Home Negozio Riviste XLIV – Migrazioni o invasioni?

XLIV – Migrazioni o invasioni?

18,00 

 

La differenza tra immigrazione e invasione a volte è alquanto labile ed incerta, poiché vi sono casi in cui un fenomeno immigratorio si configura come un’invasione vera e propria. Anche senza citare il fenomeno delle “migrazioni di popoli” del Tardoantico e dell’Alto Medioevo, si pensi a casi più recenti, come l’immigrazione che ha cancellato la presenza della popolazione autoctona dal territorio degli attuali Stati Uniti o quella che ha trasformato la Palestina nell’odierno “Stato d’Israele”.

Descrizione

DOSSARIO: MIGRAZIONI O INVASIONI?

Dalle migrazioni rituali dell’antichità alle invasioni profane del nostro presente: sappiamo che cosa è cambiato e come, ma ancora non siamo in grado di capire in che modo potrà cambiare il nostro futuro, e come attrezzarci per affrontarlo. Riuscire a comprenderlo, oltre le ideologie, è la sfida vitale del nostro tempo: potremmo scoprire che il nemico non è quello che crediamo.

L’Europa ha stabilito volontariamente di farsi assalire dai migranti (economici, molti dei quali camuffati da perseguitati) in tempi non sospetti. Le ultime ondate di esuli, abbattutesi sui nostri territori, hanno “soltanto” fatto saltare il tappo della situazione. Se siamo giunti a questo livello di criticità nella gestione di tali masse umane non è (tanto) per le guerre e i conflitti intorno all’Europa, ma per la maniera in cui è stata “fabbricata” l’emergenza. L’immigrazione di massa è un fenomeno ricorsivo, comune a molte epoche storiche; ma nel nostro presente sembra sia diventata un’arma di ricatto geopolitico, più di quanto non accadesse in periodi precedenti.

L’aggressione militare della NATO alla Giamahiriya libica, continuazione del processo destabilizzatore denominato “Primavera araba”, ha provocato come conseguenza più evidente ed immediata l’impennata degli sbarchi dei migranti in Europa attraverso il Mar Mediterraneo. Sul versante orientale, è la guerra contro la Siria a favorire il processo migratorio dal Vicino Oriente. Ma le cose stanno davvero così? Esiste un nesso diretto tra guerra e migrazione, oppure il fenomeno di sradicamento degli esseri umani è alimentato anche da interessi geopolitici particolari?

Chi critica il capitalismo approvando l’immigrazione, della quale la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a stare zitto. Chi critica l’immigrazione restando muto circa il capitalismo, dovrebbe fare altrettanto.

Neoconservatrici o neoliberiste che siano, le politiche che hanno causato la peggiore crisi dei rifugiati in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale hanno radice nei crogioli politici dei gruppi di facciata finanziati da George Soros e dalla Cia in Europa e Stati Uniti. Soros, il quale non è altro che l’uomo di punta miliardario dell’ancor più ricca famiglia di banchieri Rothschild dell’Europa occidentale, ha già contribuito, a suo tempo, a distruggere la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, con l’aiuto attivo dell’Unione Europea e della Nato. Le sette repubbliche che una volta costituivano la Jugoslavia ora sono le principali vie di transito per decine di migliaia (e in futuro centinaia di migliaia) di migranti extraeuropei.

Il cosiddetto “Piano Kalergi” viene spesso indicato come la prova decisiva dell’etnocidio europeo, come la “pistola fumante” che inchioderebbe i manovratori occulti di un progetto sistematico di distruzione etno-culturale dei popoli europei. In base agli schemi mentali tipici del “complottismo”, la nascita di questo piano “perfetto” sarebbe da ricondurre al conte Richard Coudenhove-Kalergi. Il presente articolo si propone quindi di analizzare la vita e le idee del fondatore di Paneuropa con un approccio lucido e rigoroso, ricorrendo alla letteratura scientifica più aggiornata sul tema. Ne emerge che il “Piano Kalergi” è un falso obiettivo che, paradossalmente, distoglie l’attenzione dai reali responsabili della “grande sostituzione” dei popoli europei.

