Sfogliando velocemente “La Stampa” di domenica scorsa, la cosa più impressionante è stato constatare come i media globalisti (e il quotidiano torinese è uno di questi) non nascondano simpatie per un’ipotetica secessione della California, “eccezione” (con New York) rispetto alla “brutta piega” presa dall’America con Trump.

Cose impensabili, fino a poco tempo fa: le secessioni e le “rivoluzioni colorate” pagate in denaro sonante e sponsorizzate dai media globalisti e “progressisti” sembravano riservate solo ai nemici dell’America, agli Stati che si trovano nello “spazio vitale” di quelli o comunque non agli Stati del blocco “occidentale”. Impressione fallace, che non teneva conto del fatto che nulla per i globalisti è “questione di principio”. Dove c’è da accorpare, accorpano (vedi UE), ma se serve fare a pezzi nessuno è esentato.

D’altronde, è stata proprio la Russia – che ha dovuto subire attacchi secessionistici a catena e “primavere” alle sue porte – ad insegnare che si può ripagare efficacemente con la stessa moneta. Si prendano, a titolo d’esempio, le regioni georgiane ed ucraine che hanno deciso di seguire Mosca. Ricapitolando, quotidiani come “La Stampa” criticano aspramente la secessione della Crimea ma strizzano l’occhio a quella della California: minimo comun denominatore l’odio per Putin e per Trump.

A questo punto bisognerebbe chiedersi seriamente da dove nasce tutto quest’odio. Perché nemmeno sotto la presidenza di G.W. Bush – che pure avrebbe dato motivi per “stracciarsi le vesti” – i “progressisti” sono giunti a tanto. Sì, va bene, l’improbabile inquilino della Casa Bianca dal 2001 al 2009, molto più “impresentabile” di quello attuale, era attaccato da tutto il “progressismo” mondiale della politica, della cultura e del cinema. Ma fintanto che sul ponte di comando c’erano Clinton, Obama e, diciamocelo francamente, anche il mitico Dubya, non era mai stato sollevato un “problema” di sostanza come quello che, per esempio, tutta Hollywood sta muovendo, tranne poche eccezioni (Seagal, Norris, Eastwood…), all’indirizzo del neo-presidente degli Stati Uniti.

Siamo infatti all’insubordinazione, all’ammutinamento, al chiaro ed esplicito invito a boicottarlo in ogni modo, costi quel che costi. Anche la secessione della California.

Di secessioni in America aveva parlato, già una decina d’anni fa un analista russo che la rivista “Eurasia” aveva invitato a parlare a Milano nel 2009 in un convegno ovviamente disertato dai so-tutto-io dell’informazione globale. Sto parlando del russo Igor Panarin, membro dell’Accademia delle Scienze Militari e docente presso l’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri della Federazione russa, poi invitato di nuovo in Italia dal Cesem nel 2012.

Panarin sostiene da tempo che negli Stati Uniti è assai probabile che si verifichino tendenze separatiste e secessioniste, nel quadro di un ridimensionamento degli Usa stessi al rango di potenza regionale. Le tensioni interne irrisolte, messe in risalto da una crisi economica sempre più grave alla quale Trump proverebbe a porre un argine, sarebbero destinate ad esplodere anche in maniera virulenta nella “unica nazione indispensabile”. Questo sarebbe l’inesorabile esito del fallimento delle manovre Usa tese ad indebolire, anche attraverso le “guerre preventive” in Medio Oriente e le “primavere arabe”, le economie sempre più forti ed integrate di Russia e Cina, con l’Europa presa in mezzo tra il “grande alleato” in declino e le potenze della “Nuova via della seta”.

Dunque, ancora una volta, mi sento di poter affermare: avevamo ragione noi!

Ma non abbiamo ancora dato una risposta alla domanda cruciale: perché tutto quest’odio “progressista” verso Vladimir Putin e Donald Trump? È piuttosto significativo rilevare che mentre George W. Bush è il simbolo incarnato dell’inganno globale per eccellenza, ovvero l’attentato di “al-Qâ‘ida” dell’11/9, Donald Trump ha minacciato – se lo faranno arrabbiare per davvero – di scoprire gli altarini di quella stessa macchinazione contro la quale, giustamente, il fior fiore della cultura “progressista” s’è scagliato fin dal primo minuto. Ma per il regista Michael Moore, capofila dei critici della versione ufficiale dell’11/9, il presidente in carica di fatto sarebbe ancora Obama, il quale non ha mai proferito il minimo dubbio sulla versione ufficiale dell’“attacco terroristico”. Se adesso Trump ventila la possibilità di riaprire l’inchiesta su quei fatti nei quali erano implicati personaggi accomunati dall’etichetta di “neo con”, questa dovrebbe essere una buona notizia per tutti i sinceri critici del “buon diritto” dell’America di bombardare a destra e a manca per vendicare le vittime del WTC e del Pentagono, no?

