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XLV – L’America non si isolerà

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Le posizioni assunte da Trump e dalla sua squadra nei confronti di Cina, Iran e Russia hanno richiamato alla realtà chi pensava che la nuova amministrazione imprimesse agli USA una svolta isolazionista. Anziché un improbabile isolazionismo degli USA, occorre prenderne in considerazione l’”insularità” teorizzata da Mahan: in quanto “isola maggiore” subentrata all’”isola minore” britannica, gli USA perseguono il potere mondiale attraverso il dominio dei mari.

Descrizione

DOSSARIO: L’AMERICA NON SI ISOLERÁ

È noto che anche dopo la Grande Guerra gli equilibri geopolitici mondiali continuarono ad essere imperniati sull’egemonia dell’impero britannico, benché l’intervento degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell’Intesa fosse stato decisivo per la sconfitta degli imperi centrali. Difatti, fu solo grazie alla Seconda guerra mondiale che si verificò la transizione egemonica che vide gli Stati Uniti prendere il posto della Gran Bretagna come potenza liberal-capitalistica egemone, e diventare il gendarme del cosiddetto “mondo libero”. E dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti hanno cercato addirittura di americanizzare l’intero pianeta. Una impresa però che si è rivelata oltre le possibilità della grande potenza d’oltreoceano e al tempo stesso ha generato un caos sistemico, che è lecito ritenere il tipico segnale dell’autunno della potenza egemone.

La politica estera di Trump sembra indirizzata ad alimentare pericolose tensioni nel Vicino Oriente e nell’area del Pacifico; in America Latina sono prevedibili reazioni di rigetto. Per quanto riguarda l’Europa, la presenza di repubblicani filoglobalisti nella nuova amministrazione indurrà il Presidente a moderare le sue vedute circa la NATO ed a far causa comune coi sostenitori dell’UE.

La presidenza Trump si inaugura sotto due duplici novità: l’una riguarda la revisione della tradizionale politica americana dei rapporti internazionali ispirata al multilateralismo liberale; l’altra attiene alla messa in atto di una politica economica tendenzialmente protezionistica che, assegnando agli Stati Uniti un ruolo di primo beneficiario degli scambi internazionali, tende a modificare gli squilibri nel conto finanziario statunitense e a stabilizzare il deficit commerciale. Tutto ciò è funzionale al rafforzamento interno della potenza nordamericana, la quale, non intendendo cedere la leadership mondiale al concorrente cinese, punta a ridurre l’impegno in tema di multilateralismo al fine di rafforzarsi internamente e prepararsi meglio allo scontro con Pechino.

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi ha allontanato, almeno a breve termine, l’eventualità di uno scontro all’ultimo sangue con la Russia (con l’Europa nel mezzo, campo di battaglia). A sostenere il candidato repubblicano è stata quell’America intenzionata a non accantonare il “sogno americano” a favore di un incubo fatto di deindustrializzazione, “diritti civili” ed “esportazione della democrazia”. “America First”, il motto del nuovo inquilino della Casa Bianca, non piace ai fautori della globalizzazione delle merci, degli uomini e degli stili di vita.

Dopo le recenti elezioni presidenziali, le linee della politica estera statunitense sembrano poter mutare repentinamente. Le posizioni assunte dal neoeletto Donald Trump durante la campagna elettorale hanno suggerito un possibile riposizionamento degli USA in senso isolazionista nel panorama geopolitico. Questa scelta non è insolita, anzi, sarebbe la conferma di una rinascita della vecchia vocazione statunitense, oscurata dagli ultimi settant’anni di rampante globalismo. Rivedendo la storia del Nuovo Continente in particolare sotto un approccio identitario, che fa riferimento alle radici dei cittadini USA sin dai padri pellegrini, si può intendere come l’eventuale nuovo approccio è ben più di una possibilità ed è tutt’altro che un’eccezione.

Nonostante Trump continui a manifestare la sua stima per Vladimir Putin, non ci troviamo di fronte ad un’inversione di rotta per quanto riguarda i rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Mosca continuerà a rappresentare un ostacolo per i disegni egemonici statunitensi non solo nel Vicino Oriente, ma anche in Europa, dove proseguirà la strategia di “contenimento” della Russia, tornata ad essere protagonista nel sistema internazionale.

L’accordo sul nucleare iraniano concluso in Austria tra il governo di Teheran e una parte della comunità internazionale nel luglio del 2015 rappresenta uno sforzo dei governi verso la distensione e la pace, ma i principali problemi sorgono nella fase dell’attuazione di tale trattato internazionale. I cambi di governo e le impostazioni ideologiche divergenti, soprattutto a Washington, potrebbero mutare gli equilibri di un già fragile compromesso tra diversi paesi e attori mondiali e regionali.

