Tra i limiti e le debolezze più gravi del pensiero iberoamericano vi è stata la scarsa importanza attribuita allo studio della geopolitica, e questo atteggiamento ci ha fatto perdere di vista le vere origini dei nostri problemi culturali, sociopolitici ed economici; in altre parole, volendo occultare il fatto che il problema che principalmente ci assilla è un problema di natura geopolitica, si sono volute consapevolmente escludere una prognosi veridica e un’autentica via di liberazione.

Questa strategia è stata abilmente patrocinata e diretta dalla talassocrazia nordamericana, la quale, all’epoca del conflitto con l’Asse, diffuse un’immagine della geopolitica quale “scienza nazista”, scienza dell’aggressione, sicché gli Stati iberoamericani devono opporsi ad ogni progetto che miri a favorirne gl’insegnamenti. E’ chiaro che questa tattica si fonda sulla conoscenza di ciò che Carlo Terracciano ha messo in evidenza riguardo a questa scienza umana, difendendola come “l’avvio per una presa di coscienza che porti alla liberazione dei popoli sottomessi”, in quanto la pratica della geopolitica metterebbe a rischio l’egemonia statunitense su tutto il continente americano. Ciò si inscrisse nella propaganda yankee promossa in quella medesima congiuntura bellica, quando su tutti i governi latinoamericani vennero esercitate forti pressioni affinché dichiarassero guerra all’Asse; in tal modo si voleva “dar forma all’integrazione politica dell’emisfero” (Spykman), ossia controllare direttamente tutta quanta la regione iberoamericana, ma anche questo tentativo terminò con un fallimento.

Mentre gli USA sviluppano inizialmente la loro geostrategia da una prospettiva emisferica per poi passare ad una fase globale, la maggior parte dei governi latinoamericani finora non ha capito che la tattica applicata dai rispettivi circoli militari e politici, fondata su una geopolitica frammentaria che non vede oltre i ristretti limiti di ciascun paese, non condurrà a nessun tipo di indipendenza e sovranità le nazioni sudamericane; si tratta di una grave miopia, nonostante in questa materia esistano precursori illustri nella Prima Guerra d’Indipendenza (1), nel cosiddetto Patto de ABC (2) ispirato da Peròn e, per venire all’attualità, nella Rivoluzione Bolivariana guidata da Chàvez, uomini che, con limiti più o meno grandi, non hanno mai cessato di “pensare in termini di geocontinenti” (Von Lohausen).

C’è un fatto poco conosciuto specialmente in Europa, che riguarda gl’inizi della lotta politica di Chàvez. Nel 1995, nel corso di una visita fatta in Argentina allo scopo di stringere rapporti coi militari ribelli noti come carapintadas, Chàvez conosce il sociologo argentino Norberto Ceresole e lo invita ad unirsi al suo gruppo ristretto di consiglieri. A partire da questo momento e fino alla sua seconda espulsione, Ceresole accompagnerà Chàvez in quei viaggi e in quelle campagne all’interno del Venezuela che sfoceranno nel trionfo elettorale del 1998. Amici ed avversari riconoscono che fu Ceresole colui che riuscì ad accumulare e dirigere il carisma e la capacità di guida del capo venezuelano, destando quell’intima relazione tra Caudillo e Pueblo (3) che lo ha mantenuto alla guida del Venezuela.

Militante peronista, legato al gruppo dirigente della linea radicale montonera, l’Argentino fu uno scrittore prolifico, docente universitario e conferenziere internazionale; ha al suo attivo più di trenta opere che riguardano soprattutto la geopolitica e la geostrategia latinoamericana, ma anche, negli ultimi anni della sua attività, la questione del Vicino Oriente e il problema ebraico.

