La Cassa Depositi e Prestiti (CDP), l’istituzione che da 160 anni gestisce il risparmio postale degli italiani per investire nello sviluppo del Paese, nacque a Torino nel 1850. Nel 2003, l’anche allora ministro dell’economia Giulio Tremonti ne dispose la fuoriuscita dal perimetro della Pubblica Amministrazione trasformandola in società per azioni. Le Fondazioni bancarie entrarono nell’azionariato con una quota del 30%, restando il ministero l’azionista principale con il 70% del capitale. Al pari di tutti gli altri enti creditizi, la CDP è assoggettata al Testo unico bancario ed al regime di riserva obbligatoria.
Con un’accelerazione nelle ultime settimane, la CDP è protagonista da qualche mese di una rivoluzione silenziosa. Il complesso iter normativo è passato attraverso il varo di una legge, il recepimento delle novità nello statuto interno ed infine decreti ministeriali, regolamenti ed autorizzazioni varie anche dalla Banca d’Italia.
La raccolta della CDP è essenzialmente il risparmio postale di 25 milioni di italiani, qualcosa come 192 miliardi di euro fra Buoni e libretti, con previsioni di arrivare a 235 miliardi nel 2011. Ora sta per esordire la nuova CDP che utilizzerà per la prima volta il risparmio postale per finanziamenti, non diretti, agli enti pubblici e locali in particolare. Oltre dieci i miliardi stanziati: alla prima operazione da 450 milioni chiusa per SATAP, il concessionario per l’esercizio dell’autostrada Torino-Milano, si sommano almeno altri otto finanziamenti in via di approvazione entro l’inizio del 2010 per 4 miliardi circa. A questi si aggiungono 2.4 miliardi per il sostegno alle piccole e medie industrie (PMI) attraverso il sistema bancario, 1.5 miliardi per Fincantieri e 2 miliardi per il decollo del fondo di garanzia per le opere pubbliche (FGOP).
Inderogabile la sostenibilità economico-finanziaria dei progetti che devono essere nell’interesse generale, prevalentemente per infrastrutture, reti di trasporto, energia, telecomunicazioni, credito industriale e ricerca.
La CDP prosegue inoltre la sua tradizionale attività di sostenere direttamente gli enti pubblici e locali. Il piano industriale prevede finanziamenti per 18 miliardi nel triennio 2009-2011 con una crescita della quota di mercato dall’attuale 41% al 44%. Quello tra CDP ed enti è un rapporto di peso perché i classici mutui erogati a Comuni, Province, Regioni etc. costituiscono sempre debito pubblico mentre i finanziamenti della nuova Cassa sono “a debito pubblico invariato”. Ciò aumenta i margini di manovra (leggi: spesa) di quegli enti che, nel rispetto del cosiddetto patto di stabilità, non possono indebitarsi direttamente per realizzare investimenti in infrastrutture ed opere pubbliche.
Stesso discorso vale anche per il sostegno alle PMI, che prevede un fondo complessivo di 8 miliardi, anche se le erogazioni dei 2.4 miliardi opzionati finora dalle banche stanno andando al rallentatore. L’amministratore delegato della CDP Massimo Varazzani è comunque convinto che l’attività della Cassa sia “complementare con il sistema bancario”, la cui presenza nell’istituto attraverso le Fondazioni (66) potrebbe anche ridursi almeno parzialmente a causa dell’obbligo imposto a queste ultime di convertire le proprie azioni da privilegiate in ordinarie entro il 2012.
Altra area di intervento (e di possibile scontro con le banche) è rappresentata dall’edilizia popolare, il cui mercato in Italia è pari soltanto al 5% del complessivo settore edilizio rispetto al 17-18% della Francia ed al 34% dell’Olanda. La CDP sta costituendo una società per la gestione del risparmio (SGR) immobiliare, con una dotazione iniziale di un miliardo di euro che dovrebbe consentire di attivare investimenti pari a 3.5 miliardi per costruire in tempi brevi circa 20.000 alloggi.
Ostile pare anche la Corte dei conti che non più tardi dello scorso ottobre ha bocciato il piano industriale della CDP, dicendosi preoccupata di trovarsi di fronte ad un nuovo carrozzone pubblico. Facendo propri i dogmi della globalizzazione liberista in preda all’attuale crisi sistemica, la magistratura contabile italiana ha messo in guardia rispetto ad “ogni rischio di devianza verso forme di ritorno a modelli superati di presenza dello Stato nell’economia”.
Chissà come la Corte dei conti giudicherà il fondo infrastrutturale europeo Marguerite, partito lo scorso 4 dicembre e sostenuto dalla CDP, dalla Banca Europea per gli Investimenti, dalla francese Caisse des Depots, dalla tedesca KfW, dallo spagnolo Instituto de Credito Oficial e dalla polacca PKO Bank Polski.
Marguerite – fondo europeo per l’energia, il cambiamento climatico e le infrastrutture nato da un progetto avviato nel dicembre 2008 su iniziativa dell’Italia e del Consiglio Europeo – avrà un capitale iniziale di 600 milioni di euro. I sei soci principali hanno conferito ciascuno 100 milioni di euro ed i loro rappresentanti, insieme ad un funzionario della Commissione Europea (che contribuirà al progetto con altri 80 milioni di euro), siederanno nel consiglio di sorveglianza.
E’ stata annunciata, inoltre, l’apertura delle sottoscrizioni delle quote del fondo per un periodo di tre mesi: l’ammontare target del fondo è di 1.5 miliardi entro la prima metà del 2011. A questi si dovrebbero aggiungere linee di credito collaterali fino a 5 miliardi che gli investitori del fondo ed altre istituzioni finanziarie di lungo periodo intendono fornire, in modo che Marguerite possa mobilitare investimenti per 30-40 miliardi complessivi.
Il Fondo ha un orizzonte di investimento di lungo periodo (20 anni) e ha l’obiettivo di impiegare la totalità delle proprie risorse entro 4 anni. Si focalizzerà sui settori dei trasporti, in particolare le reti trans-europee (TEN-T), dell’energia, in particolare le reti trans-europee dell’energia (TEN-E) e delle energie rinnovabili, compresa la produzione di energia sostenibile, le infrastrutture di trasporto ecologico, la distribuzione di energia ed i sistemi per il trasporto ibrido.


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