Il senso comune dell’impresa è per certi aspetti un riflesso condizionato dell’economia aziendale che si occupa dell’impresa in quanto unità produttiva, coesa ad un coordinamento dei fattori produttivi al fine di competere, o entrare in concorrenza con altre produzioni similari.

Né quest’idea si discosta di molto da un ambito di economia classica, o di marxismo Novecentesco, che intendeva collocare la produzione dell’impresa in una combinazione efficiente dei fattori stessi, in spazi delimitati, o interrotti dalle tante produzioni separate dallo spazio economico del mercato, luogo elettivo dello scontro-incontro, oltre che della mediazione (provvisoria) tra le innumerevoli attività economiche. Anche se l’impresa, in quanto microfisica di un potere diffuso è al tempo stesso ben delimitata; è un riflesso sociale di una società strutturata come un insieme di relazioni tra gruppi e ceti che compongono una formazione sociale moderna; un’identificazione di potere circoscritto con il gruppo unitario di comando (manageriale-proprietario), la cui configurazione interna è specularmente sociale, tra dominanti e dominati: una dicotomia più generale della società, nella cui formazione sociale ed economica vengono a (ri)comporsi i processi di espropriazione dei produttori dai mezzi di produzione, con la formazione del mercato della forza lavoro.

L’impresa manageriale ha saputo imprimere in modo pervasivo la sua maggiore potenza sociale, rispetto a quella borghese, perché in essa convivevano aspetti diversi di un’unica articolazione di potere; anzitutto, come “luogo politico” elettivo in grado di scegliere l’innovazione nella produzione come massima espressione della sua potenza espansiva, e con essa un sistema di conflitti strategici (in)tra formazioni particolari; inoltre, un esercizio del potere sottile nei suoi meccanismi più intimi, in grado di creare oggetti del sapere, o di farli emergere, accumulando informazioni da utilizzare: l’esercizio del potere crea perpetuamente sapere e viceversa il sapere porta con sé effetti di potere.

Per una prima approssimazione, e secondo la tradizione della scienza dell’economica classica e marxista, il sistema impresa, nella sua microfisica di potere sociale diffuso, si può definire come un insieme di gruppo(i) di comando produttivo disposto in modo collaterale, con una configurazione tipo gerarchico nelle funzioni e ruoli sociali. Un potere autoritario, dell’impresa, che si allunga e tende a diluirsi fino ad interrompersi nel mercato, in un sistema di interazione concorrenziale; un’idea di mercato, da intendersi come discontinuità tra produzioni separate e in conflitto permanente, in uno spazio vuoto, fuori del quale sono possibili accordi di pace armata, tra imprese (in conflitto); con una prima importante considerazione: l’impresa e il mercato sono due realtà nettamente distinte e contrapposte; l’impresa come sede dell’organizzazione pianificata delle forze produttive da parte degli agenti capitalistici; il mercato, al contrario, il luogo dell’anarchia mercantile o dell’assenza di ogni pianificazione;

In soccorso alla separazione dell’impresa dal mercato arrivò fin dagli anni Trenta del secolo scorso, nel periodo della grande recessione Usa, la scienza economica “dell’Istituzionalismo” Usa, che riguardò lo studio dei comportamenti dell’impresa; quando nasce la possibilità di uno scambio tra contraenti (imprese) e la conseguente difficoltà per arrivare ad un accordo, o far rispettare l’accordo raggiunto, “l’Economia dei Costi di Transazione” è la scienza economica-sociale che studia i rapporti di transazione, cioè i rapporti di scambio tra beni o servizi in cui le parti evitano o concludono una lite, facendosi reciproche concessioni.(cfr.dir.civ.); anche se in Usa la transazione si svolse al di fuori dei tribunali e di ogni regolamento giuridico istituzionale, in modo da rendere più fluido ogni politica di intervento dello Stato sull’economia in crisi. Venne così a crearsi una struttura interdisciplinare, le cui regole si formarono in modo empirico, tra le imprese in conflitto.