L’immigrazione in Europa dagli anni Ottanta in poi non ha corrisposto ad una reale necessità di forza lavoro. È possibile che sia stata dovuta a ragioni geopolitiche e che negli ultimi anni sia diventata una vera e propria “arma di immigrazione di massa”? Alcune ipotesi sulle dinamiche dell’immigrazione in Europa.

A chi conviene la “politica dell’accoglienza”? E perché non è ammesso, nella “buona società”, avere opinioni critiche al riguardo, benché sensate e documentate? Chi “accoglie” è davvero più “buono” degli altri? A queste e ad altre domande prova a rispondere un articolo nel quale l’Autore, lungi dal ricorrere a scappatoie di tipo demagogico e discriminatorio, indica una possibile via d’uscita per una situazione che rischia di provocare (se non li ha già provocati) effetti devastanti.

I “poteri forti” che controllano l’Unione Europea (governi nazionali spesso non eletti, potentati economici e leader politici) hanno un progetto sulle nostre esistenze: si chiama “precariato totale”. Per realizzarlo, si deve passare attraverso una necessaria e scientifica dissoluzione dell’istituto familiare, visto come un impedimento alla “libera circolazione degli individui” e, contemporaneamente, attraverso l’importazione di masse di diseredati e disperati dal “terzo mondo”, per supplire alla mancanza di manodopera causata proprio dalla distruzione della famiglia e dalla conseguente denatalità.

Poche migliaia di persone hanno ottenuto lo status di rifugiato nel 2015 e nel 2016. Nel frattempo gli immigrati clandestini sbarcati sulle coste italiane sono stati più di 300.000, una buona parte dei quali ha presentato richiesta di asilo pur non avendo i requisiti per ottenerlo. Provengono infatti in gran parte da paesi in cui non sono in corso guerre né si registrano forme gravi di discriminazione, repressione e persecuzione. Testimonianze, fonti africane e i dati relativi ai costi sostenuti per emigrare clandestinamente rivelano inoltre che a motivare la maggior parte degli emigranti non è la necessità di sottrarsi a situazioni di povertà estrema.

La questione dell’immigrazione di massa dai paesi colpiti da catastrofi umanitarie e da guerre infinite verso le nazioni più sviluppate è un tema sempre al centro dell’attenzione mediatica, nonché dello studio degli esperti delle materie internazionalistiche. Dal punto di vista del diritto internazionale, in tema di statuto dei rifugiati, uno degli appigli normativi più saldi sembra essere la Convenzione di Ginevra del 1951, che grazie al Protocollo del 1967ha raggiunto un elevato grado di adesione da parte dei soggetti della comunità internazionale nei vari continenti, elevandosi così a stella polare nel firmamento delle leggi internazionali e sovranazionali riguardanti la materia del diritto umanitario.

Stretta fra la “politica globale” immigratoria imposta dai poteri forti e la necessità di limitarne i danni, l’Europa scarica sulla Turchia la gestione di importanti flussi migratori. Gli accordi del marzo 2016 stanno producendo qualche risultato, pur fra difficoltà di ogni genere, spesso poste in capo a un Paese già disastrato dai “creditori internazionali”, la Grecia. Ma questi accordi non sono molto apprezzati dagli alfieri della globalizzazione, in quanto, come afferma Soros, non sono in linea coi “valori mondiali in materia di diritti umani”, sicché sarebbe preferibile “accogliere anche 300.000 rifugiati all’anno”. In realtà l’accordo turco-europeo, lungi dal risolvere la drammatica questione immigratoria, costituisce per lo meno un esempio di utile confronto fra l’Europa e la Turchia e della loro complementarità geopolitica.

