Fonte: http://www.silviacattori.net/article1089.html

22 gennaio 2010

Dossier a cura di David Morrison

ottobre 2008

Un rapporto dell’“Ireland Palestine Solidarity Campaign”

Unit 5, 64 Dame Street, Dublin 2, Ireland.

Indice

Riassunto

1 – Il Partenariato Euro-Mediterraneo

1.1)           La Dichiarazione di Barcellona

1.2)           Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona nel 1995

1.3)           Due pesi e due misure dell’UE nei confronti di Israele e Russia

1.4)           Due pesi e due misure dell’UE nei confronti di Israele ed Iran

1.5)           Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona oggi

2 – L’accordo Euro-Med

2.1)      La clausola dei diritti dell’uomo nell’Accordo Euro-Med

2.2)      Le violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario

2.3)      L’UE viene meno ai suoi obblighi di agire di fronte alle violazioni israeliane

3 – La Politica Europea di Vicinato (PEV)

3.1)            Obiettivo della PEV

3.2)      La discriminazione israeliana contro la sua minoranza araba

3.3)      Le azioni israeliane nei Territori Occupati

3.4)      L’UE ignora l’appello del Primo Ministro Palestinese

4 – L’Accordo sui Movimenti e l’Accesso (AMA)

4.1)      Il passaggio di Rafah verso l’Egitto

4.2)      Le altre promesse dell’accordo AMA

5 – Conclusioni

Allegati

a)      I fatti rilevanti delle relazioni UE-Israele

b)     Le violazioni israeliane della Carta delle Nazioni Unite

c)      Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza violate da Israele

d)     La Corte Internazionale di Giustizia a proposito del Muro

e)      Riferimenti

Riassunto

Il 1 settembre 2008, l’UE ha deciso che i suoi rapporti con la Russia circa un nuovo accordo di partenariato sarebbero stati rinviati « finché le truppe (russe) avessero riguadagnato le loro posizioni, occupate prima del 7 agosto », ovvero fin quando l’occupazione militare russa della Georgia (almeno al di fuori dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia) non fosse terminata.

Il 28 novembre 1995, l’UE ha autorizzato Israele a diventare partner, secondo i termini del Partenariato Euro-Mediterraneo riguardante gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo. All’epoca, le truppe israeliane occupavano in parte il Libano e la Siria e i Territori Occupati Palestinesi (la Cisgiordania e Gaza) da molti anni: il Libano dal 1978, gli altri territori dal 1967.

Evidentemente, l’UE ha applicato delle regole molto differenti nelle sue relazioni con Israele e la Russia. Se le condizioni applicate alla Russia nel settembre 2008 lo fossero state anche con Israele nel novembre 1995, epoca in cui lo Stato ebraico era candidato al partenariato, l’UE avrebbe rifiutato d’intavolarvi dei negoziati finché le truppe israeliane non si fossero ritirate dal Libano, dalla Siria e dai Territori Occupati Palestinesi.

C’è un altro aspetto sorprendente delle relazioni europee con Israele: l’UE ha firmato senza batter ciglio degli accordi con Israele proprio mentre, al momento della firma, questo Stato violava gli obblighi enunciati in questi accordi.

Il Libano, la Siria ed Israele hanno firmato la Dichiarazione di Barcellona e sono divenuti partner dell’UE nel novembre 1995. A quell’epoca, alcune delle regioni del Libano e delle Siria erano sotto occupazione militare israeliana e le Alture del Golan erano state annesse da Israele. In maniera evidente, Israele veniva meno al suo impegno di « rispettare l’unità e l’integrità territoriali » dei suoi partner libanesi e siriani nel 1995, ovvero al momento della firma della Dichiarazione di Barcellona comprendente quest’obbligo. Ma l’UE chiuse gli occhi sulla violazione israeliana dell’accordo di partenariato e l’autorizzò a diventare socio europeo.

E l’UE ha continuato a chiudere gli occhi da allora ed ha concesso ad Israele di restare partner europeo, anche se oggi i territori siriani e libanesi rimangono ancora sotto occupazione militare israeliana e la sua aviazione militare invade frequentemente lo spazio aereo libanese.

L’UE ha concluso un certo numero di accordi con Israele, a partire dal Partenariato Euro-Mediterraneo firmato nel novembre 1995. Questi accordi obbligano i firmatari, ivi compreso Israele, a sottostare ai principi generalmente riconosciuti del diritto internazionale.

Noi sosteniamo che Israele è stato, ed è ancora, colpevole di violazioni di diversi principi normalmente ammessi del diritto internazionale senza curarsi dei suoi obblighi relativi agli accordi con l’UE. Documentiamo alcune delle sue violazioni in questo rapporto. Malgrado ciò, l’Europa ha costantemente chiuso gli occhi su queste violazioni e, senza tenerne conto, ha esteso le sue relazioni con Israele in maniera ininterrotta, la più recente delle quali risale al 16 giugno 2008.

Come abbiamo detto, secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo, Israele è tenuto a « rispettare l’unità e l’integrità territoriali » dei suoi consociati, cosa che non ha mai fatto nei riguardi del Libano e della Siria da quando il Partenariato esiste – dato che ha occupato militarmente delle zone dei loro territori. Secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo, Israele è ugualmente tenuto ad « agire conformemente alla carta della Nazioni Unite », ancora una volta cosa evidentemente mai rispettata dalla nascita del Partenariato – poiché continua a violare più risoluzioni del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite di ogni altro Stato al mondo. L’UE ha chiuso gli occhi su tutte queste violazioni di Israele e non ha esitato a mantenerlo come partner.

L’Accordo d’Associazione con Israele, secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo, comunemente conosciuto come Accordo Euro-Med, dà ad Israele un accesso privilegiato al mercato dell’UE. In conformità all’Articolo 2 di tale Accordo, « il rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi democratici” ne costituisce un “elemento essenziale » – non un elemento opzionale, né auspicabile, ma un elemento essenziale.

Non c’è il minimo dubito che Israele abbia continuamente mancato i suoi obblighi: l’esempio più recente è il suo strangolamento economico del popolo di Gaza nel 2007/2008, che l’Unione Europea stessa ha descritto come una « punizione collettiva », contraria al diritto internazionale umanitario. Pertanto, l’UE ha ancora una volta chiuso gli occhi di fronte a queste inosservanze israeliane del diritto internazionale umanitario e si è rifiutata di considerare una sospensione dell’Accordo finché Israele non adempiesse i suoi obblighi.

Dal 1995, Israele è partner dell’UE nell’ambito della politica europea di vicinato (PEV). Anche qui, Israele dovrebbe prendere delle misure al fine di promuovere e di proteggere i diritti della sua minoranza araba e di cercare un regolamento globale del conflitto in Medio Oriente. Questa è la conclusione di un rapporto della Commissione Europea sui progressi israeliani in quest’ambito, pubblicato nell’aprile 2008.