Ceresole fu anche consigliere del governo nazionale rivoluzionario peruviano del generale Velasco Alvarado; fu interlocutore di Peròn a Madrid; entrò in contatto con Salvador Allende e con alcuni capi della rivoluzione cubana. Alla fine degli anni Settanta venne eletto membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, dipartimento di studi latinoamericani. Sul piano culturale, instaurò relazioni di amicizia e di scambio d’idee con Garaudy (4), Faurisson e Nolte.

In seguito all’implosione dell’impero sovietico e al successivo riordinamento globale, il suo pensiero strategico si riorienta ed egli si sente stimolato ad approfondire lo studio dei pensatori geopolitici classici, specialmente di Haushofer; così nella sua analisi viene ad occupare un posto di rilievo il concetto di un blocco continentale eurasiatico: egli considera l’unità del continente asiatico e della sua penisola europea come un fattore determinante per la nascita di un mondo multipolare. A suo parere, i poli di questa unità dovranno essere la Germania e la Russia, ma è a quest’ultima che egli attribuisce un peso determinante, poiché alla caduta del neoliberalismo in Russia è legata la fine inesorabile del Nuovo Ordine Mondiale.

Nel quadro di questo generale cambiamento di prospettiva, devono essere presi in grande considerazione due nuovi fattori di grande importanza nelle relazioni internazionali. Il primo fattore è la rifondazione ideologica dell’entità sionista, che consiste nella sostituzione del sionismo laico col messianesimo fondamentalista biblico (“nazionalgiudaismo”); ciò ha avuto come risultato il consolidarsi – nel cuore stesso della Comunità Islamica – di una grande capacità strategica, dovuta all’alleanza coi progetti globali dell’ideologia puritana messianica che ispira la prassi imperialista degli USA. Il secondo fattore, che esercita un peso determinante sullo scacchiere globale ed ha uno stretto rapporto col primo, corrisponde alla vastissima zona dell’Asia Centrale, che mostra in maniera evidente i segni considerevoli della crescita e della vitalità dell’Islam e sta creando un contrappeso all’influenza mondiale della talassocrazia nordamericana (5).

Il suo interesse geopolitico rivoluzionario si focalizzò sulla branca islamica sciita. Ciò lo indusse a recarsi nella zona “calda” del Vicino Oriente e a stringere relazioni con i dirigenti di Hezbollah e coi capi della rivoluzione iraniana, i più grandi baluardi attuali nella lotta per l’indipendenza dei popoli, che incarnano lo spirito di resistenza contro la dialettica mondialista tra i paesi “arroganti”e i popoli “umiliati” (Mohammed Hussein Fadlallah), tra la civiltà del denaro e la civiltà della Fede.

Non dimentichiamo che Ceresole proviene dalla “periferia occidentale” del mondo, cioè dall’America Latina, punto nevralgico della sua cosmovisione e delle sue azioni rivoluzionarie; per questo le sue avventure, i suoi viaggi e il suo esilio obbligato in Europa, in Russia, nel Vicino e nel Medio Oriente gli consentono di constatare quale sia la vita religiosa, culturale, politica e storica che accomuna questa grande area continentale e di verificare la validità dell’idea eurasiatica (6). L’aspetto rivoluzionario delle sue tesi consiste nel fattoche egli è il primo a prospettare la necessità di “stabilire connessioni e complementarità fra Eurasia e America Latina, ossia progettare meccanismi che facciano crescere le rispettive potenze” (7); infatti è imprescindibile articolare i due fronti per erigere una “barriera invalicabile” continentale ed oceanica, allo scopo di ottenere in tal modo la grande vittoria finale sulle potenze talassocratiche. A tale conclusione, paradossalmente, egli giunge attraverso l’analisi delle raccomandazioni esposte da Mackinder al termine del suo celebre studio The Geographical Pivot of History (1904), dove il geografo inglese indica il pericolo che correrebbero gli USA qualora, in seguito ad un accordo tra Sudamerica e Germania, si presentasse al blocco eurasiatico tutta una serie di possibilità marittime (8).

