In questi ultimi anni, smaltita una lunga sbornia ideologica keynesiana – sostituita purtroppo da quella neoliberista che è forse peggiore – un certo numero di autori ha cominciato a mettere in dub-bio l’interpretazione tradizionale della crisi del 1929, e della sua risoluzione dopo l’elezione a pre-sidente degli Usa di Roosevelt (l’entrata in carica avvenne il 4 marzo 1933) e la politica da questi attuata (il New Deal) tra il ’33 e il ’37. In realtà, gli Usa uscirono nel 1933 dalla fase più acuta della crisi, ma continuarono in una sostanziale stagnazione, con brevi rialzi e nuove depressioni, fino alla seconda guerra mondiale. Il New Deal fu caratterizzato da una serie di misure, basate su massicci aumenti della spesa pubblica (in specie, ma non solo, in infrastrutture), considerate keynesiane ante litteram, dato che l’opera fondamentale del grande economista inglese, Teoria generale dell’occu-pazione, dell’interesse e della moneta, uscì nel 1936.

Da un bel po’ di tempo sostengo che a far uscire dalla crisi fu lo scontro militare mondiale; noto che altri sono giunti alla medesima conclusione, e ne sono lieto. Tuttavia, anche nella nuova tesi permane la solita ideologia dominante per cui il problema decisivo, nella crisi, è la carenza di do-manda (sia di beni di consumo che di investimento). Un fenomeno che Keynes spiegò poi in modo teoricamente molto raffinato, cui non si può qui nemmeno accennare; basti solo dire che tale caren-za riguardava essenzialmente la domanda dei privati, cui si doveva supplire con quella “pubblica”, meglio se in deficit di bilancio onde evitare che magari lo Stato desse con una mano e togliesse con l’altra (aumento della pressione fiscale).
La guerra era stata particolarmente “felice” nell’incrementare la domanda dal lato della spesa pubblica per le sue enormi necessità di mezzi atti a condurla; per di più con fabbricazione di grandi quantità di strumenti militari (aerei, navi, carri armati, cannoni e quant’altro) che non “ingorgano” il mercato, essendo “fortunatamente” impiegati nel teatro bellico, in buona parte distrutti e quindi rimpiazzati mediante una nuova produzione (che crea reddito aggiuntivo). Qualcuno si accorse che pure l’altra grande crisi del XX secolo – quella del 1907, sempre con epicentro nella finanza statunitense, segno che quel paese stava assumendo già allora una certa preminenza – fu seguita dalla sostanziale stagnazione dell’economia reale, salvo che nei settori investiti dall’accelerazione del riarmo delle varie potenze in vista della prima guerra mondiale.
Insomma, l’evento bellico, con il suo corteggio non solo di milioni e milioni di morti (nella se-conda soprattutto civili) bensì anche di immani distruzioni materiali, sarebbe però stato il reale toc-casana in merito ai problemi posti dal ciclo economico. Questi ragionamenti – comunque più reali-stici di quelli che affidano la soluzione della crisi a misure kenesiane la cui applicazione, nel secon-do dopoguerra, non ebbe poi strepitosi successi, preparando così la “riabilitazione” del neoliberismo – sono affetti dalla solita ideologia economicistica che nasconde, non per subdolo e consapevole inganno perpetrato dagli economisti “ufficiali”, il luogo del vero scontro tra dominanti per la su-premazia.
Se la seconda guerra mondiale risolse l’impasse della crisi del ‘29 – mentre la prima sanò “mo-mentaneamente” quella del 1907, con forte sviluppo (non di tutti i paesi capitalistici, quasi solo dei vincitori) negli anni ’20 fino al botto clamoroso della fine di quel decennio – è perché emerse fi-nalmente, nel campo capitalistico, il paese preminente, quello che assunse in esso la posizione cen-trale. La supremazia statunitense, già in affermazione dalla prima guerra mondiale ma non ancora stabile, divenne incontrastata dal 1945 in poi nell’area del capitalismo che oggi definirei “tradizio-nale” perché – tutto sommato e tramite un più tortuoso percorso storico ancora poco conosciuto in quanto sovraccaricato da ideologismi (contrapposti) – anche il cosiddetto “socialismo” sta svilup-pando oggi forme socio-economiche di tipologia capitalistica, in particolare l’impresa e il mercato, sia pure con notevoli diversità.