« Le questioni sollevate circa il dialogo politico comprendevano tra l’altro: il processo di pace, la situazione nel Vicino Oriente, la situazione della minoranza araba in Israele, le restrizioni al diritto di circolazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la costruzione del muro di separazione, le detenzioni amministrative, lo smantellamento degli avamposti, il previsto sviluppo di alcune colonie israeliane a Gerusalemme est, la moltiplicazione dei check-point. In realtà, sono stati realizzati pochi progressi concreti su queste questioni ».

Ancora una volta, l’UE ha chiuso gli occhi sull’assenza di progresso da parte di Israele ed ha deciso il 16 giugno 2008 di « rinforzare » le sue relazioni con questo Stato.

  1. 1. Il Partenariato Euro-Mediterraneo

La Sezione 1 descrive alcuni dei termini-chiave della Dichiarazione di Barcellona, che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo. Essa mostra che Israele infrangeva già gli obblighi enunciati nella Dichiarazione al momento della firma ed ha continuato a farlo da allora. Mostra che l’UE impone degli standard molto diversi tra un partenariato con la Russia ed uno con Israele – un’occupazione militare israeliana non è un ostacolo ad un partenariato con l’UE. Mette in contrasto la preoccupazione dell’UE riguardo le presunte armi nucleari dell’Iran con la sua assenza di preoccupazione per quelle reali d’Israele. Infine, questa Sezione descrive le infrazioni della Dichiarazione da parte d’Israele al giorno d’oggi.

1.1 La Dichiarazione di Barcellona

Il più importante sviluppo delle relazioni dell’UE con Israele (vd. Allegato A) si è avuto nel novembre 1995, con la firma della Dichiarazione di Barcellona1che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo2. Questo Partenariato includeva 15 Stati europei più 11 Stati della regione mediterranea (Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia) e l’Autorità Palestinese.

La Dichiarazione di Barcellona instaurò quello che descriveva come « un partenariato globale tra i partecipanti » che s’impegnano a conformarsi alle norme internazionali nelle loro relazioni reciproche, promettendo:

« di agire in conformità alla Carta delle Nazioni Unite e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, così come agli altri obblighi del diritto internazionale, ed in particolare quelli dettati dagli organismi internazionali o regionali di cui fanno parte. ».

I partecipanti s’impegnano ugualmente ad un certo numero di obblighi specifici nel rispetto dei loro “partner” del Partenariato Euro-Mediterraneo, ad esempio:

  1. 1. « astenersi, in conformità con le regole del diritto internazionale, da tutti gli interventi diretti o indiretti negli affari interni di un altro partner »;
  2. 2. « rispettare l’integrità e l’unità territoriali di ciascuno degli altri partner »;
  3. 3. « risolvere i loro conflitti in maniera pacifica, fare appello a tutti i partecipanti a rinunciare a ricorrere alla minaccia o all’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro partecipante, ivi compresa l’acquisizione di territorio tramite la forza, ed a riaffermare il diritto ad esercitare pienamente la sua sovranità con mezzi legittimi in conformità alla Carta delle Nazioni Unite ed al diritto internazionale ».

1.2 Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona nel 1995

Nel 1995, quando Israele firmò la Dichiarazione di Barcellona e s’impegnò a conformarsi ai suoi principi, Libano e Siria fecero lo stesso. A quell’epoca, Israele occupava militarmente delle regioni del Libano e della Siria e aveva annesso le Alture del Golan siriane. Senza alcuno sforzo d’immaginazione, non si poteva pretendere che Israele si astenesse dall’intervenire negli affari interni dei suoi soci libanesi e siriani, o rispettasse la loro integrità territoriale o regolasse le sue differenze con loro tramite mezzi pacifici. Evidentemente, Israele contravveniva ai suoi obblighi 1, 2, 3 della Dichiarazione di Barcellona nel momento in cui la firmò.

In quel periodo, Israele non rispettava neanche l’obbligo generale della Dichiarazione di Barcellona « d’agire conformemente alla Carta delle Nazioni Unite ». Occupava militarmente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza (così come alcune zone del Libano e della Siria), senza curarsi dell’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite (vd. Allegato B). Inoltre, l’Articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite esige che i suoi Stati-membri « accettino ed eseguano le decisioni del Consiglio di Sicurezza »[i]. Nel 1995, Israele violava 25 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che pretendeva alcuni atti da parte sua e da lui solamente (vd. Allegato C). Esse chiedevano, tra le altre cose, che Israele:

  • Cessasse le costruzione di colonie nei territori occupati, compresa Gerusalemme;
  • Annullasse la sua annessione di Gerusalemme-est e delle Alture del Golan;
  • Aprisse le sue istallazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA.

Il presidente Bush, il 12 settembre 2002, ha dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: « Noi vogliamo che le Nazioni Unite siano efficaci, rispettate e coronate da successo. Vogliamo che le risoluzioni dell’organismo multilaterale più importante al mondo siano applicate. ».

Israele non ha alcuna scusa per non eseguire « le risoluzioni dell’organismo multilaterale più importante al mondo ».

È chiaro che Israele infrangeva l’obbligo generale della Dichiarazione di Barcellona « di agire conformemente alla Carta delle Nazioni Unite » al momento della firma.

Ed è pur vero che l’UE, senza batter ciglio, fece di Israele un partner nel 1995, sebbene al tempo esso non rispettasse le condizioni della Dichiarazione di Barcellona. L’Europa chiuse gli occhi di fronte queste violazioni quando Israele firmò l’accordo di partenariato – e l’autorizzò a diventare partner europeo.

È così che l’UE ha adottato una posizione sconcertante.

1.3 Due pesi e le due misure dell’UE nei confronti di Israele e Russia

Nel settembre 2008, l’UE decise che i suoi incontri con la Russia circa un nuovo accordo di partenariato sarebbero aggiornati « finché le truppe (russe) avessero riguadagnato le loro posizioni, occupate prima del 7 agosto »[ii], in altre parole fin quando l’occupazione militare russa della Georgia (almeno al di fuori dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia) fosse terminata.

Nel novembre 1995, l’UE autorizzò Israele a diventare partner europeo, nel momento in cui le truppe israeliane occupavano in parte il Libano, la Siria ed i Territori Occupati Palestinesi (Cisgiordania e Gaza) da molti anni – il Libano dal 1978, gli altri territori dal 1967. Se le condizioni applicate alla Russia nel settembre 2008 lo fossero state ad Israele nel 1995, l’UE avrebbe rifiutato d’aprire delle negoziazioni con Israele, allora candidato al partenariato fino a quando le truppe israeliane si fossero ritirate dal Libano, dalla Siria e dai Territori Occupati Palestinesi.

È dunque evidente che l’UE ha applicato dei criteri molto differenti nelle relazioni con Israele e la Russia. Da un lato, Israele fu autorizzato a diventare partner europeo nel 1995,  mentre ampie fasce di territorio non appartenenti a lui subivano la sua occupazione militare da molti anni, ed è autorizzato a rimanere partner anche se la maggior parte di tali territori è ancor oggi sotto occupazione. All’opposto, la Russia non è autorizzata ad entrare nei negoziati in vista di un partenariato con l’UE se non pone fine alla sua occupazione di un mese dei territori della Georgia.