Per cominciare a progettare questa coalizione, Ceresole deve respingere quella visione della geopolitica classica e “accademica” che suddivide il mondo in zone “verticali” (centro/periferia); egli propone un deciso cambiamento di prospettiva per gettare le fondamenta di una “geopolitica di liberazione” che si configuri attraverso allineamenti “orizzontali” (periferia/periferia), cosa che, in termini ideologici, equivale al rifiuto totale dell’eurocentrismo, matrice di ogni pratica colonialista. Riteniamo che sia il caso di evidenziare l’esatta concordanza di questo ragionamento con quanto sostenuto da una delle grandi figure del neoeurasiatismo italiano, il già menzionato Carlo Terracciano (9).

Se riepiloghiamo a grandi linee le direttrici della politica estera di Chàvez, possiamo affermare che – in generale – egli ha seguito le indicazioni del suo amico e compagno di lotta Ceresole. La rifondazione dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, preconizzata dal presidente venezuelano, è una delle strategie chiave propugnate dal geopolitico argentino; l’obiettivo è quello di dar forma ad una nuova organizzazione del mercato internazionale del petrolio, non solo per estendere la rete degli accordi economici, ma anche per instaurare nuove intese, nuove vie di scambio culturale, attraverso le quali si potrà pervenire ad una modifica radicale del “centro di gravità della totalità del sistema internazionale” (10).

Un’altra strategia di ispirazione chiaramente ceresoliana consiste nell’instaurazione di stretti rapporti politici, militari ed energetici con la Russia, con la Cina, con l’Iran in particolare (11) e, in misura minore, coi paesi arabi, al fine di far nascere un mondo multipolare. C’è convergenza anche nella posizione antisionista, nella denuncia dei crimini commessi dall’entità sionista contro il popolo palestinese, cosa che ha portato all’espulsione dal Venezuela dell’ambasciatore israeliano. Per comprendere ed affrontare le sfide e i comportamenti che comportano la completa assunzione di consapevolezza di questo nuovo riordinamento globale, Ceresole raccomandò la creazione di un Centro de Inteligencia Estratégica, che sorse in Venezuela un anno dopo la sua espulsione.

Quanto all’America Latina, l’unico pensiero strategico valido preso in considerazione dal nostro autore per una vera opposizione ai predoni nordamericani è il pensiero continentalista di Bolìvar e Perón, chiaramente ispirato alla tradizione classica.  Perché questa opposizione sia efficace, secondo il sociologo argentino è imprescindibile che l’unità di tutte le nazioni che formano la Patria Grande sia non solo politica ed economica, ma anche militare; in quest’ambito la cooperazione deve procedere di pari passo con lo sviluppo economico, poiché il potenziamento delle forze armate sudamericane è l’unico modo per rendere vitale il Continente nel quadro del futuro mondo multipolare.  Questa idea, che Chávez cominciò a formulare nell’anno 2000, si è poi affermata in seno alla UNASUR.

Analogamente, è interessante notare che tra i vettori politici primordiali di Ceresole vi è l’obiettivo del consolidamento di uno spazio di potenza equilibrato nell’emisfero occidentale, che potrà concretarsi soltanto con l’integrazione dell’America Centrale (il “mediterraneo americano”) e dell’America Meridionale. Questa strategia si è manifestata con la creazione della CELAC e non è un caso che uno dei principali promotori di questa iniziativa è stato il governo bolivariano del Venezuela per il tramite dei membri dell’ALBA, senza trascurare l’azione diplomatica del Brasile. Fin dagli anni Novanta il Brasile considera questa zona come di interesse strategico, il che per esso comporta la necessità di riannodare le relazioni diplomatiche   con l’Avana.

Concludendo la presente analisi, sarebbe illogico sostenere ad oltranza la tesi secondo cui tutte le decisioni di Chávez che sono state menzionate sarebbero state ispirate unicamente dall’influenza esercitata in un certo periodo da Ceresole. Esistono coincidenze o concordanze nel processo in questione; però, per citare un esempio, il geopolitico argentino si oppose sempre all’influenza di Castro su Chávez, il che ci dimostra l’esistenza di altre fonti d’ispirazione, le quali in nessun modo hanno indebolito la capacità strategica e la proiezione continentale del Comandante Chávez.

