Allora Erode, vedendosi deluso dai Magi, si irritò grandemente e mandò a uccidere tutti i bambini che erano in Betleem e in tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù.

(Matteo 2, 16)

 

“Là, sui fiumi di Babilonia, – sostammo e piangemmo – al ricordo di Sion. / Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre”[1]. Questo esordio di uno dei Salmi più noti (Super flumina Babylonis) fu trasfuso da Temistocle Solera nel celebre coro del Nabucco verdiano; un secolo più tardi venne ripreso da Salvatore Quasimodo per rappresentare la condizione dei poeti italiani che, oppressi dal “piede straniero” (ovviamente quello tedesco), avevano cessato di cantare: “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese”[2].

La celebrità acquisita dall’esordio del salmo biblico ha però oscurato il verso conclusivo, nel quale il salmista esorta allo sterminio dei bambini babilonesi: “Beato chi afferrerà i tuoi pargoli e li sfracellerà contro la rupe!”[3].

Il tema dell’infanticidio di massa, ampliato con un osceno richiamo allo sventramento delle donne incinte, si trova anche nel libro di Osea, dove ad essere votati allo sterminio sono i bambini dei Samaritani: “Samaria sarà annientata, perché si è ribellata al suo Dio. Essi periranno di spada, i loro bimbi saranno sfracellati e le loro donne incinte saranno sventrate”[4].

Non si può dire che le prescrizioni contenute nel testo biblico siano state disattese. Il 9 aprile 1948, un mese prima della nascita dello “Stato di Israele”, Menachem Begin, autore dell’attentato che aveva fatto novanta morti al King David Hotel di Gerusalemme e futuro primo ministro del regime sionista (1977-1983) nonché Premio Nobel per la pace (1978), inviò i terroristi dell’Irgun a sterminare gli abitanti del villaggio palestinese di Deir Yassin[5], fra i quali, oltre a vecchi, donne e bambini, c’erano trenta neonati. A ricordarlo non è un propagandista “antisemita”, ma lo storico israeliano Ilan Pappe, il quale aggiunge tra l’altro: “Spararono (…) a un gruppo di bambini allineati contro un muro, che gli ebrei crivellarono di colpi ‘solo per divertimento’ prima di andarsene”[6]. In molti altri villaggi palestinesi ebbero luogo stragi analoghe, come quella di Ayn Zaytun descritta dal giornalista ebreo Hans Lebrecht: “Il villaggio era stato completamente distrutto e tra le rovine c’erano molti cadaveri. In particolare trovammo molti corpi di donne, bambini e neonati vicino alla moschea. Io convinsi l’esercito a bruciare i cadaveri”[7].

Nella Palestina occupata dai sionisti, gli infanticidi di massa non sono certamente terminati a Deir Yassin. Nei sei mesi che intercorrono fra l’ottobre 2023 e il marzo 2024 “quasi 26.000 bambini – pari a poco più del 2% della popolazione infantile di Gaza – sono stati uccisi o feriti”[8] in Palestina dall’esercito degli occupanti sionisti, quello stesso che “l’unica democrazia del Vicino Oriente” vanta orgogliosamente come “l’esercito più morale del mondo”. Nel medesimo periodo, “ad almeno 1.000 bambini sono state amputate una o entrambe le gambe e circa 30 dei 36 ospedali sono stati bombardati, lasciandone solo 10 parzialmente funzionanti. Distrutto quasi il 90% degli edifici scolastici e circa 260 insegnanti sono stati uccisi”[9]. “Sono morti più bambini in sei mesi a Gaza che in tutti i conflitti del mondo negli ultimi quattro anni”, ha dichiarato il commissario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA)[10].