Quale giustificazione può esserci per cui l’Europa applica dei criteri così radicalmente differenti con Israele e Russia?

1.4 Due pesi e due misure dell’UE nei confronti di Israele ed Iran

Nella Dichiarazione di Barcellona, Israele firmò ugualmente quanto segue:

« Le parti ricercheranno un Medio Oriente che sia libero dalle armi di distruzione di massa, nucleari, chimiche o biologiche, così come dei loro vettori, e che sia mutualmente e realmente verificabile.

Inoltre, le parti rifletteranno sulle misure pratiche per impedire la proliferazione delle armi nucleari, chimiche e biologiche, così come un’accumulazione di armi convenzionali. ».

Israele è l’unico Stato del Medio Oriente che possiede l’arma nucleare (e probabilmente l’unico che possiede armi chimiche e biologiche). Dunque, il suo disarmo completo è una condizione necessaria, e probabilmente sufficiente, per giungere ad un « Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa », come lo esige la Dichiarazione di Barcellona. Pertanto, i progressi per arrivarvi sono soprattutto stati notati per la loro assenza da quando Israele si è impegnato a perseguire quest’obiettivo nel 1995.

Non vi è stato più alcun progresso riguardante la domanda del Consiglio di Sicurezza nella sua risoluzione 487, votata il 19 giugno 1981, che « Israele…metta immediatamente le sue installazioni nucleari sotto il controllo dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) »[iii]. 27 anni dopo, Israele non ha ancora aperto le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA, come a non aver notato le pressioni da parte dell’UE per rispettare tale richiesta, senza parlare del disarmo al fine di pervenire ad una zona denuclearizzata nel Medio Oriente, che i firmatari della Dichiarazione di Barcellona dicono di voler « perseguire ».

Tutto ciò si scontra col fatto che le installazioni nucleari iraniane, incluse quelle dell’arricchimento dell’uranio, sono aperte agli ispettori dell’AIEA. Vale la pena sottolineare che, dopo approfondite ispezioni in Iran, l’AIEA non ha trovato alcuna prova che questo paese abbia un programma di armamento nucleare, o l’abbia mai avuto. Al contrario, Israele dispone di armi nucleari e di loro diversi vettori da circa 40 anni. Si stima che oggi Israele possieda circa 200 testate nucleari, compresi alcuni missili lanciati da sottomarini. Ha la capacità di cancellare dalla carta geografica l’Iran e tutti gli Stati arabi premendo un bottone.

È strano che l’Europa faccia attivamente pressione sull’Iran circa le sue attività nucleari, ma non su Israele, nonostante l’esigenza del suo accordo di partenariato con questo paese di « ricercare un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa, che sia mutualmente e realmente verificabile. ».

1.5 Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona oggi

Oggi, Israele infrange sempre le condizioni del Partenariato Euro-Mediterraneo così come vengono definite nella Dichiarazione di Barcellona, in diversi modi, esattamente come faceva nel 1995.

La Cisgiordania e Gaza rimangono sotto controllo militare israeliano, come lo sono delle zone del Libano e della Siria, mentre Gerusalemme-est e le Alture del Golan restano annesse.

Oggi Israele viola ugualmente più risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il quale pretende degli atti da parte sua e da lui solamente (vd. Allegato C). La costruzione di colonie giudee sui territori arabi occupati avanza rapidamente, sfidando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, ed il numero totale di colonie giudee attualmente è di circa 500.000.

Dal 1995, Israele ha aggiunto alle sue attività illegali, in quanto potenza occupante, la costruzione di un muro in Cisgiordania. Nel luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato (vd. Allegato D):

« A. La costruzione del muro intrapresa da Israele, la Potenza occupante, nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno Gerusalemme-est, così come le condizioni politiche che gli sono associate, sono contrarie al diritto internazionale;

B. Israele è nella necessità di porre fine alle sue violazioni del diritto internazionale; ha l’obbligo di fermare immediatamente i lavori di costruzione del muro attualmente eretto nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno Gerusalemme-est, di smantellare subito le strutture che vi si trovano e di abrogare o di rendere caduche immediatamente tutte le misure legislative e i regolamenti relativi, in conformità al paragrafo 151 di questo Avviso ».

Israele ha categoricamente rifiutato di sottostare alla decisione della Corte – ed ha continuato a costruire il muro, nonostante i suoi impegni della Dichiarazione di Barcellona di conformarsi alle esigenze del Diritto internazionale.

Il ricorso alla forza di Israele e la minaccia di ricorrervi, che sono contrari all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite, continuano indisturbati. Il 6 settembre 2007, un aereo israeliano è entrato nello spazio aereo siriano ed ha bombardato un edificio che supponeva riparare un’installazione nucleare (cosa che non è chiaramente compatibile col principio di risolvere i conflitti tra partner tramite mezzi pacifici, come pretende la Dichiarazione di Barcellona). L’aviazione israeliana invade regolarmente lo spazio aereo libanese e viola la sovranità del Libano; per altro, non vi è in pratica un solo giorno senza che un membro del governo israeliano non minacci di attaccare l’Iran.

Si potrebbe pensare che questo disprezzo permanente che mostra Israele per i principi inseriti nella Dichiarazione fondante il partenariato, conduca l’Unione Europea ad interrogarsi sull’attitudine di Israele ad essere partner. Ma, al contrario, il 16 giugno 2008, l’UE ha deciso di « rinforzare » il suo partenariato con Israele.

2 L’Accordo Euro-Mediterraneo

La sezione 2 espone a grandi linee le disposizioni relative ai diritti dell’uomo nell’Accordo Euro-Med, firmato da Israele nel 1995. Essa si appoggia su fonti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e del governo irlandese, le quali affermano senza eccezioni che Israele ha violato il diritto umanitario internazionale col suo strozzamento economico di Gaza. Conclude che l’UE ha chiuso gli occhi sulla inosservanza di Israele dei suoi impegni umanitari secondo l’Accordo Euro-Med.

2.1 La clausola dei diritti dell’uomo nell’Accordo Euro-Med

Nel novembre 1995, Israele ha firmato un Accordo d’Associazione[iv] con l’UE secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo. È comunemente noto come l’Accordo Euro-Med. Esso ha fornito ad Israele un accesso privilegiato al mercato dell’UE dal 2000. Oggi, circa il 33% delle esportazioni di Israele va verso l’UE e il 37% delle sue importazioni proviene dall’UE (raggiungendo rispettivamente 9.8 e 13.8 miliardi di euro nel 2006).

L’Accordo Euro-Med comporta anche degli obblighi in materia di diritti dell’Uomo. L’articolo 2 dell’Accordo sancisce che:

« Le relazioni tra le Parti, come pure le disposizioni dell’Accordo stesso, saranno fondate sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi democratici, che guiderà la loro decisione politica interna ed internazionale e costituirà  un elemento essenziale di quest’Accordo. ».

È affermare senza mezzi termini che il rispetto dei diritti dell’Uomo da parte di Israele è un « elemento essenziale » dell’Accordo – non opzionale, né auspicabile, ma essenziale.

