di idrocarburi e minerali, il potenziale idroelettrico più alto del pianeta, e le riserve di acqua e biodiversità.
A conferma di ciò tre fatti recenti.

 

– Verso la metà di luglio l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha reso noto che il Venezuela ha sorpassato l’Arabia Saudita come nazione in possesso delle più grosse riserve del pianeta. Già nel 2010 raggiunse i 296.500 milioni di barili, con una crescita del 40% rispetto al 2009, di fronte ai 264.500 milioni di barili prodotti dai sauditi, le cui riserve rimangono stagnanti. Con distanza notevole seguono Iran e Iraq. I 12 paesi dell’OPEC detengono l’81.3% delle riserve mondiali. Per questa ragione il petrolio sudamericano acquista sempre più importanza.

 

– Il 16 luglio il presidente Dilma Rousseff ha inaugurato il Programma di Sviluppo dei Sottomarini (Prosub), sostenendo che si tratta di “un momento strategico per il Brasile”, dato che con tale operazione il paese entra a far parte all’interno del “piccolo gruppo di paesi che dominano la costruzione di sottomarini, nello specifico, di quei sottomarini a propulsione nucleare”. L’atto si è concretizzato alla presenza dei membri del gabinetto, i comandanti delle forze armate, il ministro delle difesa francese e vari imprenditori dell’industria militare di entrambi i paesi.

 

La costruzione di quattro sottomarini convenzionali ed uno nucleare, realizzati con tecnologia brasiliana e francese secondo l’accordo di cooperazione militare firmato durante il governo Lula, rappresenta solo il primo passo di una sequenza di realizzazioni che prevedono il varo di sei sottomarini nucleari e 19 convenzionali entro il 2048. Il passaggio di tecnologia e la costruzione di un cantiere navale ed una base navale militare lungo la costa di Rio de Janeiro permetteranno, inoltre, la costruzione simultanea di due sottomarini che verranno consegnati, uno ogni anno e mezzo, a partire dal 2017.

 

Solamente USA, Russia, Francia, Inghilterra e Cina sono abilitati alla fabbricazione di sottomarini nucleari. Per questo la Rousseff è stata molto chiara: “Questo paese possiede un valore che va oltre la scoperta dello strato pre-sale (lo strato pre-sale, qui tradotto alla buona, senza l’uso di tecnicismi, consiste nello strato di petrolio leggero situato ad una grande profondità, solitamente sotto un altro strato, detto appunto di sale, di circa due Km di spessore; Ndt) – di petrolio – nella sua piattaforma continentale”. La Strategia Nazionale di Difesa approvata nel 2008 scelse la difesa sottomarina. Entro il 2020 il Brasile avrà raddoppiato la sua produzione attuale di petrolio, arrivando a 5.7 milioni di barili giornalieri, collocandosi così come quarto produttore mondiale e terzo esportatore, dietro solo ad Arabia Saudita e Russia.

 

Il Brasile è già in grado di utilizzare l’intero ciclo nucleare, il che rappresenta il dato più significativo che modifica le relazioni di forza all’interno della regione. “Possiamo essere orgogliosi del fatto che negli ultimi anni il Brasile ha confermato la sua capacità di tornare a produrre e dominare tecnologie che per un periodo di tempo abbiamo messo da parte”, ha affermato la Rousseff, facendo riferimento al periodo delle privatizzazioni neo liberali in cui il programma nucleare venne paralizzato.

 

Un documento ufficiale riservato, diffuso dal giornale O Estado de Sao Paulo lo scorso 10 luglio, segnala come gli obiettivi siano difendere il commercio marittimo, le riserve di metalli pesanti in corso di mappatura nella piattaforma marittima, di elevato valore per le industrie elettroniche e aeronautiche, e la difesa del petrolio situato in acque profonde, dove ogni anno sono individuati nuovi giacimenti.

 

Inoltre, il periodico informa che a 600 chilometri dalla base in cui si costruiranno i sottomarini, nel Centro Aramar (il centro tecnologico della marina brasiliana, situato nei pressi di Sao Paulo; NdT), la marina ha ultimato la costruzione della centrale di gas di uranio. Con la quale il Brasile completa la realizzazione dell’intero ciclo del combustibile nucleare nel suo territorio, dal momento che una parta del processo di arricchimento veniva fin ad allora realizzato in Canada.
A settembre la centrale comincerà a ricevere “elementi sensibili”, come nitrato di uranio e acido fluoridrico, e a partire dal 2012 la centrale comincerà la produzione di 40 tonnellate annue di uranio arricchito al 5 e al 20% in ultracentrifughe ideate da tecnici brasiliani.

 

Per il momento il Brasile conta sull’autonomia tecnologica usata per la fabbricazione dei propri reattori nucleari e per l’installazione dei sottomarini nucleari. Può inoltre contare sulla sesta riserva mondiale di uranio, contando che il 70% del territorio brasiliano ancora non è stato esaminato, compresa l’area inclusa nella tripla frontiera con Venezuela e Colombia, dove già si ha la certezza dell’esistenza di importanti giacimenti. E’ proprio grazie a questa autonomia che il Brasile può permettersi la costruzione di armi nucleari. Il che non significa che già ne è in possesso o che è in procinto di costruirle, ma che semplicemente è in condizione di farlo nel momento in cui sia considerato necessario.

 

– Il terzo dato da prendere in considerazione è la diffusione del rapporto della UNCTAD (sigla inglese che indica la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo; NdT) riguardo gli investimenti mondiali fatti nel corso del 2010. Fra i dati di maggiore interesse risulta che l’America del Sud è stata la regione del mondo in grado di registrare una crescita maggiore nell’investimento diretto all’estero (IED), con un aumento del 56% rispetto al 2009. La cifra totale è di 86.000 milioni di dollari, vicino ai 106.000 milioni incassati in territorio cinese per lo stesso scopo. Una parte considerevole di questi ingressi monetari (circa 20.000 milioni di dollari) provengono da multinazionali asiatiche, in particolar modo cinesi e indiane, che sono solite investire su petrolio e gas.

 

Il Brasile ha registrato nel 2010 più della metà di tutti gli investimenti del Sud America, collocandosi al quinto posto nella classifica IED nel mondo (precedentemente occupava la posizione numero 15), con 48.400 milioni di dollari. La banca centrale ha inoltre da poco informato che nei primi sei mesi del 2011 gli investimenti diretti all’estero in Brasile sono cresciuti di uno stratosferico 170% (Folha de Sao Paulo, 27 luglio), e si calcola che alla fine dell’anno verranno superati i 60.000 milioni di dollari.

 

Le tre situazioni appena menzionate risaltano il ruolo strategico che il Sud America sta giocando nel mondo, e in maniera più distaccata la funzione che comincia a svolgere il paese carioca. Conviene quindi sottolineare un’altra volta che si tratta di buone notizie per l’edificazione di un mondo multipolare, nonostante la crescente presenza asiatica rinforzi lo status del mondo vigente.
Come è solito accadere prima di ogni svolta storica per i “movimenti antisistemici” si aprono tempi turbolenti e afflitti da pericoli.

 

Raúl Zibechi (analista internazionale uruguayano)

 

(Traduzione di Stefano Pistore)

 

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