L’esito negativo del G8-G20 conferma un giudizio che da tempo aleggia nella testa di tutti i  governanti dei maggiori paesi mondiali: ognuno segua gli interessi dei propri stati; sintomo di un incipiente  multipolarismo riservato soltanto a quei paesi  che  siano più in grado di  tirare le fila  ai  più consoni  interessi nazionali.

Rimane, pertanto, l’impossibilità di trovare accordi in un mondo diviso su tutto, anche se, paradossalmente unito, nello stesso giogo, cui sembra, condannato in particolare l’intero “pianeta occidentale”, con  riferimento ai redditi e all’occupazione.

Pur tuttavia, qualcosa di “insensato” e di apparentemente economico, tiene in vita l’insieme del mondo occidentale, espresso da un dominio Usa sull’Europa sempre più oppressivo, grazie agli elevati disavanzi pubblici di Obama e dei bassi tassi di interesse di Bernake (Presidente della Banca Centrale Usa); una micidiale combinazione tecnica di strumenti finanziari,  la cui  crescita smisurata del deficit pubblico Usa da scaricare sul resto del mondo è soltanto il lato economico di una sotteso   rapporto di predominio.

Secondo il Presidente americano le cause del disavanzo pubblico sono soltanto economiche e non dipendono dalle proprie politiche (di dominio) semmai, al contrario, da quelle di Cina e Germania.

Nei confronti della Cina,  paese fondamentale  su cui poter continuare ad appuntare un assetto strategico, data la propria capacità espansiva  oltre a rappresentare un serbatoio di liquidità finanziaria riempito  dagli investimenti in Bond (Usa) acquistati dai risparmiatori cinesi, che indirettamente sostengono il consumo degli americani, o quantomeno  ne riducono l’eventuale restrizione. E da queste interconnessioni, non solo economiche, crescono le preoccupazioni geopolitiche americane  affinché non debba o non possa incrinarsi il proprio assetto preposto ad una strategia fondamentale che si può compendiare nel “sempre più favorevole agli interessi Usa” e che intanto, più prosaicamente, segnala o suggerisce al governo cinese ,  di non affidare alla libera oscillazione del mercato la scelta del rapporto di cambio dello yuan ( rivalutazione), onde ridurre le esportazioni cinesi in Usa e,  di converso, potere favorire un maggior aumento di  importazioni Usa in Cina.

E poi nei confronti della Germania,  paese europeo a dominio Usa e reo di produrre un  forte avanzo della sua bilancia con l’estero (Usa), oltre ad  avere saputo imporre una politica di restrizione fiscale al resto dell’Unione europea: viatico, quest’ultima, di  “liberazione di capitali” e strumento finanziario  di  impulsi  di ripresa dello sviluppo economico.

Un  continuo disappunto degli Usa  nei confronti di ogni tentativo posto da ciascun paese nella difesa dei propri interessi nazionali, così come è stato espresso recentemente con una lettera di Obama ai “Grandi” (prima del G8-G20) con cui vengono formulate preoccupazioni sui possibili effetti deflazionistici derivanti da un anticipo del rigore dei bilanci pubblici, che aggraverebbe, ancorché risolvere, i problemi della finanza pubblica e dello sviluppo. Come dire, poter ancora continuare scaricare il deficit Usa sull’intera economia mondiale grazie alla libera circolazione della propria “mondezza finanziaria” rivolta con particolare accanimento nei confronti dei più dominati paesi europei, obbiettivi fondamentali delle particolari attenzioni del governo Obama.

*Gianni Duchini è collaboratore di “Conflitti e strategie” luglio ‘10

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