2.2 Le violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario

Non c’è il minimo dubbio che Israele è puntualmente venuto meno ai suoi obblighi, l’esempio più recente di ciò è lo strangolamento economico della popolazione di Gaza nel 2007-2008. A questo proposito, John Holmes, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e Coordinatore dell’Aiuto d’Urgenza, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza il 26 febbraio 2008:

«…l’efficace isolamento israeliano di Gaza non è giustificato, visti i permanenti obblighi d’Israele nei confronti della popolazione di Gaza. Ciò sembra una punizione collettiva ed è contraria al diritto internazionale umanitario. »[v].

La punizione collettiva è contraria all’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che afferma:

« Nessuna persona sotto protezione può essere punita per un delitto che non ha personalmente commesso. Tutte le pene collettive e ugualmente tutte le misure d’intimidazione o di terrorismo sono vietate. »[vi]

La stessa UE ha descritto lo strangolamento economico di Gaza come « una punizione collettiva », come afferma il Commissario alle Relazioni Estere, Benita Ferrero-Waldner:

« Sono contraria a questa punizione collettiva della popolazione di Gaza. Esorto le autorità di Israele a riprendere la consegna di carburante e ad aprire la frontiera per permettere il transito delle scorte umanitarie e utilitarie. »[vii]

Il ministro degli affari esteri irlandese, Dermot Ahern, condivideva lo stesso punto di vista, dicendo al giornale Dail Eireann l’11 marzo 2008:

« Sono profondamente preoccupato per l’aggravarsi della situazione umanitaria a Gaza. È inaccettabile che Israele si permetta d’isolare la popolazione di Gaza e interrompa gli approvvigionamenti di prodotti essenziali al fine di esercitare una pressione su di essa ed indurla a respingere Hamas. Come le Nazioni Unite, anch’io riconosco che ciò costituisce una punizione collettiva illegale nei confronti del diritto internazionale umanitario. »[viii]

2.3 L’UE viene meno ai suoi obblighi di agire di fronte alle violazioni israeliane

Dunque, l’ONU, l’UE e l’Irlanda condividono la stessa ferma convinzione che, per il suo strangolamento economico di Gaza, Israele ha violato il diritto umanitario internazionale. E ciò non costituisce un’eccezione di un comportamento d’altro canto irreprensibile circa il rispetto dei diritti dell’uomo. È tutto il contrario, la punizione collettiva del popolo di Gaza è apertamente riconosciuta come politica dal governo israeliano, in vigore da anni e in più o meno vasta scala. Così, mentre Israele limitava l’arrivo delle navi contenenti prodotti alimentari per Gaza, Dov Weisglass, un alto consigliere del governo, spiegava in una sua famosa dichiarazione che « l’idea è di mettere i palestinesi a dieta ma non di farli morire di fame. »[ix]

Non c’è il minimo dubbio che con lo strangolamento economico di Gaza nel 2007-2008, Israele ha infranto i suoi obblighi di rispetto dei diritti dell’uomo, obblighi definiti dall’Articolo 2 dell’Accordo d’Associazione come un « elemento essenziale » dell’Accordo. Se l’Articolo 2 ha una reale importanza, allora l’Accordo con Israele deve essere sospeso.

Ma ancora una volta, l’Europa ha chiuso gli occhi di fronte alle violazioni di Israele dei suoi obblighi contenuti nell’accordo UE-Israele.

3 La Politica Europea di Vicinato (PEV)

La sezione 3 descrive il consolidamento delle relazioni tra Ue ed Israele dal 2004, cioè la sua ammissione come partner all’interno della Politica Europea di Vicinato. Si basa su rapporti pubblicati dalla Commissione Europea che descrivono la discriminazione praticata da Israele contro la sua minoranza araba e le sue violazioni del diritto umanitario internazionale col suo trattamento dei palestinesi all’interno dei Territori Occupati. Nonostante le sue inosservanze dei valori europei, e a dispetto dell’appello ufficiale del primo ministro palestinese Salam Fayyad, l’UE ha deciso di rinsaldare le sue relazioni con Israele nell’ambito della PEV nel giugno 2008.

3.1 Obiettivo della PEV

Un allargamento delle relazioni UE-Israele ha avuto luogo nel 2004, quando Israele è diventato “partner” nell’ambito della Politica Europea di Vicinato dell’UE[x]. Questa politica è destinata nello stesso tempo ai suoi vicini al sud dell’Europa già nel Partenariato Euro-Mediterraneo ed ai suoi vicini est-europei.

L’UE finanzia dei progetti nell’ambito della PEV; 5.6 miliardi di euro in totale sono stati stanziati per il periodo 2007-2010. Tuttavia, in ragione dello sviluppo economico relativamente avanzato di Israele, una piccolissima parte di questa somma – 9 milioni di euro – gli sono stati specificatamente attribuiti (vedere Vicinato Europeo e Strumento del Partenariato[xi]). In maniera evidente, la ragioni di Israele a partecipare alla PEV sono più politiche che economiche.

Le relazioni dell’UE con gli altri Stati nell’ambito della PEV dovrebbero essere determinate per il loro impegno di rispetto dei diritti dell’uomo e degli altri obblighi che ne risultano.

Come dice il sito internet della PEV:

« L’UE offre ai suoi vicini una relazione privilegiata, costruita sull’impegno mutuale di rispetto dei valori comuni (la democrazia e i diritti dell’uomo, la norma della legge, il buon governo, i principi dell’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile). La PEV va al di là delle relazioni esistenti al fine di offrire una relazione politica approfondita ed un’integrazione economica. L’altezza di questa relazione dipenderà dalla misura con la quale questi valori saranno condivisi. ».

Nonostante l’evidente fallimento nel rispondere ai suoi obblighi nell’ambito degli accordi precedenti con l’UE, Israele fu nel primo gruppo dei 7 Stati coi quali l’UE concluse dei “piani d’azione” della PEV nel dicembre 2004.

3.2 La discriminazione israeliana contro la sua minoranza araba

Il “piano d’azione” per Israele[xii] si è appoggiato su un rapporto della Commissione Europea[xiii], datato maggio 2004. Ci si poteva aspettare che il comportamento d’Israele in materia di diritti dell’uomo fosse esaminato da vicino al fine di determinare se rispettasse o meno le condizioni per una relazione PEV. Ed è ciò che è successo fino ad un certo punto: in un documento di 24 pagine, si trova qualche paragrafo che parla:

a)      di una discriminazione contro gli arabi israeliani;

b)     dell’azione israeliana nei territori occupati.

Sulla discriminazione degli arabi israeliani, il documento dice:

« La minoranza araba, musulmana, cristiana o drusa, costituisce circa il 20% della popolazione d’Israele. Sebbene la Dichiarazione d’Indipendenza proclami l’uguaglianza dei cittadini, la legislazione israeliana contiene delle leggi e dei regolamenti che favoriscono la maggioranza giudea. (…) Come sottolineato da un rapporto di una Commissione israeliana presentato nel 2003 (“la Commissione Oro”), la minoranza araba soffre ugualmente di discriminazioni in numerosi ambiti, come l’ottenimento di crediti, i servizi urbanistici, il lavoro, l’educazione e la sanità. (…) La minoranza araba è duramente lesa dalla legge del 2003 circa la nazionalità e l’entrata in Israele, che sospende per un periodo rinnovabile di un anno, la possibilità di riunificazione delle famiglie, su riserva di limitate eccezioni. ».

