Quanto accaduto nell’ultimo anno in Ucraina rappresenta essenzialmente una manifestazione storica del paradigma dialettico fra i tre principali attori dello scenario geopolitico che ha fatto seguito alla Guerra Fredda: la Russia, il Nordamerica e l’Unione Europea. Comprendere le vicissitudini politiche e militari che stanno attualmente interessando le regioni ucraine, soprattutto quelle bagnate dal Mar Nero e confinanti coi territori russi, significa in primo luogo dover ricercare un nesso logico tra le vicende storiche, politiche e sociali che caratterizzano l’ontologia di tutti gli attori coinvolti, prima fra tutti l’Ucraina.

Le manifestazioni e i tumulti di piazza esplosi circa un anno fa nel centro di Kiev, utilizzati (e in buona parte ispirati) dall’Occidente al fine di estendere la propria influenza egemonica, altro non sono che la più recente manifestazione politica di una convivenza difficile, durata anni, per non dire secoli, tra popoli e culture eterogenee. Per secoli infatti il territorio ucraino, in relazione al quale troppo presto e troppo disinvoltamente si è parlato di “nazione ucraina”, è stato attraversato da popoli appartenenti a diverse culture: Mongoli, Polacchi, Austriaci e infine Russi. D’altronde l’etimologia ci ricorda che il toponimo Ucraina significa “terra al limite” o “terra di frontiera”. Inserita nel contesto sovietico, l’Ucraina fece parte di una realtà geopolitica ben definita e si vide assegnato un ruolo di avamposto naturale dell’URSS. In seguito alla Seconda Guerra Mondiale, lungo lo spiegarsi degli eventi della Guerra Fredda, Stalin intraprese una serie di deportazioni di gruppi di popolazione russa per concentrarli nella parte orientale e sudorientale del territorio ucraino. Si trattava in sostanza di un’operazione di rafforzamento della frontiera sovietica, mediante la creazione di un fronte russofono in grado di proteggere l’URSS dal potenziale invasore occidentale. Così anche l’Ucraina, come tutti i paesi dell’Europa dell’Est, riuscì a trovare una sorta di stabilità e di equilibrio.

Oggi l’Ucraina costituisce per la Russia un’occasione storica per affermare la sua sovranità. La questione ucraina rappresenta infatti la fase più recente dell’avanzata della NATO nella parte d’Europa che si era trovata sotto il controllo sovietico. Putin deve tracciare la sua linea rossa, per recuperare alla Russia quella dignità e quella sovranità che i suoi predecessori negoziarono con l’Occidente, confidando con eccessivo ottimismo nelle sue promesse.

Un’Ucraina all’interno dell’Unione Europea significa un’Ucraina perfettamente inserita nella NATO, ossia nelle trame della politica statunitense. Come si può permettere che al nemico storico del Patto di Varsavia vengano concessi oltre duemila chilometri di frontiera indifendibile? Scendere in piazza per stringere trattati con l’Unione Europea allentando i rapporti con Mosca significa aderire al progetto di allargamento della NATO ad est, che gli Stati Uniti stanno attuando fin dal 1991.

“Il rapporto USA-Russia è fallito perché l’Occidente non ha mai capito che non poteva trattarci da sconfitti. Primo, i russi non hanno mai creduto di essere stati sconfitti. Secondo, è il nostro carattere nazionale. Noi siamo una delle pochissime nazioni al mondo che non sono mai state sconfitte”. Questo è quanto afferma lo stratega russo Sergej Karaganov per spiegare l’atteggiamento di Putin nei confronti di Jevromajdan.

Per capire a fondo la posizione di fermezza assunta a riguardo della Crimea occorre ricordare le considerazioni del politologo russo Sergej Mikheev: “I Russi – dice Mikheev – sono delusi dall’Occidente. I Russi hanno distrutto l’URSS e si aspettavano maggiore riconoscenza. L’Occidente si è invece comportato come se avesse vinto la guerra fredda e come se noi fossimo un paese sconfitto, i cui interessi nazionali non avevano alcuna importanza”.

Si aggiungano le parole di Putin: “Ci era stato promesso che dopo l’unificazione della Germania la NATO non si sarebbe espansa verso oriente.(…) La nostra decisione sulla Crimea è stata in parte prodotta da questo”.

Il 16 marzo 2014 la Crimea, regione a schiacciante maggioranza russa e legata a Mosca da storia, radici, interessi economici, ha votato quasi all’unanimità la secessione dall’Ucraina. Questo è un fatto, a prescindere dagli interrogativi attinenti la legittimità giuridica del referendum che lo ha determinato. Il diritto internazionale, questione di prassi più che di leggi scritte, è abbastanza chiaro nello stabilire che un cambio di governo è un dato di fatto dal momento che ha avuto successo. Quello che appare meno chiaro è se l’intervento russo in Crimea e il successivo referendum siano stati legittimi oppure no. A conti fatti importa poco, dal momento che essi hanno provocato una situazione di fatto.

In ogni caso, dopo ventiquattro anni di appartenenza della Crimea all’Ucraina, il 96% degli abitanti della penisola ha scelto il ritorno alla Russia. Secondo molti, tra cui il politologo russo Fedor Lukjanov, una Crimea annessa all’Ucraina rappresentava un “tragico errore storico” e così sembra pensarla oltre il 40% dei diretti interessati.

Sembra opportuno interrogarsi a questo punto sugli effetti che produrranno le sanzioni imposte alla Russia. Anche ammettendo che il Cremlino neppure immaginasse quali sarebbero state le ritorsioni dell’Occidente alla sua decisione di annettere la Crimea e sostenere la popolazione russa dell’Ucraina, chi colpiscono realmente queste misure sanzionatorie? Si tratta di penalizzazioni essenzialmente economiche che provocano la svalutazione della moneta russa e che hanno come unico vero effetto quello di costringere la Russia ad avvicinarsi ulteriormente a Pechino. I sondaggi mostrano che negli anni Novanta circa il 90% dei Russi ammirava gli Stati Uniti e che la Russia unita puntava a diventare il terzo pilastro in Occidente dopo Europa e Stati Uniti. Oggi neppure il 10% del popolo russo vede di buon occhio gli USA e, mentre la popolarità di Barack Obama è in calo vertiginoso, quella di Vladimir Putin in Russia è in netto rialzo.

Alessandro Gatti

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