La crisi economica, per quanto riguardi in modo spesso assai drammatico (mai drammatico quanto la guerra) le popolazioni di questo sistema sociale, è aspetto di superficie, è il vento impetuoso capace di sollevare alti cavalloni in un mare che però, già a poca profondità, risente di altre correnti e movimenti rispetto a quanto avviene nel “mondo della luce e della visibilità”. Quando il sistema “globale” (mondiale o almeno di un intero campo come quello capitalistico del secondo do-poguerra) si organizza in base al predominio di un paese che coordina l’insieme, la crisi – sempre insita nella struttura mercantile del capitalismo, duplicata necessariamente dalla più labile e instabi-le sfera finanziaria poiché merce e moneta sono l’una il correlato dell’altra, e così pure perciò lo scambio di beni e di denaro – appare più controllabile e non assume carattere di sconvolgimento puro e semplice. Per questi motivi, all’interno del campo capitalistico in cui gli Usa erano domina-tori irraggiungibili nella loro potenza, si pensò che la crisi fosse sconfitta, potesse ormai esistere so-lo la recessione, tutto sommato contrastata e superata con prevalenti manovre monetarie, qualche opera pubblica, qualche sostegno salariale, e poco più.

L’ultima crisi – ignorata a lungo dalla sedicente scienza economica ufficiale – ha scosso, solo parzialmente, la sicumera degli “esperti”. La si è affrontata inondando tutti i canali possibili con fiumi di denaro, in specie per salvataggi di banche e, in subordine, di imprese in altri settori, anche dell’economia detta reale. Difficile essere sicuri che si stia dicendo la verità in merito al fatto che vi è ormai poco da temere. Ammettiamo per un momento che sia così (tanto la questione si chiarirà entro la fine dell’anno, massimo nei primi mesi del prossimo). Ancora una volta, ci si è buttati a corpo morto sull’ideologia secondo cui la crisi è stata vinta con pure misure economiche, anzi quasi solo monetarie e finanziarie; Bernanke è sugli scudi, è lui che ci ha fornito la ciambella di salvatag-gio. Non è proprio così: questa crisi, ammesso che finisca, è solo il primo presentarsi delle gravi dif-ficoltà che nasceranno dal fallimento del disegno pienamente imperiale perseguito dagli Usa, illusi dal crollo del socialismo reale e soprattutto dell’Urss.
Il cambiamento di tattica americano, la “politica del serpente” seguita dalla nuova Amministrazione Obama, è il risultato di quel fallimento. Tuttavia, gli Usa cercano di stoppare lo sgretolamen-to, di metterci una toppa, facilitati anche dai loro particolari rapporti finanziari con la Cina, rapporti che in qualche modo hanno attenuato l’efficacia della politica di potenziale competitore svolta da quest’ultima. Ci saranno molte giravolte nella “guerra di movimento” che si è aperta con la fine del mondo bipolare. Potrà sembrare che ora l’una, ora l’altra, delle aspiranti potenze si trovi in difficol-tà per la politica pur sempre aggressiva degli Stati Uniti, anche se in forme diverse dalle precedenti (dal 1991 al 2008).

Tali potenze – ad esempio, Russia e Cina – avranno fra loro per chissà quanto tempo un contenzioso da regolare (è la sorte di tutti i paesi che hanno acquisito notevole forza). Tut-tavia, alcune di esse sapranno riconoscere le loro esigenze (tattiche) di comporre momentaneamente (cioè per una fase storica) i loro dissidi, rinviandoli a periodi più opportuni, al fine di opporsi al ten-tativo, che sempre si riproporrà, del vecchio paese imperiale smanioso di imporre nuovamente il suo predominio centrale.

Non credo si tornerà però indietro, il multipolarismo si accentuerà, sia pure con onde sinusoidali e persino con qualche “ricciolo” (implicante l’apparente inversione di tendenza). Mancherà quindi il presupposto fondamentale del “coordinamento”, cioè la subordinazione di un sistema complessivo di paesi ad uno di essi divenuto predominante; dove la preminenza consiste nella possibilità di quest’ultimo di imporre i suoi giochi di strategia grazie alla maggiore potenza.