« Circa 100 000 arabi (beduini), la maggior parte nel Negev, vivono in villaggi ritenuti illegali dallo Stato…» (p. 10);

«Secondo la definizione israeliana di povertà, circa il 14% dei nuclei familiari viveva in uno stato di povertà nel 2001, e ci si aspetta che questa proporzione sia aumentata negli anni successivi. Le cifre sono più alte all’interno della minoranza araba (nella quale il 45% delle famiglie cade nella categoria di povertà). » (p.16).

Si potrebbe pensare che uno Stato che, nel corso di tutta la sua esistenza, s’è deliberatamente impegnato in una discriminazione religiosa contro la sua minoranza araba sia giudicato dall’UE inadatto ad una relazione PEV. Un’opposizione radicale a tutte le discriminazioni religiose è sicuramente un valore europeo fondamentale.

E non che Israele abbia preso delle misure per eliminare o almeno moderare questa discriminazione dal 2004. Nell’aprile 2008, la Commissione Europea pubblicò un rapporto intitolato: “Attuazione della Politica Europea di Vicinato nel 2007: rapporto sul suo avanzamento in Israele”[xiv]. Si riporta quanto detto a proposito:

« La promozione e la protezione della minoranza araba israeliana non sono avanzate in maniera significativa durante il periodo del rapporto (corsivo aggiunto), in particolare in ambiti come l’attribuzione di terre, di alloggi, l’urbanismo, lo sviluppo economico, l’investimento nelle infrastrutture sociali e la giustizia. Un certo numero d’iniziative fu lanciato nel campo della giustizia e dell’educazione, ma i risultati furono limitati. Il sistema di educazione arabo continua ad essere indietro rispetto al sistema giudeo. Inoltre, deve ancora essere adottata una chiara strategia per l’attribuzione delle terre agli arabi israeliani. Nel marzo 2007, il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha pubblicato un rapporto sulla situazione della minoranza araba israeliana ed ha domandato al governo israeliano di prendere delle significative misure per promuovere i suoi diritti negli ambiti suddetti. » (p.3)

3.3 Le azioni israeliane nei Territori Occupati

Circa l’azione israeliana nei Territori Occupati, il rapporto della Commissione Europea del maggio 2004 nota:

«…nell’agosto 2003, il Comitato [delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo] reiterava la sua preoccupazione di fronte alla crescente violazione dei diritti dell’uomo in questi territori, in particolare tramite operazioni militari, impedimenti alla libertà di movimento e demolizione di case. L’UE riconosceva il diritto di Israele a proteggere i suoi cittadini dagli attacchi terroristi. Ha tuttavia esortato il Governo israeliano, nell’esercizio di questo suo diritto, a fare il massimo sforzo al fine di evitare dei morti e feriti civili e di non adottare alcuna misura che aggravasse la critica situazione umanitaria ed economica del popolo palestinese. Ha invitato Israele ad astenersi da tutte le misure punitive che non rispettassero il diritto internazionale, ivi compresi gli assassinii extragiudiziari e le distruzioni di case. » (p.8).

È difficile credere che queste frasi costituiscano tutto ciò che l’UE abbia da dire circa le sofferenze che Israele ha inflitto ai palestinesi in 40 anni di occupazione. E anche se fosse, si potrebbe pensare che le prove che esse forniscono siano sufficienti per rendere Israele inadatto ad una relazione PEV agli occhi dell’UE. In alcun caso l’Europa deve essere considerata condividente dei valori comuni con uno Stato che si è impegnato in « assassinii extragiudiziari e distruzione di case ».

Le cose sono migliorate dal 2004? Il rapporto di avanzamento della Commissione Europea dell’aprile 2008 indica:

«  Le questioni sollevate nell’ambito del dialogo politico comprendevano tra le altre: il processo di pace, la situazione in Medio Oriente, la situazione della minoranza araba in Israele, le restrizioni di movimento in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la costruzione di barriere di separazione, le detenzioni amministrative, lo smantellamento degli avamposti, la progettata espansione di alcune colonie israeliane a Gerusalemme-est, più check point. Tuttavia sono stati fatti pochi progressi su alcune di queste questioni. [carattere italico aggiunto]. Nel 2007, il numero di morti causati da incidenti legati al conflitto fu di 377 palestinesi (643 nel 2006) e di 13 israeliani (27 nel 2006). » (p. 5)

3.4 L’UE ignora l’appello del Primo Ministro Palestinese

Secondo il rapporto dell’aprile 2008 della Commissione, pochi progressi sono stati fatti in vista della realizzazione degli importanti obiettivi del Piano d’Azione della PEV.

Una persona razionale potrebbe concluderne che era il momento per l’Europa di imporsi e far si che le sue relazioni con Israele fossero congelate fino a che questo paese non avesse preso delle disposizioni per affrontare questi problemi. Il primo ministro palestinese, Salam Fayyad, lo ritiene e, il 4 giugno 2008, scrisse una lettera per esprimerlo al primo ministro di ciascuno dei 27 Stati membri dell’UE, così come a José Manuel Barroso, il presidente della Commissione Europea, a Javier Solana, l’alto commissario dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, a Benita Ferrero-Waldner, il commissario per le relazioni estere, e a Hans-Gert Pöttering, il presidente del Parlamento Europeo.

Egli scrisse:

« Ho appreso che l’Unione Europea si propone di accrescere le sue relazioni con Israele, anche in campo politico ed economico, e che il Consiglio potrebbe prendere una decisione a questo proposito in una sua riunione del 16 giugno.

Vi scrivo per esprimere le mie profonde riserve riguardo quest’ampliamento mentre Israele continua a violare sistematicamente i diritti umani dei palestinesi e a non curarsi dei suoi obblighi internazionali, compresi alcuni impegni presi con l’UE. »[xv]

Nella sua lettera, Salam Fayyad esponeva in dettaglio le violazioni israeliane. Tuttavia, nonostante la Commissione Europea nel suo rapporto dell’aprile 2008 diede peso ai suoi argomenti, i responsabili europei a cui egli ha scritto hanno ignorato la sua richiesta, chiudendo gli occhi sul tradimento da parte di Israele verso i suoi obblighi, e il 16 giugno 2008, l’UE ha deciso di « rafforzare » le sue relazioni con questo paese.

4 L’Accordo sui Movimenti e l’Accesso (AMA)

La sezione 4 fornisce un’idea degli impegni contenuti nell’Accordo sui Movimenti e l’Accesso (AMA), concepito dal Quartetto per il Medio Oriente, di cui l’UE è membro. Essa mostra che la promessa fatta ai palestinesi, che il passaggio di Rafah da Gaza verso l’Egitto che doveva essere liberato da tutto il controllo israeliano, non è stata tenuta, né alcuna delle altre promesse riguardanti i movimenti e l’accesso dell’Accordo.

