A differenza di molti commentatori, interessati in particolar modo ad evidenziare gli squilibri del sistema finanziario internazionale per comprendere l’attuale crisi del capitalismo occidentale, noi abbiamo sempre cercato di comprendere tali squilibri alla luce del conflitto geopolitico. Per questo motivo, siamo convinti che anche un libro, indubbiamente utile e prezioso, come Il film della crisi, di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, (1) non colga appieno il significato di quella mutazione del capitalismo che Luciano Gallino definisce come “finanzcapitalismo”. (2) Ovverosia quell’enorme espansione del capitalismo finanziario, favorita dalla deregolamentazione dei movimenti internazionali dei capitali che si iniziò negli anni Ottanta con la Thatcher e Reagan e che portò, nel 1999, all’abolizione della legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act, da parte dell’amministrazione Clinton.

Vero che anche Ruffolo e Sylos Labini hanno ben presente l’importanza dalla controffensiva capitalistica sferrata dalla “élite del potere” statunitense allo scopo di porre rimedio al declino dell’economia americana. Una controffensiva che segna la fine dell’Età dell’Oro (espressione che Ruffolo e Sylos Labini riprendono dallo storico Eric Hobswam e che designa il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Settanta) e l’avvio di una nuova fase storica, che Ruffolo e Sylos Labini denominano l’Età del Capitalismo Finanziario e che potrebbe portare ad una nuova Età dei Torbidi (la prima essendo il periodo compreso tra l’inizio del Novecento e la Seconda Guerra Mondiale). Nondimeno, in questo “film della crisi”, rimangono quasi del tutto “fuori campo” non solo le ragioni della lotta politica del capitalismo occidentale “a guida” statunitense contro il socialismo sovietico (e ancora prima contro la Germania nazionalsocialista – la cui sconfitta, insieme a quella del Giappone, permise agli Stati Uniti di liquidare definitivamente la potenza inglese e di diventare, di fatto, i padroni del mondo dal punto di vista economico), ma anche e soprattutto quelle strategie politico-militari ed economiche tramite le quali gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno cercato (e continuano a cercare) di realizzare il loro disegno di dominio globale. In altri termini, ci sembra che Ruffolo e Sylos Labini, nel prendere in esame il processo di globalizzazione, non tengano sufficientemente conto delle ragioni geopolitiche del “soggetto” che globalizza.

L’alleanza medesima tra capitalismo e democrazia liberale che avrebbe contraddistinto gli anni dell’Età dell’Oro, in effetti, non pare comprensibile senza tener conto della necessità per gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, di piantare stabilmente le tende in Europa onde mantenere salda la “presa” sull’intera aerea occidentale. Né fu certo per generosità che gli Stati Uniti si impegnarono in un programma di aiuti economici ai Paesi europei, ma naturalmente per interesse politico ed economico, dacché la domanda interna non poteva da sola “alimentare” il gigantesco sistema produttivo statunitense. La ripresa dell’Europa, anche se non v’è alcun dubbio che sia stata favorita dagli Stati Uniti, dipese da vari fattori (e non si deve nemmeno dimenticare che ebbe a trarre notevole vantaggio sia dalla guerra di Corea sia dalla creazione della Ceca, ossia la “Comunità europea del carbone e dell’acciaio”), compresa una situazione internazionale che vedeva gli Stati Uniti svolgere la funzione di “centro regolatore” dell’economia mondiale, come si era stabilito, nell’estate del 1944, a Bretton Woods, ove, com’è noto, si gettarono le basi di un nuovo ordine mondiale che riservava agli Stati Uniti sia la funzione politico-strategica sia quella economico-finanziaria. Agli Stati Uniti si riconosceva cioè una funzione di indirizzo e di controllo dell’intera vita politica ed economica dell’Occidente, anche per garantire l’istituzionalizzazione del conflitto sociale e impedire così la crescita di movimenti rivoluzionari, comunisti e socialisti, in specie nell’Europa Occidentale.