Occorre prestare attenzione alle direttrici che emergeranno in questo nuovo ciclo della rivoluzione bolivariana e cercare di individuarne la reale capacità di manovra perché siano superate le sfide non risolte da Chávez.  Le elezioni dell’ottobre dell’anno scorso sono state un avvertimento circa il fatto che la rivoluzione bolivariana non è invincibile, a maggior ragione adesso, dopo la scomparsa della sua guida carismatica, sicché le prossime elezioni saranno la prova del fuoco non solo per il popolo venezuelano, ma anche per le sorti di tutto il Sudamerica.

 

 

 

Tumbaco, Ecuador, Marzo 2013

 

 

1. Specialmente nel pensiero geopolitico e geostrategico di Bolivar.

2. Si trattò di un compromesso realizzato intorno alla metà degli anni Cinquanta tra il presidente argentino Peròn, il brasiliano Getulio Vargas e il cileno Ibanez, al fine di creare un’unione politica ed economica dei rispettivi paesi che li sottraesse all’influenza nordamericana, vale a dire un potente polo bioceanico indipendente che, data la sua grandezza, sarebbe stato in grado di attrarre a sé le altre nazioni del continente sudamericano.

3. Norberto Ceresole, Caudillo, Ejército, Pueblo, Ediciones Al-Andalus, Madrid 2000. Versione in rete: http://www.analitica.com/bitBlioteca/ceresole/caudillo.asp

4. Il filosofo francese gli dedicò il suo libro El Nacional Judaismo. Un mesianismo pos-sionista, Ediciones Libertarias / Prodhufi, Madrid 1997.

5. “Adattando ancora una volta i concetti della geopolitica tedesca alla situazione attuale, potremmo affermare, in modo seriamente fondato, che fin dal 1924 il generale Haushofer previde che il mondo arabo-musulmano sarebbe stato la grande ‘falla’ del globalismo nordamericano attuale (…) L’Asia Centrale, come unità geopolitica sempre più differenziata, rappresenta un’alterazione profonda delle vecchie tendenze geopolitiche delle potenze bianche ed europee di una volta. L’Asia Centrale, intesa come lo spazio fisico e politico compreso tra il Vicino Oriente e la Cina e come regione potenzialmente indipendente, si adatta molto bene alla logica della geopolitica tedesca classica. Si tratta di una regione che è stata esaminata in maniera molto concreta nel pensiero del generale Haushofer” Norberto Ceresole, La Conquista del Imperio Americano (El poder judìo en Occidente y Oriente), Seconda parte: La opciòn estratégica. http://www.vho.org/aaargh/fran/livres/NCpoderju.pdf

6. Le fonti principale che consentrono a Ceresole di giungere a questa conclusione sono leopere di Haushofer. Non abbiamo la certezza che egli abbia avuto accesso al pensiero neoeurasiatista; la sola cosa che sappiamo, è che ebbe buone relazioni col generale Lebed e altri militari russi di alto grado.

7. El Nacional Judaismo. Un mesianismo pos-sionista, p. 140.

8. “The development of vast potentialities of South America might have a decisive influence upon the system. They might strengthen the United States, or, on the other hand, if Germany were to challenge the Monroe Doctrine successfully, they might detach Berlin from what I may perhaps describe as a pivot policy” (Democratic Ideals and Reality, “National Defense University Press”, Washington D.C., Annessi, p. 192).

9. Cfr. Europa-Russia-Eurasia: una “geopolitica orizzontale”, “Eurasia”, 2/2005.

10. Norberto Ceresole, op. cit.,p. 142.

11. Uno di coloro che svolsero il ruolo di principali interlocutori con la Repubblica Islamica dell’Iran fu proprio Ceresole.

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