Nell’ottica statunitense della frammentazione e della balcanizzazione del Vicino Oriente, la Turchia è passata dal precedente ruolo di avamposto del Patto Atlantico a quello di entità da depotenziare e magari da smembrare: una “retrocessione” originata dalla diffidenza occidentale nei confronti di governi (quelli retti dall’AKP dal 2002 in poi) mai completamente graditi, perfino negli anni della loro piena partecipazione all’aggressione alla Siria. Ora che la Turchia – diffidando a sua volta degli Stati Uniti – ha fatto registrare importanti segnali di discontinuità nelle sue scelte geopolitiche e a Washington si sono installati un nuovo Presidente e un nuovo esecutivo, sono diversi gli scenari possibili delle relazioni turco-statunitensi, corrispondenti o alla riaffermazione del dominio unipolare statunitense o al progredire di un nuovo ordine multipolare.

Negli anni tra la fine della Guerra Fredda e il 2016 da poco conclusosi, Russia e Turchia hanno costituito la dimostrazione di come le ragioni della politica estera possano essere totalmente antitetiche rispetto a quelle identitarie. La Russia, anche al di là dell’Atlantico, viene normalmente considerata come un Paese europeo, ma per ragioni strategiche si è cercato di mantenerla quanto più lontano possibile dall’Europa. La Turchia, invece, per consenso generale non è considerata un Paese europeo, ma per le stesse ragioni si è puntato ad avvicinarla quanto possibile al Vecchio Continente.

Non ci sono i presupposti reali per vedere la Cina come una “minaccia”, se non da punti di vista politici faziosi o ignari della realtà. Il mondo degli affari ne è consapevole, ma potrebbe rimanere vittima di giochi geostrategici pericolosi. Se da un lato le nuove possibili relazioni tra gli Usa e la Russia rappresenterebbero la più grande discontinuità e il maggior merito dell’amministrazione entrante, dall’altro Trump, in continuità con Obama, non modificherà probabilmente le numerose operazioni anticinesi che gli Usa perseguono dal Mediterraneo all’Estremo Oriente. A loro rischio e pericolo. Andare contro la Cina, cosa che gran parte del mondo degli affari non vuole, si ritorcerebbe contro gli Stati uniti, come centro di potere e come popolo. Questo articolo cerca di offrire un ragionamento a sostegno di tali valutazioni, dimostrando in che direzione stia mutando l’assetto di potere al livello mondiale. Il rischio ultimo, che non vorremmo tenere nemmeno in considerazione, è che l’apparato militare-industriale statunitense abbia un’inerzia superiore alle ragioni della storia.

L’elezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America è sicuramente un segnale di forte discontinuità rispetto agli otto anni dell’Amministrazione Obama. La sconfitta di Hillary Clinton, in particolare, rappresenta una battuta d’arresto per i sogni messianici dei neocons statunitensi e costringe il sistema a stelle e strisce a cambiare strategia. Trump rappresenterà la fine dell’espansionismo nordamericano o verrà utilizzato per dividere il fronte eurasiatico e regolare i conti con la Cina prima dell’inevitabile sorpasso?

La politica estera nordamericana nell’America latina resterà presumibilmente invariata; anzi, non è improbabile che gli USA decidano di recuperare l’egemonia su quello che essi chiamano il loro “cortile di casa”. Un discorso a parte, poi, va fatto per il Messico, data la preoccupazione di Trump per l’immigrazione latinoamericana.

Quando si è il presidente del paese più potente del mondo, anche i gesti apparentemente più innocui possono celare significati profondi. Ora che alla casa Bianca siede Donald Trump, gli occhi di tutti sono puntati su di lui: e la semplice scelta di un quadro va molto al di là di una mera preferenza estetica.

GEODIRITTO

Gli USA non hanno aderito alla Corte Penale Internazionale per diversi motivi, ma il motivo principale rimane la presunta violazione della sovranità nazionale statunitense da parte del suddetto ente internazionale. E ciò sembra in antitesi rispetto al fatto che il governo nordamericano stesso inizialmente fu tra i promotori della Corte, per poi cambiare idea e porsi tra le nazioni critiche rispetto a tale iniziativa.

DOCUMENTI

Pierre Drieu La Rochelle, Genève ou Moscou, Parte prima, Cap. 1; Parte seconda, Capitolo 2. Trad. it. di C. Mutti, Settimo Sigillo, Roma 2017.

Imperialismo U.S.A. (Roma 1932) tratta ampiamente la storia degli Stati Uniti, dagli insediamenti dei Padri Pellegrini all’indipendenza al consolidamento della potenza con la fine della guerra civile. L’analisi mette in evidenza le particolarità, o meglio le anomalie, che distinguono la repubblica americana dagli altri Stati del mondo, sia per le finalità a lungo termine sia per il modo e gli strumenti di azione.

Gregory Bienstock, The Struggle For The Pacific, Allen and Unwin, London, 1937, II, 6. – Gregorij Osipovič Bienstock (1884-1954), collaboratore di Parvus e poi di Jurij Larin, lasciò la Russia e si stabilì in Germania, dove svolse attività politica nelle file della socialdemocrazia.

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