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LIV – La Russia e l’Europa

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Nonostante la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’avanzata della NATO verso est, la Russia continua ad estendere il suo immenso territorio dall’Europa orientale fino a Vladivostok. Ancora oggi la Russia è l’unico Stato veramente indipendente e sovrano in un’Europa frazionata in una moltitudine di staterelli rissosi, tutti sottoposti all’egemonia statunitense, impotenti sotto il profilo militare ed incapaci perfino di difendere le frontiere esterne di una “Unione” che è tale soltanto di nome.

Descrizione

DOSSARIO: LA RUSSIA E L’EUROPA

La geografia non è mai stata un ostacolo o una fonte di preoccupazioni gravi tra la Russia e l’Europa. Oggi, nella nuova configurazione geopolitica del mondo, la geografia diventa essenziale per la loro continuità storica. Essa le spinge ad intendersi ed offre loro il modo per farlo. Tocca agli Europei, dell’Est e dell’Ovest, comprenderla e superare pregiudizi ed etnocentrismi.

Oggi con il termine “Occidente” si tende ad identificare un unico blocco, ad egemonia statunitense, che raggruppa Nord America ed Europa quali rappresentanti di una sorta di “unicum culturale”. Tuttavia, molti Paesi europei (soprattutto dell’area mediterranea e di quella mitteleuropea) che oggi vengono inseriti nel cosiddetto “mondo occidentale” subirono l’occidentalizzazione come una imposizione esterna e, a più riprese, si opposero con forza a questo processo. L’esito dei due conflitti mondiali e successivamente il crollo del blocco socialista, con la creazione dell’UE ed il suo allargamento ad est, hanno accelerato l’inserimento dell’intera Europa nel sistema di influenza e dominio statunitense, sradicandola ulteriormente da quella che Carl Schmitt definiva la sua “naturale collocazione spirituale”.

La costruzione del Nord Stream 2 ha fatto riemergere le divergenze di interessi tra Europa e Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti hanno fin da subito denunciato il progetto come uno strumento per isolare l’Ucraina e legare l’Europa a doppio filo, i leader dei Paesi europei interessati hanno fatto quadrato attorno al progetto, sicché le possibili sanzioni contro di esso rischiano di rivelarsi un boomerang. Il gasdotto, inoltre, potrebbe diventare uno degli strumenti per rilanciare i rapporti con il Regno Unito, tradizionalmente ostile alla Russia ma duramente provato dalla vicenda Brexit.

Il quadro strategico e geopolitico globale sta definitivamente passando dalla fase caotica, seguita alla fine del momento unipolare americano, ad una fase compiutamente multipolare. Se il passaggio dalla fase bipolare a quella unipolare è stato marcato dalla lunga fine della Guerra Fredda e il passaggio dalla fase unipolare a quella di riassetto caotico[1] del mondo lo è stato dall’11 settembre 2011, è più difficile individuare una cesura netta tra la fase caotica e quella multipolare in fase di assestamento. Scopo di questo breve studio è in primis individuare i segni di questo passaggio, quindi sintetizzare una descrizione delle nuove “faglie tettoniche” geopolitiche in fase di consolidamento ed infine analizzare i rapporti tra Europa e Russia sul piano strettamente geopolitico nella fase storica in preparazione, concentrando lo sguardo sull’Italia.

L’ingresso del mondo nel multipolarismo annuncia una ristrutturazione dei rapporti di forza tra potenze, con il declino “relativo” degli USA e della loro capacità ordinatrice globale. Un asse Russia-Germania-Italia è forse, in questo frangente epocale, lontano dalla realtà, ma è quello di più immediata intuizione quando si pensa alla costruzione di un contropotere nell’Europa subordinata a Washington. Siamo, lo sappiamo, ad un livello molto ipotetico; questa elucubrazione si scontra con i parametri della situazione storica effettiva, perché Berlino e Roma sono forse i centri in cui gli yankee hanno dislocato tutto il potenziale della loro aggressività militare e d’intelligence, a protezione dei loro interessi nell’area. Ma proprio per questa condizione di svantaggio tale triangolazione diventa ancora più necessaria per avviare le “bonifiche” dell’avvenire.

Fin dai primi anni 2000 al disegno di un dialogo geopolitico euro-russo è stata contrapposta l’idea di un’ulteriore integrazione euro-americana. L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha indotto l’Europa e l’asse franco-tedesco a percorrere nuove strade, come risulta evidente anche dal Trattato di Aquisgrana. Ciò potrebbe favorire il ritorno di un dialogo tra l’Europa e il Cremlino, anche se, dal trattato INF a Trimarium, dal Kosovo all’Ucraina, sono numerosi gli ostacoli che lo rendono difficile.

Nonostante la dipendenza dalla NATO, l’Unione Europea non è percepita dalla Russia come una minaccia, probabilmente perché gli Stati comunitari stanno incrementando le loro capacità nelle relazioni internazionali e tale atteggiamento potrebbe comportare un parziale distacco dagli Stati Uniti a favore di una migliore interazione con la Russia stessa. Inoltre i modelli di difesa e sicurezza degli Stati comunitari si basano sulla condivisione e sulla diffusione della “democrazia” e la forza militare di proiezione dell’Unione Europea si richiama alla stabilizzazione ed al ripristino dei “diritti umani” più che ad una dottrina dell’intervento armato.