Che questi crimini non debbano essere imputati unicamente all’attuale classe di governo del regime sionista di occupazione, ma siano conformi all’etica militare dell’“esercito più morale del mondo” e alle dottrine alle quali esso si ispira, ce lo conferma uno studioso ebreo cui si debbono diversi scritti sul giudaismo: Israel Shahak (1933-2001), nato in Polonia, internato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen ed emigrato nel 1945 in Palestina, dove insegnò all’Università ebraica di Gerusalemme. Israel Shahak riferisce che “numerosi commentatori rabbinici del passato sono giunti alla conclusione logica che in tempo di guerra tutti i gentili appartenenti ad una popolazione nemica possono, o devono, essere uccisi”[11] e ci informa che dal 1973 questa dottrina viene insegnata negli ambienti militari israeliani. In un opuscolo edito dall’“esercito più morale del mondo”, del quale Shahak ha reso noti alcuni brani significativi traducendoli in inglese[12], il gran rabbino colonnello A. Avidan afferma testualmente: “Quando nel corso di una guerra o in un’incursione armata le nostre forze trovano davanti a sé dei civili dei quali non si può essere certi che non ci nuocciano, questi civili, secondo la Halakhah [l’insieme delle norme giuridiche della dottrina tradizionale giudaica, nda], possono e devono essere uccisi (…) In nessun caso ci si deve fidare di un arabo, anche se ha un aspetto di persona civile (…) In guerra, quando le nostre truppe danno l’assalto finale, la Halakhah permette ed ordina di uccidere anche i civili buoni, ossia i civili che si presentano come tali”[13]. L’attualità di questa dottrina è dimostrata dallo scambio epistolare intercorso tra una recluta dell’esercito israeliano e il suo rabbino e riportato da Shahak. Il soldato Moshe chiede al rabbino Shimon Weiser: “Bisogna trattare gli Arabi come gli Amaleciti? Vale a dire, è lecito ucciderli deliberatamente finché il loro ricordo non sia stato cancellato sotto il cielo[14], o bisogna agire come in una guerra giusta, nella quale si uccidono solo i soldati?”[15] Il pio rabbino risponde a Moshe citando il celebre imperativo talmudico di Rabbi Shim‘on ben Yochay: “Il migliore dei gentili, ammazzalo (Tob shebe-goyim harog); al migliore dei serpenti, schiaccia il cervello”[16]. Quindi, argomentando sulla base di un passo delle Tôsâphôth (una raccolta di interpretazioni del Talmud), conclude che in tempo di guerra l’uccisione dei civili è una mitzvah, cioè una prescrizione religiosa.

“Trattare gli Arabi come gli Amaleciti?” chiede la giovane recluta, partecipe dell’odio inestinguibile nutrito dagli ebrei per l’antico popolo di Amalek, archetipo del nemico che deve essere eliminato dalla faccia della terra. È sempre valido[17] infatti il comandamento di Jahvè che Samuele trasmise a Saul: “Adesso va’ e colpisci Amalek e Ierim e tutto ciò che gli appartiene; non dovrai lasciare che sopravviva, ma dovrai distruggere completamente lui e tutto ciò che gli appartiene; non dovrai risparmiarlo, ma dovrai uccidere uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”[18]. Ma siccome “Saul e il suo popolo risparmiarono Agag [re di Amalek] e la parte migliore delle pecore, dei buoi, dei cibi, dei vigneti e di tutte le cose buone e non vollero distruggerli completamente, ma distrussero completamente solo ciò che era senza valore e disprezzato”[19], Samuele portò a compimento l’opera trafiggendo di propria mano il re di Amalek. Anche la tradizione ebraica più tarda ha narrato questo episodio ricalcando i termini biblici. Flavio Giuseppe, ad esempio, scrive che Saul “procedette allo sterminio di donne e di bambini ritenendo di non commettere nulla di crudele o di disumano: innanzitutto perché agiva così contro dei nemici e, in secondo luogo, perché obbediva ad un comando di Dio, che sarebbe stato pericoloso disattendere (…) Dio infatti odiava tanto la nazione degli Amaleciti, che gli ordinò di non risparmiare nemmeno gl’infanti, per i quali è naturale provare maggiore pietà”[20].

