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LIII – L’Europa in pezzi?

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Considerando l’Unione Europea un potenziale rivale strategico, l’amministrazione statunitense sembra voler contribuire ad accentuare la crisi della costruzione tecnocratica di Bruxelles incoraggiando le pulsioni centrifughe che si manifestano da Budapest a Roma a Parigi. Una vittoria delle forze “sovraniste” alle prossime elezioni europee favorirebbe perciò la nascita di un’“Europa delle patrie”, la cui sovranità sarebbe ancor più limitata che non quella dell’Europa attuale.

Descrizione

DOSSARIO: L’EUROPA IN PEZZI?

Ad oggi, il progetto politico europeo è messo a dura prova dal protrarsi della regressione economica e dalle prime conseguenze di un declino demografico annunciato. L’incapacità dei partiti tradizionali nel trovare soluzioni eque e condivise ha amplificato le criticità insite nell’architettura istituzionale dell’Unione, a vantaggio delle nuove formazioni sovraniste. Grazie a due recenti saggi d’Oltralpe, è possibile analizzare il contesto contemporaneo, comparandolo con le vicende che innescarono il crollo della civiltà greco-romana, in modo da aprire un dibattito lucido sui possibili risvolti futuri.

Preso atto dell’ineluttabile destino dell’Unione Europea (priva di qualsivoglia appoggio popolare da un lato e contrastante coi rinnovati disegni egemonici nordamericani dall’altro), le Nazioni del “Vecchio Continente” si ritrovano di fronte ad un bivio: assecondare la retorica dei cosiddetti partiti “sovranisti”, indirizzata ad impiantare sul suolo continentale un modello (ancora una volta) prefabbricato oltre oceano o superare i rispettivi piccolo-nazionalismi, più o meno eterodiretti, per perseguire una reale integrazione del grande spazio europeo. Ovviamente questa seconda ipotesi non può prescindere da un’intensa cooperazione entro la più ampia dimensione eurasiatica, né da una progressiva e radicale “rivoluzione geopolitica” che miri a liberare l’Europa dall’invadente presenza nordamericana e la renda capace di agire autonomamente come attore di prim’ordine nel nuovo ordine multipolare.

Il rafforzamento delle forze populiste-sovraniste, generato dal governo catastrofico dell’Unione Europea, non permette di considerare con ottimismo la situazione dell’Europa bella nuova geopolitica mondiale, incentrata sull’Asia e dominata ormai dalla lotta egemonica fra gli Stati Uniti e la Cina. Di fronte alla molteplicità delle sfide, a meno di una inattesa presa di coscienza, la dispersione sovranista conduce gli Europei verso il caos. Si tratta forse di un passaggio obbligato verso il nazionalismo europeo? Se si vuole prendere sul serio la questione dell’Europa, è necessario distinguere chiaramente i tre concetti di cui facciamo uso. Il nazionalismo (o la sua versione alambiccata del “sovranismo”) è il rifiuto dell’Europa politica, quali che siano le precauzioni prese nel formularlo. Il discorso nazionalista, nelle sue varie forme, è la negazione esplicita o implicita dell’idea di Europa. Il mondialismo liberale (e il suo alter ego, l’internazionalismo socialista) strumentalizza l’idea di Europa, perché non considera l’Europa un fine, ma una tappa verso un aldilà universale. Il nazionalismo europeo è l’affermazione dell’Europa come salvaguardia, come entità politica sovrana, ricca della sua specifica civiltà. Esso concepisce le nazioni europee in seno ad un unico Stato europeo, rendendole partecipi di un’unica potenza. Esso rappresenta la sola via d’uscita dalla globalizzazione che possa esser presa in considerazione.

Se concordiamo sulla necessità di un’Europa unitaria e riconosciamo la natura fallimentare dell’Europa di Bruxelles – nonché dei presupposti liberaldemocratici su cui essa si fonda – concordiamo anche sulla necessità che l’Europa abbia una dimensione geopolitica adeguata all’epoca dei continenti: da Lisbona a Vladivostok. La Grande Europa dunque deve essere concepita nel quadro di un’Eurasia basata sull’intesa solidale delle potenze che la compongono.