D’altra parte è significativo (pur dovendo tener presenti tutti i distinguo, le varianti e le sottovarianti possibili) che l’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale (che tramite il Welfare assicurò sviluppo sociale e benessere economico negli anni del secondo dopoguerra) non sia mai venuta meno, in Occidente, neanche dopo la fine dell’Età dell’Oro. E’ evidente quindi, anche sotto questo aspetto, che è semplicistico e fuorviante considerare il “finanzcapitalismo” (che pure è fenomeno di fondamentale importanza) come la “variante cattiva” del capitalismo. Invero, si dovrebbero abbandonare degli schemi concettuali basati su una visione meramente “economicistica” del capitalismo e comprendere che il sistema capitalistico (che, a nostro avviso, si fonda su quella che Karl Polanyi definisce come “società di mercato”) ha necessariamente bisogno di un “centro regolatore” per la risoluzione dei conflitti internazionali e sociali. Un ruolo svolto appunto dagli Stati Uniti a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avvalendosi anche di organizzazioni “internazionali” (come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e così via), benché insieme con altri centri potere “subdominanti” (si pensi alla cosiddetta “Trilaterale” – Usa, Ue, o meglio l’Europa Settentrionale, e  Giappone – ma anche alle particolari relazioni tra gli Usa e Israele e tra gli Usa e le petromonarchie del Golfo). Fu questa “rete di potere” che consentì agli Stati Uniti di ristrutturare l’intero sistema internazionale, grazie anche ad una innovazione strategica e tecnologica che condusse, nel giro di un decennio, alla scomparsa dell’Unione Sovietica (la cui “spinta propulsiva” si deve ritenere già esaurita, grosso modo, alla fine degli anni Cinquanta, dato che l’Unione Sovietica era pressoché del tutto dipendente dall’industria pesante – che conobbe una formidabile espansione durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché gli americani diedero ai russi tutti quei materiali che solo un’industria leggera e una media e piccola impresa privata possono produrre con efficienza – e “soffocata” dalla burocrazia, dall’ideologia e da una nomenklatura tanto ottusa quanto dispotica). E si trattò di una innovazione che, profittando della debolezza e poi del crollo dell’Urss, portò pure ad una trasformazione del modo di produzione e dei rapporti sociali su base radicalmente nuova, eliminando in un batter d’occhio decenni di “retorica democratica”.

E’ innegabile, del resto, che lotta per la supremazia geopolitica, crisi del Welfare e abolizione di fondamentali diritti sociali ed economici siano aspetti essenziali di un unico “processo geopolitico” teso a consolidare l’egemonia atlantista e la struttura di potere della “società di mercato” occidentale. E’ affatto logico pertanto che l’economico venga usato come un mezzo per imporre delle strategie politiche (concernenti le regole del sistema – quelle cioè in base a cui è possibile scegliere tra diverse opzioni) miranti a rafforzare la potenza statunitense come centro egemonico mondiale, in quanto unica potenza che può effettivamente tutelare gli interessi dei gruppi dominanti nei singoli Paesi occidentali. E questo ovviamente vale sia nei confronti dei ceti popolari e dei “grossi” ceti medi (che, pur se di solito definiti ceti produttivi o riflessivi, sono ceti “subalterni” sia sotto il profilo economico che sotto quello culturale), sia, sul piano internazionale, nei confronti di altre potenze, tanto più se caratterizzate da un diverso sistema politico e socio-economico.

Di conseguenza, è naturale che anche il palese fallimento del capitalismo finanziario (che, anziché garantire la crescita, ha dato origine ad una crisi economica che ha aggravato enormemente il divario tra ricchi e poveri nello stesso mondo occidentale) assuma un significato del tutto particolare. Vale a dire che la crisi seguita al fallimento della Lehman Brothers si rivela essere prima di tutto una crisi geopolitica, nel senso che è, ad un tempo, effetto della controffensiva statunitense iniziatasi nella seconda metà del secolo scorso e del fatto che tale controffensiva non ha avuto quel pieno successo che invece dopo il crollo dell’Unione Sovietica sembrava a portata di mano. E ciò non solo per l’emergere di nuove potenze, quali la Cina o l’India, per gli insuccessi degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan o per il nuovo corso “socialista” di alcuni Paesi dell’America Latina, ma anche per la politica della Russia di Putin che ha impedito che la bandiera a stelle e strisce sventolasse su  quasi tutta l’Eurasia (e si può immaginare che cosa sarebbe accaduto se gli Stati Uniti, ovvero i “mercati”, si fossero impadroniti – come stavano per fare – delle immense risorse della Russia).