D’altronde la conquista della “terra promessa” era stata costellata da una serie di massacri e di stragi che non avevano risparmiato né donne, né bambini. Siccome Seon, re di Esebon, aveva rifiutato di far transitare gli Israeliti sul suo territorio, essi distrussero ogni centro abitato, massacrandone tutti gli abitanti: “In quel tempo ci impadronimmo di tutte le sue città [del regno di Seon], e distruggemmo completamente ogni città, comprese le donne e i bambini: non lasciammo in vita nessuno”[21]. Nel regno del Basan distrussero sessanta città: “Li votammo alla distruzione, come avevamo fatto con Seon, re di Esebon, e votammo alla distruzione ogni città, comprese le donne e i bambini”[22]. Quando poi gl’Israeliti entrarono a Gerico, “Giosuè la votò allo sterminio con tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, vitelli e animali da soma, tutto passarono a fil di spada”[23]. Anche ad Ai gl’Israeliti massacrarono tutti gli abitanti, senza distinzione di sesso e di età: “In quel giorno i morti furono dodicimila, tutti gli abitanti di Ai (…) poi Giosuè diede alle fiamme la città”[24]. Nella parte meridionale di Canaan gl’Israeliti “presero Makkeda in quello stesso giorno e la passarono a fil di spada, distruggendovi ogni essere vivente: non lasciarono che si salvasse e scampasse nessuno”[25]. Poi toccò a Lebna: “la passarono a fil di spada con ogni essere vivente dentro di essa: non lasciarono che si salvasse e scampasse nessuno”[26]. Allora “il Signore consegnò pure Lachis in potere d’Israele, che al secondo giorno la prese, la passò a fil di spada e la distrusse”[27]. Poi Giosuè prese Eglon e “la fece passare a fil di spada; dentro di essa fecero passare a fil di spada ogni essere vivente”[28]. Quindi fu la volta di Ebron: “la passò a fil di spada e non lasciò sopravvivere nessun essere vivente di quelli che vi si trovavano”[29]. La strage seguente ebbe luogo a Dabir: “la passarono a fil di spada, la distrussero con ogni essere vivente che vi si trovava e non lasciarono in vita nessuno”[30]. Quando poi gl’Israeliti si rivolsero contro la parte settentrionale di Canaan e presero la città di Asor, “non fu lasciato in essa un solo essere vivente”[31]. Alla fine, tutta la terra di Canaan fu conquistata e depredata, e le sue risorse vennero spartite fra le varie tribù israelitiche.

Affrontando il tema delle origini bibliche della strategia seguita dai sionisti per occupare la Palestina e individuandone il modello archetipico nel resoconto epico fattone dal Libro di Giosuè, Youssef Hindi ha osservato che “la storia della conquista è stata mitologizzata dai rabbini e dagli scribi che hanno redatto e falsificato la Bibbia, trasmettendoci non tanto la realtà storica, quanto la loro concezione di Dio e dei loro rapporti coi goim, i non ebrei”[32]. L’accusa concernente la falsificazione delle Scritture compiuta dagli ebrei, essendo chiaramente formulata nel testo coranico[33], è nota e familiare all’autore musulmano, il quale la rilancia citando come caso esemplare proprio il Libro di Giosuè e adducendo la prova della sua manipolazione. “Quando la conquista di Giosuè giunge al termine, – egli scrive – vi si dice che in seguito Mosè ne assegnò ogni parte alle tribù dei figli d’Israele e che lui restava sull’altra riva del Giordano (Giosuè 13, 29-33)”[34]. Ma Mosè, obietta Youssef Hindi, “era morto nel deserto prima che Giosuè e Israele entrassero nella terra promessa e dopo che Dio gli aveva annunciato che non avrebbe visto la terra promessa e sarebbe rimasto dall’altra parte del Giordano”[35].

