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VIII – Geopolitica e migrazioni

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I pochi lavori che trattano della “geopolitica delle migrazioni” si risolvono per lo più nella descrizione delle “rotte” e delle dislocazioni delle masse migratorie. Eppure i fenomeni migratori, quali ne siano le caratteristiche e le cause, presentano un’intima relazione con concetti e tematiche che stanno alla base di ogni analisi geopolitica, quali, ad esempio, la geografia fisica, la frontiera, l’identità etnica e culturale, l’espansione dello Stato e il desiderio del territorio.

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Descrizione

EURASIATISMO

Gregorio Magno si comportò da sovrano spirituale dell’Europa occidentale, favorendo le missioni pressi i popoli barbari che espansero la sua autorità anche al di fuori di quello che era stato l’Impero. Era il Medioevo. Poi arriveranno i Comuni, le Signorie, la nascita dello Stato. L’Europa c’era già prima di Carlo Magno, fondata sulle ceneri della Romaa imperiale, modificata dai Papi.

Questa è la storia di una Grande Paura, rivelatasi poi infondata, e di una Grande Speranza dissolta in un equivoco. È la storia di Tiumur Beg, che non fu mai Timur Khan e che in quello che tra il XIV e il XV secolo era il latino dell’Asia, cioè il persiano, era chiamato Timur-e Leng, “Timur lo Zoppo”. Tamerlano. Le sue spoglie riposano, oggetto di persistente venerazione, nel mausoleo di Samarcanda.

Gli Avari, originari dell’Asia centrale, andarono ad occupare le terre del grande Bassopiano ungherese ed estesero il loro dominio fino alla Boemia, alla Carinzia e alla Dalmazia; fecero numerose incursioni a sud del Danubio e nel 626 assediarono Costantinopoli.

DOSSARIO: GEOPOLITICA E MIGRAZIONI

Non c’è lotta a questa immigrazione selvaggia senza lotta alla globalizzazione. Non si contrasta la globalizzazione se si lascia passare questa immigrazione selvaggia ed epocale, che distrugge culture, tradizioni, modi di vita; che sposta milioni di persone come se fossero pacchi postali, che strappa risorse ai popoli per riservarle ai padroni del mondo.

Le masse di disperati non fanno altro che ingrossare quello che Marx ed Engels chiamano “l’esercito industriale di riserva”. Perché la sinistra non sostiene che i problemi della miseria e della fame vanno risolti a casa propria, rovesciando coloro che umiliano i propri popoli?

Il quadro che emerge dalla ricerca induce a ritenere che, per ogni rotta, le successive espansioni siano dovute all’articolarsi della rete delle organizzazioni che muovono i migranti su scala internazionale. L’esperienza ha insegnato che la via maestra per la lotta all’immigrazione clandestina deve passare, necessariamente, per il coordinamento tra i diversi Paesi del Bacino del Mediterraneo.

Inviati a contrastare i partigiani nella Zona libera della Carnia, i cosacchi avrebbero ricevuto qui una nuova terra dove restare e ricompattarsi dopo un’odissea durata tre anni e segnata da peregrinazioni, con famiglie al seguito, attraverso Polonia, Ungheria, Germania ed Austria.

Analizzando i risultati delle seppur poco numerose ricerche nazionali sugli immigrati romeni in Italia, ciò che colpisce innanzitutto sono le dimensioni quantitative del fenomeno. Con 240.000 presenze regolari sul territorio italiano al 31 dicembre 2003, i Romeni rappresentano il primo gruppo straniero del Paese.

Le decine di migliaia di Italiani che a partire dalla metà del XIX secolo emigrarono sia nel Regno di Romani sia nei territori romeni dell’Impero asburgico provenivano da diverse regioni della Penisola. Erano imprenditori, commercianti, muratori, meccanici, contadini, boscaioli, carpentieri, falegnami, minatori, marmisti, tagliapietre.

La battaglia che i popoli coscienti di sé e dei propri interessi dovrebbero condurre è quella contro la “globalizzazione della miseria” e lo sradicamento voluto dalle élites che dominano l’economia e la finanza.