4.1 Il passaggio di Rafah verso l’Egitto

Nel novembre 2005, con la firma da parte di Israele e l’Autorità Palestinese dell’Accordo sui Movimenti e l’Accesso[xvi], si promise ai palestinesi di Gaza un accesso al mondo esterno fuori dal controllo israeliano grazie al passaggio per l’Egitto a Rafah.

L’accordo è stato appoggiato dal Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, UE, Russia e Segretario Generale delle Nazioni Unite); l’UE giocava così un ruolo nella sua applicazione. Essa aveva anche un ruolo nella messa in opera dell’accordo per quanto riguarda il passaggio di Rafah, fornendo una piccola forza armata (UE BAM Rafah) al fine di controllare le operazioni di transito della frontiera.

Esprimendosi al riguardo quando l’accordo fu annunciato, Condoleezza Rice dichiarò:

«…per la prima volta dal 1967, i palestinesi avranno il controllo delle entrate e delle uscite dal loro territorio. Ciò sarà reso possibile grazie ad una frontiera internazionale a Rafah…»[xvii].

E Javier Solana riaffermò questa promessa a nome dell’UE:

« È la prima volta che una frontiera non controllata dagli israeliani è aperta. (…) Come potete dunque immaginare, è un passo molto importante…»

La promessa fatta ai palestinesi non è stata mantenuta. In pratica, Israele ha ottenuto un diritto di veto sull’apertura della frontiera a Gaza. L’UE ha immancabilmente rifiutato d’inviare le truppe dell’UE BAM Rafah per aprirla quando Israele lo impediva.

Il sito internet dell’UE BAM afferma che la frontiera « può essere aperta solamente con l’accordo delle parti »[xviii]; in altre parole, l’UE accorda un diritto di veto sulla sua apertura. Ciò è in totale disaccordo con la promessa fatta da Javier Solana circa una frontiera « non controllata dagli israeliani ».

4.2 Le altre promesse dell’accordo AMA

Questa promessa fatta ai palestinesi da Javier Solana a nome dell’UE non è mai stata onorata. Essa deve esserlo. Come devono essere mantenute le altre promesse fatte nell’Accordo sui Movimenti e l’Accesso:

  • Nuovi passaggi per persone e merci tra Israele, Gaza e Cisgiordania;
  • Delle regolari linee di bus e di convogli di camion tra Cisgiordania e Gaza;
  • La riduzione di impedimenti ai movimenti in Cisgiordania;
  • Un porto marittimo e un aeroporto a Gaza.

Nessuna di queste promesse fatte ai palestinesi è stata mantenuta. Esse devono esserlo.

5 Conclusioni

Questo dossier ha fornito la prova inconfutabile che l’Europa ha invariabilmente chiuso gli occhi sul fallimento di Israele a rispettare i suoi obblighi secondo gli accordi di partenariato UE-Israele – mentre essa ha invariabilmente esteso le sue relazioni con esso, nonostante la sua inadempienza già negli accordi precedenti. Questi obblighi non riguardano degli argomenti secondari. Al contrario, essi sono della massima importanza per un giusto ordinamento in Medio Oriente.

Ad esempio, la Dichiarazione di Barcellona, che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo nel 1995, obbliga i firmatari a « agire in accordo alla Carta delle Nazioni Unite ».

L’articolo 2.4 della Carta vieta l’acquisizione di territorio con la forza. Se l’UE avesse imposto tale obbligo ad Israele, essa avrebbe rifiutato di entrare in materia di Partenariato fino a quando esso non si fosse ritirato da tutti i territori acquisiti e che occupa con la forza. Fu questo il principio che l’UE applicò all’entrata della Russia in un partenariato nel settembre 2008, quando quest’ultima occupava con la forza una parte del territorio della Georgia.

L’articolo 25 della Carta impone agli Stati membri delle Nazioni Unite di « accettare ed eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza ». Oggi, Israele viola più di 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che esige della azioni da parte sua e sua solamente, e che chiede tra le altre cose:

  • Che metta fine alla costruzione di colonie giudee nei territori occupati, compresa Gerusalemme;
  • Che riconsideri la sua annessione di Gerusalemme-est e delle Alture del Golan;
  • Che apra le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA.

Come abbiamo detto, questi obblighi contenuti negli accordi di partenariato UE-Israele sono di grande importanza. È indispensabile che l’UE insista perché Israele vi si adatti, allo stesso modo che agli altri obblighi esposti in questo protocollo. Se Israele rifiuta di farlo, allora le ragioni dell’UE di denunciare questi accordi di partenariato sono schiaccianti.

Allegati

a)  I fatti rilevanti delle relazioni UE-Israele:

1975: Israele firma un accordo di cooperazione economica con la Comunità Europea;

1981: la Delegazione della Commissione Europea nelle Stato di Israele apre ufficialmente;

1995: Israele firma le Dichiarazione di Barcellona, che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo come ambito di cooperazione politica, economica e sociale tra l’UE e gli Stati della regione mediterranea;

1996: Israele firma un Accordo di Associazione  nell’ambito del Partenariato Euro-Mediterraneo, che gli concede un accesso privilegiato al mercato dell’UE nel 2000;

2004: Israele firma un accordo con l’UE che lo autorizza a partecipare a Galileo, il progetto europeo di un sistema satellitare globale di navigazione;

2004: Israele diventa partner nell’ambito della Politica Europea di Vicinato che sbocca in un Piano d’Azione con l’UE comprendente delle attività in campo politico, economico e sociale;

2008: l’UE decide di « rafforzare » ancora le sue relazioni con Israele.

b) Le violazioni israeliane della Carta delle Nazioni Unite

L’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite dichiara:

« Tutti i membri [delle Nazioni Unite] si asterranno nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi altro Stato, o da un qualunque comportamento incompatibile con gli obiettivi delle Nazioni Unite. »[xix]

Durante tutta la sua esistenza come Stato, Israele ha violato quest’Articolo della Carta delle Nazioni Unite in più riprese, minacciando o ricorrendo alla forza contro i suoi vicini, e ha esteso senza sosta il territorio sotto il suo controllo.

Nel novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proposto che la Palestina fosse divisa. Se i responsabili giudei avessero accettato questo piano di divisione, oggi Israele corrisponderebbe a circa 56% della superficie della Palestina, e Gerusalemme sarebbe sotto controllo internazionale. È quanto raccomandò l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Risoluzione 181, votata il 29 novembre 1947. Ma essi non la accettarono.

Al posto di ciò, la superficie assegnata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per uno Stato giudeo fu estesa con la forza fino ad includere il 78% della Palestina, quando al tempo i giudei erano solo circa un terzo della popolazione della Palestina nel suo insieme e non possedevano che il 6% della terra. Per assicurarsi che i giudei fossero numericamente dominanti nel nuovo Stato giudeo, quasi tutti gli arabi – circa 750 000 – furono espulsi verso il resto della Palestina e gli Stati circostanti, dove essi ed i loro discendenti vivono ancora oggi[xx].  Più di 500 villaggi arabi furono distrutti affinché gli espulsi non avessero caso ove tornare.