Tuttavia quello che conta non è certo la verità o l’attendibilità storica del racconto biblico, bensì il suo valore di storia esemplare, nel senso in cui sono esemplari i miti, i quali, “per il solo fatto di enunciare ciò che avvenne in illo tempore, sono una storia esemplare del gruppo umano che li ha conservati e del cosmo di quel gruppo”[36]. Al pari dei miti, così pure il racconto biblico, contenuto in un testo che il giudaismo ritiene rivelato da Dio e mai più abrogato, può o deve ripetersi, trovando “il suo significato e il suo valore nella ripetizione stessa”[37]. Una manifestazione eloquente di questa concezione è data dal discorso tenuto il 9 marzo 2017 davanti ad uno sconcertato Vladimir Putin dal primo ministro israeliano Netanyahu, il quale, per sostenere le proprie “ragioni” contro la Repubblica Islamica dell’Iran, evocò il massacro di 75.000 Persiani compiuto dagli ebrei nel V secolo a. C.[38] e da allora annualmente rivissuto nella festa di Purim.

Perciò, siano realmente avvenute o costituiscano il parto fantasioso di agiografi affetti da particolare sadismo, le azioni infanticide e genocide descritte con morboso compiacimento nei brani biblici riportati più sopra hanno comunque ispirato i sionisti, i quali, considerandole sante, esemplari e normative, le hanno prese a modello per i loro crimini.


NOTE

[1] “Έπὶ τῶν ποταμῶν Βαβυλῶνος – ἐϰεῖ ἐϰαθίσαμεν ϰαὶ ἐϰλαύσαμεν – ἐν τῷ μνησθῆναι ἡμᾶς τῆς Σιων. / ἐπὶ ταῖς ἰτέαις ἐν μέσῳ αὐτῆς ἐϰρεμάσαμεν τὰ ὄργανα ἡμῶν” (Ps. 136, 1-2; Trad. Settanta).

[2] Salvatore Quasimodo, Con il piede straniero sopra il cuore, Quaderni di costume, Milano 1946.

[3] “μαϰάριος ὃς ϰρατήσει ϰαὶ ἐδαφιεῖ τὰ νήπιά σου πρὸς τὴν πέτραν” (Ps. 136, 9; Trad. Settanta).

[4] “ἀφανισθήσεται Σαμάρεια, ὅτι ἀντέστη πρὸς τὸν θεὸν αὐτῆς· ἐν ῥομφαίᾳ πεσοῦνται αὐτοί, ϰαὶ τὰ ὑποτίτθια αὐτῶν ἐδαφισθήσονται, ϰαὶ αἱ ἐν γαστρὶ ἔχουσαι αὐτῶν διαρραγήσονται” (Os., 14, 1; Trad. Settanta).

[5] Nel suo libro The revolt: story of the Irgun Begin scrisse che “lo Stato di Israele non sarebbe esistito senza la vittoria di Deir Yassin” (p. 200).

[6] Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, p. 117.

[7] Hans Lebrecht, The Palestinians. History and Present, Zoo Ha-Derech, Tel Aviv, 1987, p. 177.

[8] In sei mesi di guerra 26 mila bambini uccisi o feriti a Gaza, ansa.it, 4 aprile 2024.

[9] Ibidem.

[10] tg24.sky.it/mondo/2024/04/28/

[11] Israël Shahak, Histoire juive – Religion juive. Le poids de trois millénaires, La vieille taupe, Paris 1996, pp. 157-158.

[12] I. Shahak, Jewish History, Jewish Religion. The Weight of Three Thousand Years, Pluto Press Limited, London 1994.

[13] A. Avidan, Tohar hannesheq le’or hahalakhah (“La purezza delle armi alla luce della Halakhah”), Comando della Regione centro, 1973, cit. in I. Shahak, op. cit., p. 158.

[14] “Tu cancellerai il ricordo di Amalek sotto i cieli” (Deuteronomio, 25, 19).

[15] Rabbi Shim‘on Weiser, La purezza delle armi. Uno scambio epistolare, in “Niv Hammidrashiyyah Yearbook”, 1974, p. 29. L’annuario viene pubblicato in ebraico, inglese e francese, ma le lettere qui citate vi sono apparse unicamente in ebraico. La traduzione qui riportata proviene da I. Shahak, op. cit., pp. 158-164.