Da qui la necessità di una ulteriore ridefinizione della strategia globale statunitense imperniata, sull’alleanza (indipendentemente dai rapporti, tutt’altro che chiari, tra i servizi statunitensi e al-Qaeda) tra gli Stati Uniti e le forze islamiste al soldo delle petromonarchie del Golfo, protagoniste della cosiddetta “primavera araba”, che di fatto è consistita in una serie di “operazioni colorate”, che hanno sfruttato il malcontento popolare nei confronti del regime tunisino e di quello egiziano per fare spazio a gruppi di potere ritenuti più capaci di controllare il conflitto politico e sociale in funzione degli interessi delle “forze (filo)occidentali”, nonché per liquidare nell’area mediterranea ogni ostacolo alla politica di potenza degli Stati Uniti – Siria compresa, benché il regime di Assad si stia rivelando un “osso troppo duro” per le bande islamiste, appoggiate e finanziate dalle “forze (filo)occidentali”. Peraltro, non dovrebbe nemmeno stupire che anche l’offensiva dei “mercati” contro il “ventre molle” di Eurolandia sia parte integrante di tale strategia. Un’offensiva favorita da una classe dirigente europea il cui scopo principale pare essere quello di impedire che la Germania abbia la possibilità di “allontanarsi” dall’Unione Europea – e ciò nonostante che la Germania ancora non capisca (o faccia finta di non capire) che non è (solo) per virtù propria ma soprattutto per la situazione geopolitica generale che la sua economia (e in primo luogo la sua bilancia commerciale) può crescere a danno (ma ancora per quanto tempo?) dei Paesi europei più deboli.

Comunque sia, è alla luce di questo contesto geopolitico che si deve prendere in considerazione la tesi di Ruffolo e Sylos Labyni secondo cui è necessario «il ritorno non al disegno di Bretton Woods, ma al suo progetto rivale, quello proposto nella stessa sede da John M. Keynes, non basato sull’egemonia americana e che preveda un pari responsabilità dei Paesi creditori e dei Paesi debitori». (3) Non a caso è proprio la strategia statunitense nei confronti della Gran Bretagna subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale (strategia che i liberali tendono a dimenticare o a sottovalutare) che conferma appieno che il sistema capitalistico sarebbe un specie di hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” qualora non vi fosse un unico centro di potenza (altro che mercato autoregolantesi!) a regolare il conflitto sia tra (sub)dominanti che tra (sub)dominanti e dominati (per spiegarsi in termini semplici ma chiari a tutti).

L’8 maggio del 1945, infatti, gli Stati Uniti non esitarono ad interrompere, di punto in bianco, gli aiuti concessi alla Gran Bretagna (tranne gli aiuti per la guerra del Pacifico che continuarono fino al 21 agosto) in base alla legge “Affitti e Prestiti” del marzo 1941. Londra fu subito costretta ad inviare a Washington una delegazione di cui faceva parte lo stesso John M. Keynes, ma senza ottenere alcun risultato. Gli Stati Uniti erano decisi a liquidare definitivamente l’impero britannico, perfettamente consapevoli di interpretare la parte più dinamica e aggressiva del sistema capitalistico. Le condizioni durissime imposte dagli Stati Uniti per un nuovo prestito (che prevedevano tra l’altro la ratifica degli accordi di Bretton Woods e la convertibilità della sterlina entro il luglio del 1947, con conseguenze pesantissime per la bilancia dei pagamenti inglese), aggravarono considerevolmente la già precaria situazione della Gran Bretagna (impegnata pure, dopo la vittoria del laburisti, nell’estate del 1945, nella costruzione del Welfare State), tanto che, durante il terribile inverno del ’46-’47, il governo dovette perfino razionare, oltre al pane, la corrente elettrica e sospendere la pubblicazione dei settimanali. L’economia inglese in seguito riuscì lentamente a risalire la china, anche grazie al Piano Marshall, ma i costi politici dello scontro gli Stati Uniti furono salatissimi. E il ridimensionamento della potenza inglese fu chiaro a chiunque allorché Londra prese la decisione di abbandonare la Grecia per l’impossibilità di rifornire il corpo di spedizione di 16000 soldati britannici e di appoggiare l’esercito greco contro i partigiani comunisti di Markos. (4)