L’attuale Republica Moldova rappresenta la parte orientale del principato medioevale di Moldavia, che era, con la Valacchia, uno dei due Stati abitati da una popolazione romena nello spazio carpato-danubiano-pontico. Col crollo dell’Unione Sovietica e con l’acquisizione dell’indipendenza, la nuova entità statale è stata attratta nel circuito euroatlantico; la stessa opzione unionista (unione con la Romania) perfezionerebbe il processo di integrazione negli organismi politici e militari di obbedienza atlantica. Tuttavia il primo alleato naturale della Moldavia resta la Russia, con cui questo Paese condivide l’appartenenza alla civiltà ortodossa e una lunga convivenza storica.

Russia e Turchia sono per l’Europa due interlocutori fondamentali, sia per la loro vicinanza che per la loro capacità di dare forza ad un progetto euroasiatico che si discosti nettamente dalla dimensione “occidentale”e atlantista fatta propria dall’Unione Europea. In particolare la Turchia, avendo trovato un equilibrio e una buona collaborazione con la Federazione Russa – in un’ottica eurasiatista che si è gradualmente sostituita a quella panturchista – può costituire il tramite fra Russia ed Europa favorendo un’intesa fra le stesse. Il presupposto essenziale rimane però un cambiamento dell’approccio europeo nei confronti di Ankara, meno ispirato a diffidenza ed estraneità e più orientato alla collaborazione. In questo senso scenari geopolitici rinnovati attendono ancora l’espressione di una  volontà politica europea unitaria ed  autonoma dalle centrali atlantiste.

Il tanto temuto “effetto domino” nei Balcani rischia di avverarsi davvero; essendo frutto dell’incapacità dell’Unione Europea nell’affrontare e risolvere le proprie contraddizioni interne, rischia di far deflagrare definitivamente l’architettura voluta dai “signori di Bruxelles”. Dal Kosovo alla Bosnia, dal Montenegro alla Macedonia, dalla Grecia all’Albania, dalla Bulgaria alla Serbia, la regione è attraversata da una serie di rivendicazioni che evidenziano i fallimenti dei processi di pace firmati a Dayton e a Kumanovo sotto l’egida della NATO. Sullo sfondo emerge ancora una volta la rivalità geopolitica tra Russia e Stati Uniti per il controllo di quella che viene considerata a tutti gli effetti la porta di accesso al Vicino e Medio Oriente, con la Cina spettatore estremamente interessato.

AMERICA LATINA

Il primo novembre 2018 John R. Bolton ha dichiarato a Miami che Cuba, Nicaragua e Venezuela formano la “troika della tirannia”. Il 20 dicembre del medesimo anno il Dipartimento di Stato ha firmato il NICA Act, programma per la “restaurazione della democrazia” nel Paese centroamericano. Lungi dal rappresentare un segno di discontinuità col passato, il riorientamento verso il “cortile interno” della geopolitica nordamericana sancisce il passaggio alla seconda parte della “dottrina Cebrowski”, il piano elaborato sotto l’amministrazione Bush-Cheney per smantellare le entità statali non sottoposte all’egemonia USA nel Vicino Oriente e nel Sud America.

Con la vittoria elettorale di Jair Bolsonaro il Brasile ha cambiato il proprio volto, rivelando l’esistenza di nuove idee e aggregati sociali nell’America Latina. Questo cambio di rotta però avviene all’interno di un contesto internazionale profondamente mutato ed in un mondo impegnato in una lotta senza quartiere tra modelli organizzativi profondamente differenti. Così le elezioni brasiliane assumono un significato specifico, che va ben oltre le mere analisi culturali e sociologiche. Nel quadro del rinnovato interesse statunitense per l’America Latina, il Brasile ha un ruolo molto particolare da giocare, per cui Bolsonaro rappresenta la punta avanzata di un “partito del nuovo corso” mondiale.

La sconfitta degli USA nel Vicino Oriente ha costretto la potenza egemonica a rientrare nel suo “cortile”, cosicché la Dottrina Monroe torna ad occupare un posto centrale nella geopolitica americana. In tale contesto, l’accesso di Bolsonaro al governo brasiliano rappresenta un’intensificazione del ruolo che il Brasile ha svolto in Sudamerica fin dal secolo XIX. Se negli ultimi decenni il ruolo subimperialista brasiliano è stato esercitato principalmente per mezzo dell’economia, in questa nuova fase il subimperialismo brasiliano assume contorni specifici che ricordano la strumentalizzazione del Brasile da parte dell’Inghilterra nel secolo XIX, ma si manifesta in maniera più aperta. Questa nuova fase non è priva di contraddizioni, che si esprimono nel conflitto tra le fazioni del bolsonarismo: se la setta di Olavo de Carvalho e i capi evangelici vogliono l’associazione incondizionata del Brasile con gli USA e Israele, la fazione militare desidera che la sottomissione del Brasile avvenga in maniera più coperta e indiretta.

Contrariamente a quanto afferma la maggior parte del mondo accademico e giornalistico, questo studio sostiene l’ipotesi secondo cui, oltre alle profonde differenze formali e di discorso, tra la politica praticata durante il governo di Cristina  Fernández e quella praticata fino ad oggi dall’ingegner Macri non è intervenuto alcun cambiamento reale. La brutale differenza di linguaggio, di forme e di stile tra l’una e l’altra amministrazione nasconde una sostanziale continuità.

DOCUMENTI

Da “La Nation Européenne”, n. 12, 15 dicembre 1966 – 15 gennaio 1967.

RECENSIONI e SCHEDE

Stefano G. Azzarà, Comunisti, fascisti e questione nazionale. Germania 1923: fronte rosso bruno o guerra d’egemonia? (Amedeo Maddaluno)

Gianfranco La Grassa, Crisi economiche e mutamenti (geo)politici (Igino Bruni)

Orazio M. Gnerre, Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco (Daniele Perra)

Gianluca Marletta, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale (Daniele Perra)

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