Davanti all’ondata di populismo e sovranismo che minaccia la sopravvivenza dell’Unione Europea, l’oligarchia atlantista ha attualizzato la propria strategia. In particolare, un vertice internazionale tenuto a Gerusalemme nel dicembre 2016 ha elaborato la nuova strategia populista e sovranista di The Movement, l’organizzazione fondata nel mese successivo da Steve Bannon e Mischaël Modrikamen.

Cos’è in realtà il sovranismo? Davvero è l’avanguardia antisistema che spazzerà via le élites mondialiste? Davvero è la risposta identitaria alla globalizzazione e al suo declino terminale e catastrofico? O forse il sovranismo è solo la mutazione, il cavallo di Troia, l’agente infiltrato del mondialismo finanziario? Il morphing del potere, il Matrix della realtà parallela, narrata, comunicata e interpretata, lo sdoganamento simulato della ribellione come strumento ultimo, estremo e genialmente faustiano, nato proprio per garantire la perpetuazione dello status quo ma sotto copertura, quasi pirandellianamente mascherato e travisato. Forse siamo di fronte al compimento, alla prima messa in scena, al debutto in società della “finestra di Overton” a livello pratico e globale, dopo anni di studio accademico e teorico di strategie di simulazione, dissimulazione, destabilizzazione e tensione indotta, controllo sociale, distopia collettiva, panopticon benthamiano da schiavitù del terrore, dittatura social e dipendenza da benessere percepito. A conti fatti e fuori di narrativa o criminalizzazione politically correct, finora chi sono gli unici beneficiari dell’ondata sovranista globale partita dalla Casa Bianca nel 2016?

Il 1 giugno 2018 il Front National si è trasformato ufficialmente nel Rassemblement National. La linea della formazione politica guidata da Marine Le Pen è quella dei vari partiti “sovranisti”: ostile all’Unione Europea ma incapace di concepire un modello alternativo di Europa, il Rassemblement National si guarda bene dal proporre l’uscita dalla NATO e si attesta su una posizione filosionista, coi suoi principali dirigenti che fanno parte del “Gruppo d’amicizia Francia-Israele”.

Assediato dalla crescita dei movimenti sovranisti e con le elezioni europee alle porte, l’establishment uscente dell’Unione Europea punta sulla proposta di un esercito europeo, lanciata in prima istanza dal presidente francese Emmanuel Macron. Ma, sebbene una difesa comune sia un argomento di fondamentale importanza, tra la PESCO, l’Ei2 e la NATO permangono diversi fattori di ambiguità e criticità.

CONTINENTI

L’allucinante delitto dello scorso 2 ottobre – per il quale il Presidente turco Erdoğan ha indicato le precise responsabilità dei massimi livelli del governo saudita, esentando da colpe solo il Re Salman – rappresenta probabilmente il punto di non ritorno delle relazioni turco-saudite, già messe alla prova dall’evolversi della crisi in Siria con ricollocazione dei due Paesi nei due diversi schieramenti internazionali oggi presenti sulla scena siriana. Qatar, Palestina, Egitto e Yemen sono  altri quadranti geopolitici nei quali Riad e Ankara si muovono su fronti contrapposti, inducendo perciò il Principe ereditario saudita  Mohammad bin Salman Al Sa’ud a condannare minacciosamente la Turchia, parte integrante del “triangolo del Male”.  

Il presente articolo analizza il concetto di autorità nel pensiero politico del Movimento di Resistenza Islamica, noto con l’acronimo di Ḥamās, evidenziando alcune analogie e divergenze con la tradizione giusnaturalistica occidentale. Inoltre si fa riferimento al ricorso, da parte del movimento palestinese, all’uso della forza per il mantenimento dell’autorità stessa nella sua duplice natura, divina e umana, e al rapporto fiduciario che si instaura tra i vertici e il gruppo di base.