Eppure sarebbe decisamente errato vedere in questo solo l’arroganza di una particolare amministrazione statunitense, anziché un modo di procedere del  tutto “normale” per la potenza capitalistica predominante. Ne è ulteriore e decisiva conferma la politica di potenza statunitense subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che invece secondo i sostenitori dell’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale avrebbe dovuto portare ad una sorta di sistema occidentale multipolare (mentre era proprio la presenza del “blocco sovietico” a garantire un certo margine d’azione ai singoli Stati del “blocco occidentale” ed alle forze popolari e socialdemocratiche europee). Inoltre è particolarmente significativo che, negli anni Ottanta, un obiettivo di primaria importanza per i circoli (filo)atlantisti sia stato quello di spazzare via l’ostacolo rappresentato dalla socialdemocrazia scandinava (un’operazione che probabilmente costò la vita ad Olof Palme). Al riguardo, scrive Bruno Amoroso che «tolti di mezzo gli scomodi scandinavi la campagna di destabilizzazione si estende al Regno Unito, muove verso il Sud dell’Europa, passando per la Germania e la Francia. Fatto crollare il sistema dei Paesi socialisti e dei Paesi del “terzo mondo”, che ad essi si appoggiavano, nel corso degli anni ’80-’90 venne il momento dei Paesi del Sud, l’Italia e la Spagna in particolare. Inizia cioè l’operazione “mani pulite” che consegnerà il sistema politico italiano e spagnolo […] alle nuove strategie del capitalismo e cioè alla loro adesione acritica e servile alla globalizzazione e a una Europa “occidentalizzata”». (5)

Si tratta appunto di quella strategia imperniata sul cosiddetto “unipolarismo statunitense” e che, come si è già ricordato, è entrata in crisi in questi ultimi anni, ma che non può essere seguita da una “fase multipolare” senza che gli Stati Uniti vi si oppongano in ogni modo. A tale proposito, si dovrebbe pure nettamente distinguere la questione di un sistema internazionale multipolare da quella concernente la possibilità di dar vita ad un sistema capitalistico policentrico. Se le considerazioni fin qui svolte sono corrette, è certo possibile che si formi un “polo geopolitico alternativo” (come potrebbe essere quello dei Brics) rispetto a quello occidentale, ma non è possibile che vi sia un sistema (liberal)capitalistico policentrico. Il sistema capitalistico occidentale può tollerare che via sia un certo equilibrio geopolitico multipolare (ossia che esista anche un sistema non capitalistico, o perlomeno non liberalcapitalistico, socialista o “dirigista” che sia), almeno fino a quando non sia in grado di eliminare il “polo antagonista” (e quindi tenterà in ogni modo di creare le condizioni perché ciò sia possibile), ma non può esso stesso essere un sistema multipolare senza rischiare di essere distrutto da “lotte intestine”. In sostanza, è inevitabile che vi sia una sola potenza capitalistica predominante e che la sua “sfera di potenza” sia tendenzialmente illimitata sotto ogni punto di vista (politico, militare, economico e culturale). Sicché, non sorprende che gli Stati Uniti, in specie con la cosiddetta “geopolitica del caos”, tentino di impedire con ogni mezzo che si possa dare origine ad un autentico sistema internazionale multipolare, né che già dagli anni Ottanta la strategia statunitense fosse attenta a “riformare” gli equilibri europei, per evitare che si potesse costituire un “polo geopolitico” europeo, che necessariamente si sarebbe scontrato con gli Stati Uniti.

D’altronde, si deve tener pure presente che nessun’altra potenza rappresenta una “società di mercato” meglio di quella statunitense, che si potrebbe definire una sorta di “talassocrazia assoluta” che mira al dominio della terra, e la cui caratteristica principale consiste in una volontà di potenza che si vuole “libera” «dalla natura, dal tempo e dalla storia» (6) per esportare ovunque la “religione” dell’homo oeconomicus. Va da sé che lo stesso Warfare State, l’immenso apparato militare statunitense – che ha permesso tra l’altro di finanziare con il denaro pubblico (nella patria del liberismo!) settori strategici come il settore della tecnologia aerospaziale, quello dell’elettronica e quello dell’informatica – (7) svolge un ruolo che ha ben poco a che vedere con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, benché indubbiamente il “sistema occidentale” preferisca agire tramite i media mainstream (di cui il “grande capitale” detiene l’effettivo controllo) e la guerra economica per destabilizzare un Paese e/o distruggerne la base produttiva. (8) Ma si tratta di “cose note” su cui non occorre insistere.