Nel giugno 1967, Israele ha attaccato l’Egitto, la Giordania e la Siria,  ha occupato con la forza il restante 22% della Palestina (la Cisgiordania, comprendente Gerusalemme-est, e Gaza), più delle porzioni del territorio egiziano (la penisola del Sinai) e del territorio della Siria (le Alture del Golan). Tali azioni hanno infranto l’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite.

Il Sinai è rimasto sotto occupazione militare israeliana fino agli Accordi di Camp David, più di una decina d’anni dopo. La Cisgiordania e Gaza rimangono sotto quest’occupazione ancora oggi. Le Alture del Golan e Gerusalemme-est furono annesse in seguito.

Israele ha cominciato a costruire delle colonie giudee nella regione che occupava, in violazione dell’Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra. Ha continuato a farlo a dispetto delle ripetute domande da parte del Consiglio di Sicurezza (nelle sue risoluzioni 446, 452 3 465) di fermarsi e di ritirare quelle già costruite.

Allo stesso modo, Israele ha rifiutato di sottomettersi alle domande del Consiglio di Sicurezza perché facesse marcia indietro circa la sua annessione di Gerusalemme-est (nelle risoluzioni 252, 267, 271, 298, 476 e 478) e delle Alture del Golan (nella risoluzione 497).

Israele ha anche rifiutato di conformarsi al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia del giugno 2004 di « cessare immediatamente i lavori di costruzione del muro eretto nei Territori Occupati Palestinesi, in ed attorno Gerusalemme-est, di smantellare subito le strutture che ci sono localizzate e di abrogare o rendere caduche immediatamente tutte le relative misure legislative e regolamentari » (vedere Allegato D).

Più di 40 anni dopo, la Cisgiordania e Gaza restano sotto controllo militare israeliano, la costruzione di colonie giudee sui territori arabi occupati continua rapidamente, Gerusalemme-est e le Alture del Golan rimangono annesse – e il muro si allunga ogni giorno.

Nel 1978, e di nuovo nel 1982, Israele ha attaccato il Libano e ne ha occupato militarmente delle regioni fino al 2000. Tali azioni erano contrarie all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite. Per più di 20 anni, ha ignorato la richiesta del Consiglio di Sicurezza (nella sua risoluzione 425, votata il 19 marzo 1978) che gli chiedeva « di fermare immediatamente le sue azioni militari contro l’integrità territoriale del Libano e di ritirare subito le sue forze da tutto il territorio libanese ». Alla fine Israele ritirò le sua forze di terra dal Libano (ad eccezione di Shebaa Farms), a causa delle pressione militare di Hezbollah.

Il ricorso alla forza di Israele e la minaccia di utilizzarla, in contrasto con l’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite, continuano imperturbabilmente. Il 6 settembre 2207, un aereo israeliano è entrato nello spazio aereo della Siria ed ha bombardato un edificio ospitante una presunta installazione nucleare; l’aviazione israeliana penetra regolarmente nello spazio aereo libanese e viola così la sovranità del Libano; e non passa giorno che un membro del governo israeliano non minacci di attaccare l’Iran – azioni altrettanto contrarie all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite.

c) Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza violate da Israele

Israele viola più di 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza[xxi], risalenti al 1968, le quali esigono delle azioni da parte sua e sua solamente[xxii]. Ciò non include le risoluzioni infrante da Israele da molti anni e violate in seguito, come quelle riguardanti i suoi 20 anni di occupazione militare del sud Libano.

In queste risoluzioni, il Consiglio di Sicurezza richiede degli atti ad Israele, tra le altre cose, su:

(1) Le colonie giudee nei territori occupati

La risoluzione 446, votata il 22 marzo 1979, chiede che Israele metta fine alla costruzione delle colonie giudee nei territori che occupa dal 1967, compresa Gerusalemme, e che ritiri quelle già costruite. I paragrafi 1 & 3 dichiarano:

[Il consiglio di Sicurezza]

1. Considera che la politica e le pratiche d’Israele consistenti a stabilire delle colonie nei territori palestinesi e negli altri territori arabi occupati dal 1967 non hanno alcuna giustificazione legale e costituiscono un serio ostacolo in vista di una pace globale, giusta e duratura nel Medio Oriente;

3. Richiama ancora una volta, in quanto potenza occupante, a conformarsi scrupolosamente alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, a revocare le sue misure precedenti e a cessare di intraprendere delle azioni che comportino il cambiamento dello statuto legale, la natura geografica e la composizione demografica dei territori arabi occupati dal 1967, ivi compresa Gerusalemme, e, in particolare, di non trasferire parti della sua propria popolazione civile neo territori arabi occupati.

La quarta Convenzione di Ginevra vieta lo stabilirsi di coloni sui territori sotto occupazione. L’Articolo 49, paragrafo 6, della Convenzione stipula:

« La potenza occupante non deporterà né trasferirà parti della sua propria popolazione civile nei territori che essa occupa. »[xxiii].

Il rifiuto da parte di Israele di sottostare a questa risoluzione ne ha comportate di nuove – la 452 il 20 luglio 1979e la 465 il 1 marzo 1980 – esigenti che Israele vi si conformi.

(2) L’annessione di Gerusalemme-est

La risoluzione 252, votata il 21 maggio 1968, chiede che Israele ritorni sulla sua annessione di Gerusalemme-est. I paragrafi 2 & 3 dichiarano:

[Il Consiglio di Sicurezza]

2. Considera che tutte le misure legislative e amministrative così come le azioni intraprese da Israele, compresa l’espropriazione delle terre e delle proprietà che vi si trovano, che tendono a cambiare lo statuto legale di Gerusalemme sono illegali e non possono cambiare tale statuto;

3. Richiama urgentemente Israele a revocare tali misure già prese ed a rinunciare immediatamente ad intraprendere qualunque nuova azione che tenda a cambiare lo statuto di Gerusalemme.

Il rifiuto da parte di Israele a conformarsi a tale risoluzione ne ha comportate di nuove – la 267 il 3 luglio 1969, la 271 il 15 settembre 1969, la 298 il 25 settembre 1971, la 476 il 30 giugno 1980, la 478 il 20 agosto 1980 – richiedenti l’annullamento dell’annessione di Gerusalemme-est.

(3) L’annessione della Alture del Golan

La risoluzione 497, votata il 17 dicembre 1981, chiede che Israele annulli la sua annessione delle Alture del Golan, che furono prese alla Siria nel giugno 1967. I paragrafi 1 & 2 dichiarano:

[Il Consiglio di Sicurezza]

1. Giudica che la decisione israeliana d’imporre le sue leggi, la sua giurisdizione e la sua amministrazione nelle Alture del Golan siriane è nulla e non vale ed è senza effetto legale internazionale;

2. Esige che Israele, la potenza occupante, revochi immediatamente la sua decisione.

(4) Le installazioni nucleari sotto il controllo dell’AIEA

La risoluzione 487, votata il 19 giugno 1981, richiede che Israele apra le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA). Il paragrafo 5 stipula:

[Il Consiglio di Sicurezza]

5. Richiama urgentemente Israele a mettere le sua installazioni nucleari sotto il controllo dell’AIEA.

Rifiutandosi di aprire le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA, Israele viola questa risoluzione.

