Storia di schiavitù e dipendenza

L’isola di Hispaniola è la più leggendaria delle isole caraibiche. Fu la prima sulla quale Cristoforo Colombo sbarcò con la Santa Maria e nel corso dell’epoca moderna  è stata lo snodo principale di tante storie che hanno visto l’arcipelago delle Antille protagonista: come ad esempio la parabola dei bucanieri che della Tortuga (isoletta a nord-ovest) avevano fatto nel XVII secolo la loro sede; o le prime rivolte degli schiavi neri deportati dall’Africa nel Nuovo Continente, che cavalcando l’onda del mito della Rivoluzione Francese si erano ribellati contro la madre patria per raggiungere l’indipendenza nel 1802 (la seconda del continente dopo quella statunitense).

La divisione statuale, come oggi la conosciamo, è avvenuta nel 1844 quando la Repubblica Dominicana si dichiarò indipendente da Haiti occupando  de facto la parte centrorientale dell’isola,  rivendicando tradizioni diverse da quelle dei vicini di lingua francese. L’occupazione spagnola dell’isola è precedente infatti a quella francese (il re di Francia ne reclamò sovranità parziale solo nel 1665) ma venne divisa per ragioni demografiche. Gli spagnoli nel XVII secolo si spostarono gradualmente a est spopolando l’estremo ovest infestato dai pirati e lasciando campo alla colonie francesi. Seppur divisi nella lingua, i due popoli sono certamente accumunati dalla totale influenza politica e militare che gli Usa iniziarono ad esercitare dal XX secolo con occupazioni dell’isola volte a pacificare sollevazioni di piazza violente e a garantire i commerci. L’imposizione di governatori amici e collaborativi da parte degli Usa diede nel corso dell’ultimo secolo, sia ad Haiti che alla Repubblica Dominicana, importanti dittatori. Ad Haiti Duvalier padre e figlio dominarono incessantemente dal 1957 al 1986. Nella Repubblica Dominicana il regime di Rafael Leónidas Trujillo durò dal 1930 al 1961. La transizione democratica ha condotto i due paesi però in direzioni differenti: la Repubblica Dominicana ha trovato una stabilità politica e quindi economica già da Joacquin Balaguer eletto nel 1966, mentre ad Haiti il processo democratico è incompiuto vista l’impossibilità di transizioni pacifiche al potere, tanto che Jean-Bertrand Aristide è stato deposto due volte con un colpo di stato tra il 1991 e il 2004. Proprio l’incertezza governativa haitiana connessa alla possibilità di destabilizzazione della regione ha portato gli Usa e l’Onu ad intervenire direttamente nel 2005. Il terribile terremoto del 2010 e l’epidemia di colera conseguente ha azzerato la pur precaria  sicurezza e stabilità che Haiti era riuscita a garantirsi con le successioni pacifiche alla guida del  governo di Renè Preval e attualmente di Michelle Martelly. Ad oggi il dramma continuo confermato dei senta tetto, degli ammalati, dagli affamati e dalla criminalità palesa l’impossibilità per il territorio haitiano di uscire dall’abbraccio di una economia – e quindi di uno stato sociale – retta da aiuti esterni che impediscono sviluppo e sostanziale indipendenza con possibili ricadute anche per il vicino dominicano.

 

 

Uno Stato fallito

Il Failed States Index (1) pone Haiti al 7° posto – subito dopo l’Afghanistan – nel novero degli stati più insicuri e instabili del globo preceduto solo da Somalia, Congo, Sudan, Sud Sudan, Ciad e Zimbabwe. Per i redattori dell’indice le problematiche destabilizzanti maggiori sono il massiccio intervento esterno (Onu e ong), la crescente pressione demografica, il deterioramento dei servizi pubblici e, infine, il declino economico unito ad una mancata legittimazione del potere sovrano. Requisiti che espongono la società ad una lunga fase di violenza acuta ormai consolidata tant’è che il Global Peace Index (2) assegna ad Haiti i punteggi più alti per il tasso di omicidi (livelli simili solo in Africa Centrale e in America Latina) e per le dimostrazioni e il crimine violento che mettono a repentaglio la pace e l’assetto istituzionale.