Ciò su cui è invece necessario insistere è che il secolo da poco trascorso ben difficilmente lo si può comprendere senza prendere in esame il declino della potenza inglese (cominciato alla fine dell’Ottocento), la talassocrazia europea che svolse la funzione di “centro regolatore” del sistema capitalistico mondiale fino all’ascesa della Germania e degli stessi Stati Uniti. (9) La crisi economica di fine Ottocento e quella del ’29, ciascuna seguita da una guerra mondiale, non possono non essere messe in relazione al venir meno di quell’equilibrio internazionale che poggiava sul dominio dei mari (e dei “mercati”) da parte della potenza inglese. In definitiva, come insegna Gianfranco La Grassa, si deve tener conto che, se in certe fasi storiche una parte riesce a prevalere nettamente sulle altre e si ha un certo equilibrio, vi sono sempre dei conflitti di varia intensità, sì che prima o poi si passa ad una fase fortemente conflittuale tra i diversi centri di potenza. Ma ciò vale principalmente per il sistema capitalistico, in quanto «l’accentuarsi del combattimento interdominanti […] non ha affatto come scopo il profitto bensì quello della supremazia di certi gruppi su altri, uno scopo per il quale il profitto diventa mezzo [di modo che] il profitto non è fine se non per il singolo capitalista, mero portatore soggettivo di un processo oggettivo in corso di svolgimento nel campo di battaglia, eminentemente politico». (10) Si potrebbe allora affermare che il sistema capitalistico tende ad un equilibrio in cui vi sia un “centro regolatore” dei conflitti (cioè una sola potenza predominante, poiché non si può prescindere dalla potenza politico-militare, dagli apparati coercitivi e ideologici di uno Stato). Un equilibro sempre fluido e tale che, se vien meno, è inevitabile che il sistema capitalistico tenda a ripristinarlo anche con un regolamento bellico dei conti (benché possa anche solo trattarsi di una guerra economica, i cui effetti però possono essere perfino più devastanti di una guerra vera e propria).

In questa prospettiva, ci pare ovvio che anche la strategia alternativa proposta da Ruffolo e Sylos Labini, che dovrebbe portare ad una “nuova alleanza” tra capitalismo e democrazia, fondata su un’economia mista, non possa che essere destinata al fallimento. Certo, siamo i primi a riconoscere a Ruffolo e Sylos Labini il merito di aver compreso l’importanza delle obbligazioni Mefo grazie alle quali Hjalmar Schacht «fra il 1933 e il 1936 realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, persino più significativo del tanto celebrato “New Deal” di Franklin D. Roosevelt». (11) Tuttavia, è chiaro che nuovi strumenti finanziari e riconversione ecologica dell’economia perché non siano una mera “operazione di cosmesi” presuppongono un mutamento di “orientamento geopolitico”, che nessuna amministrazione statunitense né alcun centro di potere euroatlantista potranno mai promuovere. La riforma del sistema finanziario mondiale, ancora basato sull’egemonia del complesso “politico-militare-industriale-finanziario-culturale” degli Stati Uniti e di quei centri di potere che da questo “complesso” dipendono, sembra quindi presupporre quello che tale riforma dovrebbe ottenere, ovverosia la fine della potenza statunitense come “centro regolatore” del sistema capitalistico occidentale. D’altra parte, la lezione che si deve trarre dal fallimento del progetto di Olof Palme, che intendeva creare un “polo geopolitico socialista” nel cuore dell’Europa (e che, con ogni probabilità, avrebbe rappresentato anche una eccezionale chance per realizzare un “polo geopolitico mediterraneo”) è che la “forma Stato” liberale non può “incastonare” il mercato se non in circostanze geopolitiche particolari, derivanti dal conflitto tra “blocchi di potere” di contrapposti. Ragion per cui ogni Paese che si contrapponga alla politica capitalistica predominante dovrebbe necessariamente essere capace di difendersi dagli attacchi sferrati dai “mercati”, dai media mainstream e dalle “quinte colonne” che possono sempre contare sull’appoggio di gruppi di potere e organizzazioni “internazionali”.