Non un centro, ma più centri saranno in formazione. Si verificheranno periodicamente “uragani” con “ondate” assai alte (le crisi economiche), su cui tutti i vari gruppi dominanti (economici, politici, ecc.) si getteran-no in un’orgia di finzioni cooperative, collaborative (si esce insieme dalla crisi!), mentre i loro nu-clei strategici (quelli nascosti ma realmente efficaci nelle misure che prendono) continueranno a la-vorare “per il re e per la patria”. Le popolazioni soffriranno, saranno mazzolate, e tuttavia convinte dai gruppi sociali di vertice che si sta lavorando per risollevare le sorti di “tutti insieme appassiona-tamente”.
Come sempre in casi del genere, attorno alle potenze in crescita, costituenti i diversi poli, si rag-grupperanno altri paesi di varia forza secondo una gerarchia di gradazioni, che tuttavia non saranno sempre disposti a subire la dominanza dei rispettivi poli; molte insofferenze e insubordinazioni si verificheranno e, indubbiamente, le gerarchie subiranno scossoni prima di arrivare a quell’assestamento che prelude ad uno scontro più ruvido per risolvere il problema storico cruciale: chi ha la forza e l’abilità necessarie a divenire un altro centro supremo? Nel frattempo, nelle aree attorno ai diversi poli, ognuno di questi ultimi cercherà di installare forze politiche (e culturali, ma in subordine) atte a garantirgli la preminenza; forze che potremmo definire subdominanti, poiché asservite al polo di quella data area, ma in grado di tenere sotto controllo e in subalternità gli strati della popolazione nel loro paese, strati che devono nella sostanza obbedire, possibilmente credendo di esprimere “democraticamente” le proprie preferenze per quei subdominanti.

I nuclei decisivi dei vari poli – quelli effettivi, quelli dell’efficacia delle strategie, tra loro in conflitto – sono come già detto nascosti. Sul davanti della scena si muovono i gruppi economici (produttivi e finanziari), invitati alla cooperazione da quelli politico-ideologici. Tale sedicente coo-perazione altro non è se non il “coordinamento” tra i settori della passata fase dell’industrializzazione (tipo auto e metalmeccanico) nei paesi dei subdominanti e i settori dell’ultima ondata innovativa (settori di punta) nel polo dominante (finora soprattutto quello statunitense); un coordinamento che è in realtà dipendenza. I gruppi politico-ideologici dei subdominanti (ad esempio, europei e italiani) devono essere proni ai voleri di quelli del polo dominante.
Ecco perché gli Usa mugugnano contro alcuni aspetti della politica estera del governo italiano (di una parte di questo) che fornisce “eccessivo” aiuto a nostre imprese di punta (metti Eni o Fin-meccanica, ecc.); e certi gruppi politici italiani (la maggior parte di essi, sinistra in testa) si fanno portavoce di questi mugugni. Non importa con quali mezzi diversivi (tipo gossip) riescono a turlu-pinare la popolazione; l’importante è “coordinare” l’economia dei subdominanti con quella domi-nante, cioè rendere la prima subalterna alla seconda. Ed ecco perché allora spunta l’aiuto americano alla Fiat quale testa di ponte per danneggiare i progetti delle nostre industrie di punta e confinare l’Italia, così come gli altri paesi del “proprio polo”, nei settori “arretrati” (nel senso di ormai maturi, di altra fase storica dello sviluppo capitalistico).

Il discorso non finisce qui, perché questa azione economica è ancora una volta l’apparenza visi-bile, che nasconde le finalità reali, poste dalla strategia geopolitica dei diversi poli: quello ancora preminente (Usa) e quelli che si stanno rafforzando. Tanto per fare un esempio, il South e Nor-thstream (frutto dell’attività di Eni e Gazprom) contro l’“americano” Nabucco, oppure la Fiat (con Chrysler e coinvolgimento di Gm-Opel) ridotta a strumento della strategia americana, sono movi-menti nella sfera economica senz’altro importanti; tuttavia, si tratta di azioni in svolgimento sul palcoscenico con occultamento di quanto sta avvenendo dietro le quinte (geopolitiche appunto). Fi-nisco qui, ma il lettore tenga a mente queste succinte premesse, che serviranno a capire le conclu-sioni di altri scritti.

Fonte: “Ripensare Marx”


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