Se questo non accade ed anzi questi stessi personaggi della “cultura progressista” – ormai all’unisono con la grancassa dei media globalisti – ringhiano sempre più rabbiosamente contro il “razzista” ed “omofobo” Trump significa che l’origine dell’odio nei confronti di questo presidente (ma anche contro Putin e la Le Pen in Europa, oppure Assad in Siria e Duterte nelle Filippine) è uno solo, ed è da ricercare in un’affermazione fatta alcuni anni fa da Padre Jean-Marie Benjamin.

Il religioso francese residente ad Assisi, per anni impegnato ad alleviare le pene dell’embargo ed evitare l’invasione dell’Iraq, e per questo poi diffamato ed attaccato vilmente dagli stessi media globali, ha colto perfettamente l’essenza di questi media quando ha affermato: “I media non sono filo-sionisti. I media sono il sionismo”.

Con ciò Benjamin voleva affermare che questi media, che all’unisono attaccano Putin e Trump con ogni pretesto (ed in ciò vengono seguiti dai “progressisti”) non prendono liberamente – come può fare ciascuno di noi sulla base delle sue inclinazioni e delle informazioni che ha – posizione pro o contro nei confronti di questo o quel capo di Stato o governo. No, essi sono la grancassa di un progetto di dominio globale, che Benjamin ha definito “sionismo”, ma che potrebbe essere chiamato in qualsiasi altro modo purché si abbia chiara una cosa: che questi media – così come questo cinema di Hollywood, i cantanti “impegnati” e certa “cultura” col primato morale incorporato – non sono riformabili: sono l’arma di persuasione e ottundimento delle coscienze utilizzata dai globalisti per imporre il loro dominio, anche quando bersaglio dei loro attacchi è un soggetto pro Israele come Trump.

Eppure non siamo ancora arrivati al nocciolo della domanda cruciale: perché tutto quest’odio dei media globalisti e del “progressismo” mondiale per Putin e Trump?

Ora, Putin non è esattamente un anticapitalista con la spada sguainata, e tantomeno lo è Trump. Il primo è sceso a parecchi compromessi, senonché i magnati che ha tollerato sono quelli e non remavano contro di lui, e cioè contro la ricostruzione della Russia, del suo posto nel mondo e del suo spazio vitale. Per Trump il discorso è ancora più facile: Trump è un capitalista a tutti gli effetti, uno di quei “pistoleri” da film western, da capitalismo col colpo sempre in canna, eppure, se si analizza il tenore delle critiche rivoltegli esse non hanno a che fare in alcun modo con l’anticapitalismo. Né “di destra” né “di sinistra”. La critica – esattamente come quella di cui è oggetto il presidente russo – è di tipo moralistico: il problema pare essere solo questione di “diritti negati”.

“Diritti” dei transgender americani a fare la pipì nel “gabinetto unisex” e “diritto” a marciare per le strade di Mosca per “l’orgoglio gay”. “Diritto” di stabilirsi dove si vuole, perché “in un mondo nel quale le merci circolano liberamente anche le persone devono poterlo fare”. “Diritto” di educare le masse alla novella “religione di Gaia”, decrescentista a partire dal numero di figli perché “siamo troppi”. “Diritto” di spargere infamie e menzogne da parte di una stampa faziosa e nient’affatto “indipendente”.

Se questi sono “diritti”, ebbene io sono contro i diritti.

Ma non mi si fraintenda. Putin è (e ha dato prova di esserlo) un politico con la P maiuscola. Trump è solo all’inizio e andrà valutato non per le intenzioni ma per quel che farà. Ad Obama avevano già dato il Nobel preventivo per la pace, e poi s’è visto che pandemonio ha sparso per il Vicino oriente arabo e musulmano. Che tipo di provocazioni ha operato in Ucraina, provando a scatenare una guerra mondiale.

Interrogarsi sul perché dell’odio progressista e globalista contro Trump non significa sposare la sua visione del mondo e, meno che mai, far propria la visione del mondo capitalista e sfruttatrice, negatrice della basilare natura umana, che sta alle fondamenta dell’ideocrazia americana.

Ma si deve fare lo sforzo di riconoscere che anche quella dei “diritti”, col suo individualismo sfrenato, è un’ideologia espressione di quello stesso capitalismo selvaggio e terminale che, forse anche al di là della volontà di Trump, dovrà quantomeno ridimensionarsi e/o riformarsi se vorrà attraversare indenne il XXI secolo e non finire nei manuali di Storia, come qui ci auguriamo, tra i ricordi di un’epoca superata.

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".