Ciò non significa che l’Europa non abbia altra scelta che seguire i diktat dei “mercati”, ma se è necessario ridefinire l’architettura politica dell’Unione europea per sottrarre l’Europa alla morsa dei “mercati”, come sostengono gli stessi autori del Film della crisi, bisognerebbe ridefinire anche il sistema politico occidentale (pur dovendo evitare gli errori e gli orrori dei regimi totalitari; il problema, si badi, non è la democrazia, intesa come partecipazione del popolo alla vita politica – partecipazione però che può essere garantita in modi assai diversi – , bensì come sia possibile restituire lo scettro al “principe”, come sia cioè possibile interpretare e difendere l’interesse della collettività evitando che “sovrani” siano i “mercati”). (12) Né ciò sarebbe sufficiente, poiché, in ogni caso, sarebbe necessario mutare l’”orientamento geopolitico” dell’Europa, perlomeno intensificando le relazioni politiche ed economiche con le potenze dell’Eurasia (senza le quali ogni riforma del sistema finanziario internazionale è pura fantasia), di modo da poter indebolire la “presa” statunitense e dei “mercati” sulla politica europea. Peraltro, è scontato che una “economia mista” raggiungerebbe appieno il proprio scopo – quello di porre l’economico (il mercato) al servizio dell’intera società e non viceversa come accade in una “società di mercato” – se (secondo la nota tesi di Karl Polanyi) lavoro, terra e moneta non venissero più considerati merci. Il che però sarebbe possibile solo se si creassero anche le condizioni geopolitiche e culturali per un definitivo superamento (ed era ciò cui mirava anche il progetto di Olof Palme) di un sistema internazionale basato sulla crescita illimitata della volontà di potenza economica del centro di potere predominante. Una “dismisura” che concerne l’essenza stessa del capitalismo, in quanto “ideologia e prassi” dell’homo oeconmicus. Facile dunque concludere che, rebus sic stantibus, è assai difficile che vi possa essere una Unione Europea realmente capace di sfidare o almeno di contrastare l’egemonia statunitense.

 

 

 

1) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, Il film della crisi, Einaudi, Torino, 2012.

2) Luciano Gallino, Finanazcapitalismo, Einaudi, Torino, 2011.

3) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, op. cit., p. 117. Per un’analisi geopolitica della controffensiva statunitense, a partire dall’inizio degli anni Settanta (esattamente dal 15 agosto 1971, ossia dalla dichiarazione di Nixon sullo sganciamento del dollaro dall’oro, che segna la fine del sistema internazionale cui si era dato inizio con gli accordi di Bretton Woods) fino ai nostri giorni, si veda Giacomo Gabellini, Shock, Anteo Edizioni, 2013.

4) Si veda Giuseppe Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1980, pp. 53-62.

5) Bruno Amoroso, L’apartheid globale, Lavoro, Roma, 1999, citato in Giacomo Gabellini, op. cit., p. 42.

6) Harold Bloom, La religione americana, Milano, Garzanti, 1994, p. 52

7) Si pensi che cosa sarebbe stata l’Olivetti se avesse potuto contare su tali finanziamenti allorquando, alla fine degli Sessanta, era all’avanguardia nel settore dell’informatica (su questo tema si veda l’intervista a Giorgio Panattoni di Giuseppe Germinario http: //www. Conflittiestrategie. it/lolivetti-vista-da-un-suo-protagonista-giorgio-panattoni-2 ).

8) Su questo argomento è veramente prezioso il già citato libro di Gabellini. Per quanto concerne il mondo dell’informazione, mai come oggi sarebbe necessario distinguere tra libertà della stampa e libertà di stampa e di espressione (garantita soprattutto da Internet e dalla piccola editoria e minacciata invece dal potere dei media mainstream).

9) Ovviamente, qui non intendiamo tentare alcuna ricostruzione storica di eventi estremamente complessi, ma cercare solo di comprendere l’attuale fase storica sotto l’aspetto geopolitico, nonché, in un certo  senso, sotto quello “metapolitico”.

10) Gianfranco La Grassa, Oltre l’orizzonte, Besa, Lecce, 2011, pp. 62 e 109.

11) Gorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, op. cit., pp. 78-79. Per la strategia alternativa proposta di Ruffolo e Sylos Labini si veda Ivi, pp. 85-111.

12) Che il sistema politico liberale sia sempre più dipendente da altri centri di potere, crediamo che non possa essere messo seriamente in discussione da nessuno. Perfino il pluralismo della società occidentale è in larga misura in funzione della struttura dell’apparato tecnico-produttivo.

 


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