Gli Usa in piena recessione degli anni Trenta, oltre al maggior intervento della Spesa Pubblica, di rooseveltiana memoria, mirata al sostegno della domanda dei beni, onde far ripartire il ciclo economico, tentarono un ricomposizione della separazione dell’impresa da un mercato fuori controllo, per riprendere i fili dei rapporti mercantilistici interrotti; maturò così, nel campo dell’osservazione di ogni esperienza imprenditoriale, una vasta produzione scientifica che si sviluppò, nel soppesare e valutare i comportamenti aziendali, in grado di interpretare i profondi mutamenti conseguenti alle imprese in crisi, onde poter intervenire modificando le strutture verticali e fortemente integrate delle organizzazioni aziendali degli anni Trenta.. A partire da quel periodo, ed in particolare dal Secondo dopoguerra (’45-50) tali strutture (multifunzionali) vennero perciò trasferite a organizzazioni multidivisionali, o a imprese piccole, quote crescenti della produzione; le organizzazioni si decentrarono in produzioni con responsabilità autonome dei manager locali, i cui decisionismi (i “noccioli duri” di ogni localismo produttivo), dovevano risultare compatibili all’insieme del complesso strategico guidato da agenti manager politici, dotati di poteri di coordinamento generale, collocati nei ruoli chiave dei complessi (mega)strategici delle Strutture Istituzionali Sovranazionali come la Fed, Fmi…

Gli anni Sessanta rappresentarono per gli Usa l’inizio di una straordinaria espansione capitalistica nel mondo Occidentale, pur segnata, un decennio dopo, da alcuni riposizionamenti geopolitici, con la debacle militare nel Vietnam (1972) e/o nel far fronte ai innumerevoli paesi del terzo mondo in piena offensiva anticolonialistica, e portata avanti dall’insieme dei movimenti di liberazione nazionali, con i sostegni finanziari dei Paesi dell’Est (Urss in primis). Con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (1971) vennero a crearsi un concentrato di fattori destabilizzanti: fluttuazione nei cambi, inflazione a due cifre, doppia emergenza petrolifera, crisi delle grandi imprese, destabilizzazione degli oligopoli, intensificazione della concorrenza internazionale, lotte sindacali,…

La mano visibile dell’ordine sistemico pianificatore del sistema centralizzato della grande impresa Manageriale, ebbe un primo grande sussulto rispetto al disordine invisibile del mercato ( prezzi, inflazione…), e rispetto al quale Il paese predominante Usa intervenne mettendo in discussione la capacità coordinativa e innovativa dell’impresa manageriale nei confronti dei mercato, nel poderoso apparato di economie di replicazione e di regolazione che le stesse imprese avevano costruito in mezzo secolo di applicazione con gli standard della produzione di massa. Si trattò di introdurre un criterio di flessibilità per inseguire una domanda di mercato meno controllabile, de verticalizzando, come sopra indicato, la grande impresa manageriale in strutture multidivisionali e dando spazio alle piccole imprese con produzioni di nicchia, e sostituendo così la produzione di massa degli anni Sessanta con una produzione di varietà e variabilità degli anni Settanta e Ottanta .

La strategia dell’impresa venne perciò “orientata non più alla crescita quanto alla selezione intelligente delle attività da mantenere sotto il diretto controllo, procedendo invece alla esternalizzazione delle altre….si sviluppa un’attività pratica di ricomposizione dei legami tra le parti autonomizzate….mentre si moltiplicano gli accordi di cooperazione e alleanza tra imprese….catena e sistema del valore di Porter (1987) rendono abbastanza bene questo spostamento del focus organizzativo: in luogo dell’impresa-monolite, si cerca di rendere policentrica, ma anche connessa l’organizzazione “(cfr. Di Bernardo 1987).