Conclusioni

È importante sottolineare che queste risoluzioni impongono degli obblighi ad Israele, e a Israele solamente, così spetta al potere israeliano metterle in esecuzione a suo piacimento, senza negoziazioni coi palestinesi o con gli Stati vicini. Non ha alcun bisogno di negoziare con chicchessia prima di fermare la costruzione di colonie o di rinunciare all’annessione di Gerusalemme-est o delle Alture del Golan o di aprire le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA.

Se Israele avesse voluto farlo, avrebbe potuto mettere in pratica queste risoluzioni al momento in cui furono votate dal Consiglio di Sicurezza, o in qualunque momento dopo. Se Israele l’avesse fatto, il panorama politico in Palestina sarebbe stato trasformato.

d) La Corte Internazionale di Giustizia nei confronti del muro

L’8 dicembre 2003, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò la risoluzione ES – 10/14 che chiedeva alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) di dare un Avviso Consultivo sulla seguente questione:

« Quali sono le conseguenze legali che pone la costruzione del muro eretto da Israele, la potenza occupante, nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in e intorno Gerusalemme-est, come descritto dal Segretario Generale, riguardo le regole e i principi del diritto internazionale, compresa la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, ed in rapporto alle risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza? »[xxiv].

La Corte accettò la domanda ed emise il suo Avviso Consultivo (intitolato Le conseguenze legali della costruzione di un muro nei Territori Occupati Palestinesi[xxv]) il 9 luglio 2004. I punti chiave dell’Avviso sono:

A. La costruzione di un muro eretto da Israele, la potenza occupante, nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno Gerusalemme-est, ed il regime politico ad esso associato sono contrari al diritto internazionale;

B. Israele ha l’obbligo di porre fine alle sue violazioni del diritto internazionale; ha l’obbilgo di fermare immediatamente i lavori in corso di costruzione del muro nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno Gerusalemme-est, di smantellare immediatamente le struttre che vi sono collocate e di abrogare o annullare immediatamente tutte le disposizioni legislative ed i regolamenti che vi si rapportano, in conformità al paragrafo 151 di questo Avviso;

C. Israele ha l’obbligo di compensare tutti i danni causati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati Palestinesi; compresi in ed intorno Gerusalemme-est;

D. Tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale risultante dalla costruzione del muro e di non apportare né aiuto né assistenza al mantenimento della situazione creata da tale costruzione; tutti gli Stati firmatari della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra del 12 agosto 1949 hanno inoltre l’obbligo, contemporaneamente al rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, di assicurarsi del rispetto da parte di Israele del diritto umanitario internazionale come espresso in questa Convenzione;

Purtroppo, Israele ha categoricamente rifiutato di sottostare a questi obblighi ed ha continuato la costruzione del muro.

Israele ha mantenuto questo atteggiamento di sfida senza curarsi di un’esigenza quasi unanime della comunità internazionale per cui vi ponga fine. Nella risoluzione ES – 10/15, votata il 2 agosto 2004, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto che « Israele, la potenza occupante, rispetti i suoi obblighi legali », come decretato dalla Corte[xxvi]. Questa risoluzione fu accetta da 150 voti contro 6. L’Irlanda e tutti gli altri Stati europei l’hanno appoggiata. L’Australia, Israele, le Isole Marshall, la Micronesia, Palau e gli Stati Uniti si sono opposti (rappresentanti del 5% solamente della popolazione mondiale).

La Corte ha dichiarato nel suo Avviso:

« Le Nazioni Unite, ed in particolare l’Assemblea Generale ed il Consiglio di Sicurezza, devono esaminare quale misura supplementare adottare per porre fine alla situazione illegale risultante dalla costruzione del muro e del regime ad esso associato. ».

Israele ha ignorato le disposizioni prese quattro anni fa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite col sostegno di tutti gli Stati dell’Unione Europea. È ora tempo che l’Europa si sforzi di convincere il Consiglio di Sicurezza ad agire, così come di chiederlo alla Corte.

Traduzione in francese: Michelle Marillier, gennaio 2010

Traduzione dal francese di Matteo Sardini

Testo originale in inglese:

http://www.ipsc.ie/pdf/ipsc_eu_submission_2008.pdf


1 http://www.trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2005/july/tradoc_124236.pdf

2 http://ec.europa.eu/external_relations/euromed/index_fr.htm

[i] http://www.un.org/fr/documents/charter/index.shtml

[ii] http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressData/en/ec/102545.pdf

[iii] Si possono trovare (in inglese) le risoluzioni sulla Palestina dell’Assemblea Generale dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza sul sito web UNISPAL: http://unispal.un.org/unispal.nsf

[iv] http://eur-lex.europa.eu/pri/en/oj/dat/2000/l_147/l_14720000621en00030156.pdf

[v] http://www.un.org/Depts/dhl/resguide/scact2008.htm

[vi] Vedere il sito web dell’ICRC: http://www.icrc.org/

[vii] http://www.eubusiness.com/news-eu/1200916924.77/

[viii] http://debates.oireachtas.ie/DDebate.aspx ?F=DAL20080311.xml&Node=H3-2#H3-2

[ix] http://www.thenation.com/doc/20080218/makdisi

[x] http://ec.europa.eu/world/enp/policy_fr.htm

[xi] http://ec.europa.eu/world/enp/pdf/country/0703_enpi_figures_fr.pdf

[xii] http://ec.europa.eu/world/enp/pdf/action_plans/israel_enp_ap_final_fr.pdf

[xiii] http://ec.europa.eu/world/enp/pdf/country/israel_enp_country_report_2004_fr.pdf

[xiv] http://ec.europa.eu/world/enp/pdf/progress2008/sec08_394_en.pdf

[xv] http://www.alternativenews.org/english/1212-palestinian-prime-minister-salam-fayyad-writes-to-eu-leadership-regarding-the-potential-upgrade-of-eu-israel-relations.html

[xvi] www.mfa.gov.il/MFA/Peace+Process/Reference+Documents/Agreed+documents+ on+movement+and+access+from+and+to+Gaza+15-Nov-2005.htm

[xvii] www.state.gov/secretary/rm/2005/56890.htm

[xviii] http://www.eubam-rafah.eu/portal/en/node/25

[xix] Vedere nota 3

[xx] Vedere The Ethnic Cleansing of Palestine dello storico israeliano Ilan Pappe

[xxi] Vedere nota 5

[xxii] www.fpif.org/commentary/2002/0210unres.html

[xxiii] Vedere nota 8

[xxiv] Vedere nota 5

[xxv] http://www.icj-cij.org/docket/files/131/1671.pdf

[xxvi] Vedere nota 5

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