[16] “Il migliore dei gentili, ammazzalo; al migliore dei serpenti, schiaccia il cervello” (Abhodah Zarah, 26b, Tôsâphôth). “Simon ben Yohaj è per eccellenza il maestro antigentile. In una raccolta di tre suoi detti che cominciano con la parola chiave tôbh (=buono) (Yer. Kid. 66c; Massek. Soferim XV, 10; Mek. Beshallah 27a; Tan., Wayera ed. Buber, 20) si trova l’espressione spesso citata dagli antisemiti ‘Tob shebe-goyyim harog’ (= ‘Il migliore tra i Gentili merita di essere ucciso’)” (The Jewish Encyclopedia, New York 1901-1906, vol. V, p. 617).

[17] Delle 613 mitzvot che il pio israelita è chiamato ad osservare, tre si riferiscono agli Amaleciti.

[18] “ϰαὶ νῦν πορέυου ϰαὶ πατάξεις τòν Αμαλεϰ ϰαὶ Ιεριμ ϰαὶ πάντα τὰ αὐτοῦ ϰαὶ οὐ περιποιήσῃ ἐξ αὐτοῦ ϰαὶ ἐξολεθρεύσεις αὐτὸν ϰαὶ πάντα τὰ αὐτοῦ ϰαὶ οὐ φείσῃ ἀπʹ αὐτοῦ ϰαὶ ἀποϰτενεῖς ἀπὸ ἀνδρὸς ϰαὶ ἕως γυναιϰὸς ϰαὶ ἀπὸ νηπίου ἕως θηλάζοντος ϰαὶ ἀπὸ μόσχου ἕως προβάτου ϰαὶ ἀπὸ ϰαμήλου εἰς ὄνου” (I Samuele, 15, 3; trad. Settanta).

[19] “ϰαὶ περιποιήσατο Σαουλ ϰαὶ πᾶς ὁ λαὸς τὸν Αγαγ ζῶντα ϰαὶ τὰ ἀγαθὰ τῶν ποιμνίων ϰαὶ τῶν βουϰολίων ϰαὶ τῶν ἐδεσμάτων ϰαὶ τῶν ἀμπελώνων ϰαὶ πάντων τῶν ἀγαθῶν ϰαὶ οὐϰ ἐβούλετο αὐτὰ ἐξολεθρεῦσαι· ϰαὶ πᾶν ἔργον ἠτιμωμέον ϰαὶ ἐξουδενωμένον ἐξολέθρευσαν” (I Samuele; trad. Settanta).

[20] “ἐπὶ σφαγὴν γυναικῶν καὶ νηπίων ἐχώρησεν, οὐδὲν ὠμὸν οὐδ’ ἀνθρωπίνης σκληρότερον διαπράσσεσθαι φύσεως ἡγούμενος, πρῶτον μὲν πολεμίους ταῦτα δρῶν, ἔπειτα προστάγματι θεοῦ, ᾧ τὸ μὴ πείθεσθαι κίνδυνον ἔφερε. (…) ὁ μὲν γὰρ θεὸς οὕτως ἐμίσησε τὸ τῶν Ἀμαληκιτῶν ἔθνος, ὡς μηδὲ νηπίων φείσασθαι κελεῦσαι πρὸς ἃ μᾶλλον ἔλεος γίνεσθαι πέφυκε” (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, VI, 7, 136-138).

[21] “ϰαὶ ἐϰρατήσαμεν πασῶν τῶν πόλεων αὐτοῦ ἐν τῶ ϰαιρῷ ἐϰείνῳ ϰαὶ ἐξωλεθρεύσαμεν πᾶσαν πόλιν ἐξῆς ϰαὶ τὰς γυναῖϰας αὐτῶν ϰαὶ τὰ τέϰνα αὐτῶν, οὐ ϰατελίπομεν ζωγρείαν” (Deuteronomio 2, 34; trad. Settanta).

[22] “ἐξωλεθρεύσαμεν αὐτούς, ὥσπερ ἐποιήσαμεν τὸν Σηων βασιλέα Εσεβων, ϰαὶ ἐξωλεθρεύσαμεν πᾶσαν πόλιν ἑξῆς ϰαὶ τὰς γυναῖϰας ϰαὶ τὰ παιδία” (Deuteronomio 3, 6; trad. Settanta).