Data la tendenza totalitaria del circo mediatico, degli intellettuali asserviti e della classe politica dominante, siamo di fronte non tanto ad una discussione critica ed aperta sul multiculturalismo, quanto ad un’ennesima coazione del Politicamente Corretto. E invece possiamo benissimo rifiutarci di dirci frettolosamente multiculturali.

Fino al 1919 gl’Inglesi facilitarono ufficialmente l’immigrazione ebraica in Palestina. Tra il 1919 e il 1923 arrivò in Palestina una nuova ondata di circa 40.000 immigrati ebrei. Un’altra ondata arrivò nel periodo 1924-1929. Un’altra ebbe luogo tra il 1929 e il 1939. Altri 150.000 immigrati ebrei arrivarono come clandestini dall’Europa orientale negli anni 1938-1948.

La funzione del lavoro “immigrato” di basso costo nelle attività industriali è duplice: disporre di lavoro non qualificato al minimo del salario legale (o con lavoro nero o lavoro a termine ecc.)  impiegando gl’immigrati disponibili; inoltre, utilizzare questa disponibilità extracomunitaria per tenere basso il costo del lavoro nazionale di pari qualifica, sia normativamente (“flessibilità”, lavoro a termine ecc.) sia direttamente come salario.

Grazie alla loro infiltrazione capillare negl’interstizi delle cittadinanze europee, gl’immigrati extracomunitari esercitano un’irresistibile pressione per l’eguaglianza. Ed è la stessa nozione di cittadinanza ad essere sfidata dalla loro richiesta di diventare cittadini pleno jure dei paesi in cui vivono. Si tratta di una sfida molto rischiosa, perché la dialettica di “cittadino” e “straniero” viene alterata da una pressione che indebolisce il senso di appartenenza e di identità collettiva e mette in crisi le strutture tradizionali dello Stato di diritto.

INTERVISTE

Sheikh Ali Daghmoush è responsabile dell’Ufficio Esteri di Hizbullah.

Trad Hamade è Ministro del Lavoro del Libano.

Tahir de la Nive è fondatore del Consiglio Islamico di Difesa Europea; ha dato vita alla rivista “Centurio”, dedicata agli studi di polemologia.

Vittorio Craxi è  sottosegretario nel Ministero degli Esteri del governo Prodi.

Andrea Yasin Merighi è Vicepresidente dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia.

Franco Nerozzi è presidente della onlus “Comunità Solidarista Popoli”

POSTILLE

I libri di François Jullien, filosofo e sinologo francese, sono la testimonianza di un incessante allez-retour fra Cina e Grecia. Il suo interesse per la tradizione del pensiero cinese obbedisce al bisogno di ripensare la funzione della filosofia nata in Grecia e il ruolo del sapere europeo a partire da un luogo altro.

Più che una milizia o un esercito convenzionale, Hizbullah è un movimento politico e sociale profondamente radicato tra la popolazione, con un vasto elettorato nella comunità sciita libanese, che comprende circa il 40% dei 4 milioni di abitanti del Paese.

Israele non possiede più la schiacciante superiorità militare sui suoi vicini che aveva all’epoca della guerra fredda e forse ancora a cavallo fra i due secoli. Non ha più la capacità di agire da solo contro un Paese dalle dimensioni dell’Iran. Lasciando da parte l’equazione nucleare, l’Iran sarebbe in grado di restituire pan per focaccia, in una forma o nell’altra.

DOCUMENTI E RECENSIONI

Stefano Fabei, I Cetnici nella seconda guerra mondiale (Francesco Dematté)

H. James Burgwyn, L’impero sull’Adriatico (Stefano Fabei)

Claudio Moffa, La favola multietnica (Augusto Marsigliante)

Samuel P. Huntington, La nuova America. Le sfide della società multiculturale (Stefano Vernole)

Sheikh Hassan Nasrallah, Tornerete nelle vostre case a testa alta

Discorso di Mahmoud Ahmadinejad alla 61a assemblea delle Nazioni Unite

Discorso del presidente venezuelano Hugo Chavez alla 61a Assemblea Generale dell’ONU

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