Il cambio di marcia della strategia imprenditoriale manageriale fu soltanto un riflesso condizionato di una strategia di un riposizionamento del predominio Usa teso ad imprimere un più forte processo capitalistico in grado di permeare ogni tessuto sociale di ogni formazione particolare sociale europea, prima dell’arrivo della crisi del mondo dell’Est; e cioè un modello capitalistico per essere pronti con l’appuntamento della storia, ed in grado perciò “travalicare i confini “ per la grande invasione, come di lì a breve avvenne subito dopo la caduta del muro di Berlino (’89).

L’impresa in quanto microfisica di un potere sociale diffuso, un incunabolo di rilevanza strategica, in grado di metabolizzare, nel suo sistema invariante, una nuova forma oggettiva di proiezione dell’impresa al di fuori dei propri confini esternalizzando le proprie attività, sostituendo la dimensione della grande impresa con le “economie di scopo”: dalle economie di replicazione della produzione di massa, alle “economie di regolazione”(cfr.Di Bernardo 1991).

Una proiezione dell’impresa esterna di tipo non competitivo con “la possibilità di organizzare l’ambiente esterno invece di affidarlo semplicemente al mercato, permette alla teoria di mettere a fuoco le forme organizzative che popolano lo spazio intermedio tra il mercato e la gerarchia. Si comincia ad occuparsi attivamente di relazioni cooperative con i fornitori, i clienti, i distributori, i centri di ricerca e perfino con i concorrenti (cfr. Porter,1987). ..E si arriva a configurare relazioni quasi-gerarchiche fuori dei confini dell’impresa, nei confronti di operatori formalmente indipendenti ma di fatto soggetti al potere direttivo del management aziendale. L’importanza di questa evoluzione del concetto dimensionale sta soprattutto nel rendere obsoleta quella contrapposizione tra mercato e impresa che era stata al centro del dibattito dagli anni Venti in poi” (Cfr. Di Bernardo “Le Dimensioni D’impresa, Scala, Scopo, Varietà” ,1991).

Uno scivolamento sistemico dell’impresa manageriale rimpolpata da un corpo dottrinario denominato negli anni Settanta, “Neoistituzionalismo” di E.Williamson. Una teoria che affondò le sue radici pioneristiche dell’ Istituzionalismo di Coase (1937), un autore che aveva studiato il mercato come transazione, cioè popolato tra soggetti atomizzati e privi di storia. Williamson, nel suo testo più importante, “ Le Istituzioni Economiche Del Capitalismo”(1986), estese ulteriormente la nozione di mercato, in cui si scambiano merci (beni e fattori della produzione), ad un mercato in cui si scambiano transazioni, cioè obblighi contrattuali (fornitori, creditori, scambio di merci, assicurazioni sui rischi di ogni tipo, acquisto e vendita di azioni e obbligazioni, o contratti dei “rischi sui rischi” come i derivati finanziari del primo decennio del Duemila.); una transazione in grado di allungare l’impresa, nei tanti punti ininterrotti del mercato: una atomizzazione “dell’uomo contrattuale” in sostituzione dell’homo economicus dell’impresa borghese. Un sostanziale ribaltamento ideologico che mette sullo stesso piano la merce prodotta nel processo trasformativo dell’impresa di produzione, con il complesso organizzativo dell’impresa stessa: un’equivalenza formale del processo produttivo ridotto a merce. Un ostacolo economicistico di una apparente rappresentazione di superficie, frapposta, alla comprensione della funzione dell’impresa che nel sistema dei rapporti sociali di produzione svolge una complessa architettura sociale del comando gerarchico di un’impresa di produzione, atta a produrre merci, e perciò diversa ad un’impresa di servizi, anche se posta alla stessa stregua: una parità apparentemente formale tra organizzazioni gerarchiche imprenditoriali, entro cui nascondere una impersonale dinamica di autoproduzione del sistema dei rapporti sociali tesi ad accrescere, “nella storicamente determinata” forma capitalistica, la ricchezza dell’infima minoranza degli strati superiori della società, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione.