[23] “ϰαὶ ἀνεθεμάτισεν αὐτὴν Ἰησοῦς ϰαὶ ὅσα ἦν ἐν τῇ πόλει ἀπὸ ἀνδρὸς ϰαὶ ἕως γυναιϰός, ἀπὸ νεανίσϰου ϰαὶ ἕως μόσχου ϰαὶ ὑποζυγίου, ἐν στόματι ῥομφαίας” (Giosuè 6, 21; trad. Settanta).

[24] “ϰαὶ ἐγενήθησαν οἱ πεσόντες ἐν τῇ ἡμέρα ἐϰείνῃ ἀπὸ ἀνδρὸς ϰαὶ ἕως γυναιϰὸς δώδεϰα χιλιάδες, πάντας τοὺς ϰατοιϰοῦντας Γαι (…) ϰαὶ ἐνεπύρισεν Ἰησοῦς τὴν πόλιν ἐν πυρί” (Giosuè 8, 25-28; trad. Settanta).

[25] “ϰαὶ τὴν Μαϰηδα ἐλάβοσαν ἐν τῇ ἡμέρᾳ ἐϰείνῃ ϰαὶ ἐφόνευσαν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους ϰαὶ ἐξωλέθρευσαν πᾶν ἐμπνέον ἐν αὐτῇ, ϰαὶ οὐ ϰατελείφθη ἐν αὐτῇ οὐδεὶς διασεσῳσμένος ϰαὶ διαπεφευγώς” (Giosuè 10, 28; trad. Settanta).

[26] “ἐφόνευσαν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους ϰαὶ πᾶν ἐμπνέον ἐν αὐτῇ, ϰαὶ οὐ ϰατελείφθη ἐν αὐτῇ οὐδὲ εἶς διασεσῳσμένος ϰαὶ διαπεφευγώς” (Giosuè 10, 30; trad. Settanta).

[27] “παρέδωϰεν ϰύριος Λαχις εἰς τὰς χεῖρας Ισραηλ, ϰαὶ ἔλαβεν αὐτὴν ἐν τῇ ἡμέρᾳ τῇ δευτέρᾳ ϰαὶ ἐφόνευσαν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους ϰαὶ ἐξωλέθρευσαν αὐτήν” (Giosuè 10, 32; trad. Settanta).

[28] “ἐφόνευσεν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους, ϰαὶ πᾶν ἐμπνέον ἐν αὐτῇ ἐφόνευσαν” (Giosuè 10, 35; trad. Settanta).

[29] “ἐπάταξεν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους ϰαὶ πᾶν ἐμπνέον, ὅσα ἦν ἐν αὐτῇ, οὐϰ ἦν διασεσῳσμένος” (Giosuè 10, 37; trad. Settanta).

[30] “ἐπάταξαν αὐτὴν ἐν στόματι ξίφους ϰαὶ ἐξωλέθρευσαν αὐτὴν ϰαὶ πᾶν ἐμπνέον ἐν αὐτῇ ϰαὶ οὐ ϰατέλιπον αὐτῇ οὐδένα διασεσῳσμένον” (Giosuè 10, 39; trad. Settanta).

[31] “οὐ ϰατελείφθη ἐν αὐτῇ ἐμπνέον” (Giosuè 11, 11; trad. Settanta).

[32] Youssef Hindi, Origini bibliche della strategia israeliana di conquista, “Eurasia”, 1/2024, p. 39.

[33] “Guai a coloro che scrivono il Libro con le loro mani (yaktubūna al-Kitāba bi aydīhim) e poi dicono: ‘Questo proviene da Dio’ e lo barattano per un vil prezzo! Guai a loro per quello che le loro mani hanno scritto, e per quello che hanno lucrato” (Corano II, 79).

[34] Y. Hindi, art. cit., p. 40, n. 1.

[35] Ibidem.

[36] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1972, p. 447.

[37] M. Eliade, ibidem.

[38] “Così i Giudei colpirono di spada tutti i loro nemici: fu un vero massacro, un autentico sterminio: fecero dei loro nemici quello che vollero” (Ester, 9, 5).


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).