L’attuale immigrazione costituisce un grave problema per la Bulgaria. Anche se l’Europa dovesse contribuire finanziariamente all’accoglienza dei migranti da parte della piccola repubblica balcanica, il peso sarebbe comunque insostenibile per la fragile economia di un paese in cui il 10% della popolazione vive nella povertà e nell’analfabetismo. Oltre al rischio che l’aumento del numero dei rifugiati rompa l’equilibrio demografico del paese, è fondato il timore che intere zone scarsamente popolate – come la regione sud-orientale al confine con la Turchia – possano essere popolate da nuovi arrivati provenienti da contesti culturali troppo diversi. La posizione geografica della Bulgaria è sfavorevole, poiché il confine con la Turchia fa di essa il primo cancello di ingresso verso l’Europa. La Bulgaria perciò condivide con l’Italia, la Grecia e la Serbia la difficile situazione di paese di frontiera.

La Heimskringla saga, redatta in norreno verso il 1225 dal poeta islandese Snorri Sturluson, espone la genealogia delle divinità degli antichi Germani. La saga narra come gli dèi (gli Asi) si fossero insediati in Scandinavia al termine di una migrazione iniziata dal Tyrkland (“Paese dei Turchi”), una terra ubicata nella regione caucasica o in una zona ad essa adiacente.

L’articolo si propone di analizzare il contesto all’interno del quale si è verificato lo spostamento dei Longobardi in Italia nel 568. Attraverso l’utilizzo di alcune fonti narrative e dei risultati più recenti della storiografia si mira a rendere conto del contesto in cui operavano i Longobardi prima del loro arrivo in Italia e dei loro legami col mondo romano, oltre che a presentare brevemente la tematica dell’etnogenesi dei popoli altomedievali.

L’articolo si propone di analizzare il contesto all’interno del quale si è verificato lo spostamento dei Longobardi in Italia nel 568. Attraverso l’utilizzo di alcune fonti narrative e dei risultati più recenti della storiografia si mira a rendere conto del contesto in cui operavano i Longobardi prima del loro arrivo in Italia e dei loro legami col mondo romano, oltre che a presentare brevemente la tematica dell’etnogenesi dei popoli altomedievali.

LA RUSSIA E I SUOI VICINI

Durante quasi tutta la prima metà del 2016, i rapporti tra Russia e Turchia sono stati segnati da un’aperta ostilità. Oggi, a distanza di nemmeno un anno dall’abbattimento del Suchoj, i due Paesi sono vicini ad un’alleanza de facto. La riconciliazione ha reso possibili nuovi scenari di cooperazione in vari ambiti, dalla Siria alle vie del gas, e anche le prospettive future sono positive.

Dopo la crisi ucraina e le sanzioni, la Russia vive una situazione difficile: le importazioni dei beni di consumo dall’Occidente sono bloccate, l’Armata è impegnata sul fronte del Donbass e nel Vicino Oriente, i prezzi di gas e petrolio sul mercato mondiale sono più che dimezzati rispetto al 2013. Perciò Putin non può più contare sulle alte rendite petrolifere per sistemare le contraddizioni economiche interne. Frattanto, per non sguarnire il mercato dei manufatti, è stato costretto a rivolgersi alla Cina, che vende a condizioni di monopolio. L’inflazione è alle stelle e colpisce una popolazione ormai “viziata” da quindici anni di consumismo. Il Presidente cerca di evitare l’emergere del malcontento sociale, anche cercando di mantenere alto lo spirito patriottico, che si è dimostrato in questi anni l’arma vincente del paese. Quanto può durare una situazione di questo genere senza un più attivo intervento della Cina nei rapporti internazionali?

DOCUMENTI E INTERVISTE

Stefano Vernole, Intervista all’avv. Gianluca Vinci, Segretario regionale della Lega Nord in Emilia-Romagna

0

Il tuo carrello