Al termine degli anni Novanta, quando l’unipolarismo statunitense era al culmine, sorse la Rivoluzione Bolivariana capeggiata da Hugo Chávez, la quale servì da guida per i governi populisti sudamericani, che insieme crearono certi margini di indipendenza politica e un ambiente favorevole al dibattito sull’attualità del socialismo. Davanti alle crisi politiche e concettuali evidenti in questi governi, proponiamo la considerazione del socialismo preconizzato da Werner Sombart in alternativa a quello di Marx e dei suoi continuatori, non solo per la superiore diagnosi critica della civilizzazione occidentale “giudeo-cristiana”, ma anche per la contrapposizione esistenziale che il socialismo sombartiano stabilisce tra la visione del mondo del mercante e quella dell’eroe, ossia tra un atteggiamento mercantile, tipicamente anglosassone, e una disposizione antieconomicistica, più consona all’anima ispanoamericana; un dilemma, questo, che determinerà il destino dell’America latina.  

La vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile apre scenari inquietanti non solo perché minaccia la compattezza dei BRICS, ma anche per la salute del pianeta. Infatti l’annunciato incremento della deforestazione in Amazzonia costituisce un serio pericolo per gli equilibri ambientali e prospetta ipotesi di controllo socioeconomico da parte delle potenze occidentali.

GEOPOLITICA DELLE RELIGIONI

L’articolo ricostruisce il “corteggiamento” di Steve Bannon verso il residuo fronte del “conservatorismo cattolico”, sulla scia dell’ormai decennale politica neocons verso la Chiesa, con l’obiettivo di creare un fronte “sovranista e conservatore” – ma sotto il controllo USA – che riunisca in un unico, ibrido connubio, l’Occidente cosiddetto “giudaico-cristiano”.

L’autore ripercorre le principali tappe storico-politiche, nonché gli elementi essenziali delle connesse vicende canoniche ed ecclesiali dell’attuale crisi che vede pesantemente contrapposte le posizioni del Patriarcato di Mosca a quello di Costantinopoli, accusato quest’ultimo di attuare una illegittima e proditoria invasione del territorio altrui, prodromica dello scoppio di violenze facilmente immaginabili, nonché di sovvertire gli stessi canoni ecclesiastici. Le altre Chiese Ortodosse locali assistono con viva trepidazione all’evolversi degli avvenimenti. Sullo sfondo è possibile intravvedere i contorni di accadimenti e dinamiche che – come spesso accade nel mondo ortodosso – hanno una valenza anche politica e in questo caso geopolitica, con il coinvolgimento nello scontro nelle vesti di principali ispiratori e attori sia di pezzi del governo USA che di quello della Federazione Russa.

La vittoria elettorale di Jair Bolsonaro, che nel corso di una visita in Israele si è fatto battezzare nelle acque del Giordano secondo una cerimonia evangelica ed ha assunto il nome di “Messia”, ha richiamato l’attenzione mondiale sul peso politico esercitato in Brasile dalle chiese evangeliche, solidali col conservatorismo neoliberista rappresentato dal nuovo presidente. Lo studio che segue mostra come la setta evangelica ha riempito uno spazio lasciato vuoto dalla sinistra brasiliana e dalla chiesa cattolica. 

Questo testo costituisce un’analisi e un tentativo di identificare le cause prime ed endogene della crisi del mondo musulmano e più particolarmente del suo centro storico e geografico arabo-musulmano.

DOCUMENTI

Sabato 11 novembre 1933, alla vigilia del referendum indetto per abbandonare la ginevrina Società delle Nazioni, ebbe luogo a Lipsia una solenne manifestazione, nel corso della quale numerose personalità della scuola e dell’università tedesche invitarono i loro compatrioti a votare “sì”. Il professor Martin Heidegger, rettore dell’Università di Friburgo, sostenne l’appello lanciato dal Führer pronunciando il seguente discorso. Il “sì” ottenne il 95,1% dei voti e il 24 gennaio dell’anno successivo la Germania abbandonò la Società delle Nazioni. (Con una Nota di Pierre Dortiguier)

Testo della seconda conferenza tenuta da Thiriart a Madrid nel marzo 1967. Il testo della prima conferenza, L’imperialismo d’integrazione e gli Stati unitari, è stato pubblicato su “Eurasia” 4/2018, pp. 189-197. La conferenza, vietata dalle autorità franchiste per ordine del Ministero degli Esteri, fu tenuta comunque in una sala privata.

RECENSIONI e SCHEDE

Jean Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino (Daniele Perra)

José Luis Jerez Riesco, Los herederos del sol (Antonio Méndez García)

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