Un economicismo volto al nascondimento della equivalenza formale dei processi capitalistici, in perdita di competizione delle imprese, la cui duplicazione finanziaria si svolge nel segno della potenza predominante Usa, in grado di far fronte in modo tempestivo alla crisi di liquidità internazionale delle imprese, trasformando le imprese stesse, in beni da vendere rapidamente attraverso il mercato delle transazioni, con l’aiuto delle grandi Banche d’Affari ( in primis Goldman Sachs..); una sorta di mercato dell’usato di imprese da rottamare, dopo averne svuotato i patrimoni, diventati titoli, e/o carta straccia, da vendere sui mercati, come è avvenuto nel dopo mani pulite in Italia, con l’insieme del sistema industriale italiano (Iri in orimis).

Gli Usa, in quanto paese predominante fin dalla Seconda guerra mondiale, imposero e premiarono gi scienziati sociali che si occuparono maggiormente delle strategie aziendali, aiutati in ciò dai grandi investimenti in ricerche sociali, presso le loro Grandi Università dell’Economia. Lo studio sulle transazioni possono compendiarsi in una “Scienza politica dell’opportunismo imprenditoriale”; una parafrasi, che ricorda molto l’arte “Della Guerra” di Clausewitz, tanto fu l’acume posto da tali autori al servizio allo studio delle organizzazioni aziendali, oltre ad un loro indubbio vigore scientifico; si ricordano a questo proposito, che i premi Nobel dell’economia furono concessi, non a caso, nel 1991 a Ronald Coase e nel 2009, e, in piena recessione del periodo attuale, per l’anno 2009 a Oliver E. Williamson: un pieno riconoscimento ad una collocazione scientemente politica sulle organizzazioni imprenditoriali da imitare, parimenti alla democrazia e ai diritti umani da esportazione; capitoli ancora inediti, di ricerca teorica sulle filosofie delle imprese Usa, e tutte ancora da (ri)scrivere.

L’economia dei costi di transazione si può ulteriormente definire come un’insieme inscindibile, tra il razionalismo strumentale dell’impresa, e l’inganno permanente senza il quale la razionalità del minimo costo-massimo profitto può venir meno; un significato pieno della razionalità strumentale, al fine di comprendere che oltre alle combinazione dei fattori della produzione dell’impresa, la teoria dell’inganno e/o della teoria dei “Costi di Transazione” è il supporto fondamentale di ogni contrattazione, che possa ridurre al minimo il rischio della supremazia dell’impresa Usa; un modo come un altro, di far accettare le politiche più sconvenienti al paese asservito.

Certo è che il sistema delle transazioni rappresentò un passaggio ulteriore dell’impresa Manageriale (Usa) che, dalla sua fase espansionistica in Europa, dagli anni ’70 in poi, assunse un predominio su un terreno sgombro di ogni intralcio istituzionale, in ciascuna formazione particolare. Si volle in sostanza, mettere in piena libertà la “Creatura” dell’impresa manageriale sempre in ridefinizione, in ottemperanza al complesso strategico, libera di scorazzare, “nel proprio cortile di casa “, ridisegnando in esso, nuove dipendenze, in sbiadite foto ricordo delle passate rivoluzioni industriali; un andare oltre il tracciato storico, già segnato dal liberismo Ottocentesco, che il Capitalismo Usa travalicò liberamente, in sostituzione di quello inglese, fin dalla sua apparizione, nei primi del Novecento e con una indubbia grandezza sinistra; un capitalismo ampiamente innovativo, che ha saputo tenere l’insieme del mondo Occidentale con il rovescio della medaglia della storia, segnata da guerre catastrofiche, non solo militari, e che l’approssimarsi del multipolarismo impone, in continuum, nuovi profili politici imprenditoriali del dominio Usa.

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