Che la popolazione sia poi condannata ad uno stato di miseria duraturo non è solo confermato dal Pil pro capite (nemmeno due dollari al giorno) ma anche dall’Indice di Sviluppo Umano (3) che piazza Haiti all’ultimo posto delle Americhe. Le parole del presidente Martelly sui problemi cronici del paese acclarano senza dubbi l’impossibilità per Haiti di dirsi Stato sovrano e garante delle libertà fondamentali personali e collettive: “Le emergenze sono istruzione, occupazione, ambiente, energia e stato di diritto”(4) L’ultima (stato di diritto) è comprovata dalle rilevazioni degli indici, la prima  – l’istruzione – è una piaga non indifferente visto che l’alfabetizzazione riguarda appena il 52,9% della popolazione con una relativa ricaduta sull’occupazione (circa il 40% di forza lavoro non utilizzata) che non trova l’equilibrio del suo vicino dominicano per un differente mix della composizione del Pil. Haiti soffre di una sproporzione nella offerta dei servizi (oltre il 50% del Pil) rispetto all’industria (19%) tenuto conto che l’agricoltura, che pesa sul 25% del Prodotto, è solo di sussistenza. La mancanza di lavoro e i drammatici risvolti del terremoto hanno spinto circa un milione di haitiani a passare la porosa frontiera con la Repubblica Dominicana in questi tre anni. L’assorbimento della migrazione è stato reso possibile grazie ad un maggiore sviluppo industriale del Paese legato all’efficienza dei servizi (i due settori impiegano l’85% della forza lavoro occupata) e ad una differenza disposizione demografica. Rispetto ad Haiti, caratterizzata da una urbanizzazione selvaggia che ha portato 3 dei suoi 10 milioni di abitanti a vivere a Port-au-Prince e in generale sulla costa, la Repubblica Dominicana gode di una distribuzione della popolazione più omogenea che occupa e sviluppa il retroterra (5).

 

 

La partita a tre (o a quattro)

Il problema più gravoso dell’economia haitiana è però quello energetico. È l’approvvigionamento di carburanti che le impediscono uno sviluppo autonomo della propria industria e la totale dipendenza da uno Stato in particolare, il Venezuela. Se si comparano ancora una volta le importazioni di energia tra i due Paesi, si vedrà che entrambi gli Stati di Hispaniola godono delle agevolazioni della Petrocaribe: l’alleanza petrolifera che permette agli Stati caraibici l’acquisto  – con pagamento dilazionato – di carburante ad un interesse dell’1%. Entrambi sono ovviamente importatori netti di idrocarburi; ma mentre la Repubblica Dominicana riesce a variare il suo mix energetico con il gas, Haiti produce la sua energia solo ed esclusivamente grazie al “favore” venezuelano  di 14 mila barili al giorno di petrolio già raffinato (6). Come è noto Petrocaribe è il braccio energetico dell’organizzazione regionale Alba volta a diffondere il verbo bolivariano sui Caraibi attraverso un’influenza politica supportata dal greggio. Questo piano per il momento non vede grandi risultati dal punto di vista strategico poiché nella sostanza il Venezuela “regala” petrolio ai due Stati per produrre merci e servizi che poi vengono venduti per la maggior parte agli Stati Uniti (loro principale mercato) impedendo a pieno una cooperazione economica che però il Venezuela sta implementando attraverso le  infrastrutture: ad Haiti Petrocaribe sta costruendo una centrale elettrica e una raffineria mentre sul piano alimentare sta partecipando al miglioramento della produzione di zucchero nella Valle di Artibonite.

Haiti d’altronde non può fare a meno di sussidi e agevolazioni: basta guardare ai circa due miliardi e mezzo di dollari arrivati dopo il terremoto sotto forma di donazioni da parte di altri Stati, che però gestiscono il finanziamento senza demandare alle autorità locali.

Il controllo esterno sulla ricostruzione del paese si aggiunge al “sussidio” politico che l’Onu sta prestando ad Haiti – ormai dal 2004 – con l’azione di peacekeeping denominata United Nations Stabilization Mission in Haiti (Minustah) a supporto della democrazia messa in pericolo dal colpo di stato contro Aristide. La missione conta migliaia di cooperanti provenienti da oltre 40 paesi e la guida della missione è stata affidata al Brasile con il tenente generale Edson Leal Pujol. Haiti è dunque un banco di prova importante per un paese che vuole affermarsi come egemone nel continente e dunque gendarme dell’America Latina. Ad oggi i risultati però latitano a causa di una persistente alta percentuale di criminalità diffusa e l’incapacità dello Stato di garantire una polizia efficace aggravatasi dopo lo chock del terremoto che ha azzerato il paese. Il piccolo scacchiere dei Caraibi vede dunque il confronto tra tre potenze: il Venezuela desideroso di imporre un’egemonia ideologica a forza di petrolio; il Brasile che testa le proprie capacità di potenza regionale e di arbitro continentale;  e gli Stati Uniti che detengono ancora un’influenza economica e culturale preponderante lungi dal voler affievolire. All’orizzonte però si fa sempre più ingombrante la presenza di un’altra potenza emergente, molto più preoccupante per gli Stati Uniti che non per Venezuela e Brasile: la Cina è infatti intenzionata ad occupare più spazio possibile nel “cortile di casa” statunitense. Gli investimenti miliardari che le banche cinesi stanno indirizzando nei Caraibi sono seguiti da una buona percentuale di importazioni: sia nella Repubblica Dominicana che ad Haiti i cinesi sono ormai il quarto partner. I prestiti per lo sviluppo infrastrutturale sociale di tutte le Antille e l’occupazione di una fetta di mercato caraibico sono strategici all’insediamento economico della Cina proprio nella zona di massima influenza regionale statunitense.

Haiti da questo punto di vista potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel prossimo futuro. Vista l’endemica povertà del paese, aggravata dai disastri naturali – e l’incapacità da parte di tutti gli attori più importanti del continente di impedire il paragone di parte dell’isola con i più sventurati stati africani –  la soluzione potrebbe arrivare da Pechino, la cui politica estera è nota: stanziarsi nei paesi divenendo un interlocutore privilegiato data la sua capacità di portare finanziamenti.

Le mire di questi paesi su Haiti, e in generale su Hispaniola, non sono destinate comunque ad esaurirsi al livello del confronto politico. Proprio il petrolio potrebbe essere l’obbiettivo primario di queste potenze e di conseguenza la possibile salvezza dell’isola. Pare che nel Mar dei Caraibi di esclusività haitiana ci siano riserve per quasi un miliardo di barili.  Petrolio che sarà ambito dalla sete energetica della Cina, dalle compagnie petrolifere nazionali venezuelana e brasiliana (PSVDA e Petrobas), e dalle multinazionali statunitensi del settore. Una partita che del resto già è iniziata: chi giocando la carta dell’assistenzialismo energetico, chi della missione umanitaria di pace, chi del supporto commerciale.

Nonostante il fallimento del suo vicino prossimo (Haiti), la Repubblica Dominicana riesce a crescere a buoni ritmi. La flessione che si è però registrata proprio a partire dal 2011 – anno successivo al terremoto – ha nelle concause proprio la difficoltà del commercio comune con la parte ovest di Hispaniola che rappresenta il secondo mercato per Santo Domingo. L’impossibilità di migliorare l’interscambio con Haiti è solo una delle problematiche disgreganti dell’intera isola. L’alta capacità di influenza negativa di Haiti potrebbe nel medio periodo intaccare la modesta economia dominicana messa già a dura prova dai flussi migratori e di certo impedirne una sviluppo esente da chock. Un’isola così grande e già in parte destabilizzata andrebbe così a sommarsi a Cuba trai i problemi politici endemici degli Stati Uniti.

 

 

 

*Salvatore Rizzi, dottore in Scienza della Politica

 

1) L’Indice degli Stati Falliti è stilato dall’organizzazione di Fund For Peace e pubblicato sulla rivista Foreign Policy. Il giudizio si basa sulla somma di una serie di indicatori politici, economici e sociali: http://ffp.statesindex.org/rankings-2012-sortable

2) L’indice in questione cerca di classificare gli Stati in base alla propria capacità di essere pacifico e privo di tensioni. È stato ideato da un imprenditore australiano, Steve Killelea, e unisce i dati statistici di vari enti ed istituzioni di tutto il mondo. http://www.visionofhumanity.org/gpi-data/

3) Indicatore Onu basato su Pil, alfabetizzazione e speranza di vita:  riguardo quest’ultimo parametro Haiti Spicca si pone nel novero dei paesi terzomondisti con 62,4 anni.       http://hdrstats.undp.org/en/countries/profiles/HTI.html

4) http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-03-14/haiti-tanti-aiuti-pochi-103421.shtml?uuid=Ab0IIxdH

5) I dati economici dei due paesi sono consultabili su https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/

6) http://www.petrocaribe.org/

 

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