L’eurasiatismo “classico”

In uno dei più celebri romanzi di George Orwell (1903-1950), l’Eurasia è, con l’Oceania e l’Estasia, una delle tre superpotenze totalitarie in cui si trova diviso il pianeta in un immaginario anno 1984[1]. L’Eurasia orwelliana comprende la Russia e l’Europa (escluso il Regno Unito e l’Irlanda); la sua forma di governo è il neobolscevismo, sorto dalle ceneri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

In realtà il termine Eurasia nacque in ambito scientifico un secolo prima che il romanzo di Orwell vedesse la luce: esso venne proposto nel 1858 dal matematico e geografo tedesco Carl Gustav Reuschle (1812-1875) nel suo Handbuch der Geographie[2] per indicare il continente che noi siamo abituati a considerare scisso nelle due componenti di Europa ed Asia. Infatti il concetto di “continente” – per unanime definizione dei geografi – corrisponde ad un complesso di terre emerse circondato dalle acque oceaniche; tale è per l’appunto il caso dell’Eurasia, la massa territoriale dell’emisfero orientale, circondata com’è dalle acque del Mare Artico, dell’Oceano Pacifico, dell’Oceano Indiano, del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico.

Ben diverso significato venne attribuito al termine Eurasia nell’ambito di quel pensiero che fu detto “eurasista” o “eurasiatista” ed inaugurò la sua fase “classica” nel 1922, con un libro-manifesto che circolò negli ambienti dell’emigrazione russa. Si intitolava Ischod k Vostoku (Via d’uscita ad Oriente) ed era una miscellanea di saggi redatti da quattro intellettuali fuorusciti dalla neonata Unione Sovietica: il geografo ed economista Pëtr Nikolajevič Savickij (1895-1965), il linguista Nikolaj Sergeevič Trubeckoj (1890-1938), il musicologo Pëtr Petrovič Suvčinskij (1892-1985) e il teologo Georgij Vasil’evič Florovskij (1893-1979)[3].

Riallacciandosi alle vedute già esposte dal pensatore panslavista Nikolaj Jakovlevič Danilevskij (1822-1855) e dal linguista, geografo ed etnografo Vladimir Ivanovič Lamanskij (1833-1914), gli autori di Ischod k Vostoku individuavano un “mondo geografico” (geografičeskij mir) intermedio, da loro chiamato Eurasia, fra l’Europa occidentale e centrale ed un’Asia che essi riducevano alle regioni periferiche orientali, sudorientali e meridionali (Giappone, Cina, Indocina, subcontinente indiano, Persia, Asia Minore). “Il mondo eurasiatico – scriveva il principe Trubeckoj – costituisce, dal punto di vista geografico, economico ed etnico, una totalità a sé stante, ben distinta sia dall’Asia sia dall’Europa propriamente dette”[4]. Insomma, l’Eurasia veniva vista come “un complesso sistema unitario, capace di conciliare popoli e tradizioni culturali differenti, uno specifico mestorazvitie, concetto in larga misura corrispondente al Raum della geopolitica tedesca ed al Grossraum di Carl Schmitt”[5]. D’altra parte le teorie geopolitiche dell’epoca furono recepite da uno dei principali esponenti del movimento, Pëtr Savickij, autore tra l’altro di un articolo sulle “basi geografiche e geopolitiche” dell’eurasiatismo[6].

L’Eurasia concepita dai protoeurasiatisti veniva praticamente a coincidere con l’area che era stata dell’Impero russo e che in quegli anni apparteneva all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. “La Russia – scriveva Savickij – non è soltanto Occidente, ma anche Oriente; non solo Europa, ma anche Asia; innanzitutto non è Europa, bensì Eurasia”[7]. Anzi, più che ad occidente le basi dell’identità della Russia-Eurasia dovevano essere cercate nella sua dimensione asiatica e più precisamente in quella turanica, poiché l’etnogenesi del popolo russo si ricollegava alla simbiosi slavo-turco-mongola. D’altronde, affermava Savicki, “senza Tatari non ci sarebbe stata la Russia”[8]; fondendosi con l’Orda d’Oro gengiskhanide, la Russia era diventata un impero eurasiatico, esteso tra le quattro fasce parallele che dal Danubio arrivano al Pacifico: la montagna, la steppa, la foresta e la tundra.

La visione che prendeva forma era quella di una Russia intesa come espressione della “civiltà delle steppe” e come erede dell’impero di Gengis Khan (1167-1227), il più vasto impero mai esistito. Reca l’eloquente titolo Nasledie Cinggis Chana (L’eredità di Gengis Khan)[9] il saggio che Trubeckoj, firmandosi con lo pseudonimo “I. R.”, pubblicò a Berlino nel 1925. Esso intendeva porre in evidenza lo stretto rapporto esistente fra l’autentica cultura russa e l’elemento turco-mongolo, riportandolo ad un preciso evento storico: l’unificazione del grande spazio eurasiatico ad opera di Gengis Khan e dei suoi successori.

Veniva così sviluppata quella più positiva valutazione del dominio tataro che era emersa all’interno della storiografia russa già nel XIX secolo, quando Vladimir Sergeevič Solov’ëv (1853-1900) e Vasilij Osipovič Ključevskij (1841-1911) avevano affermato che “i Tatari non solo non spezzarono la continuità dell’evoluzione storica della Russia, ma la dotarono di quella forte organizzazione statale che tanto era mancata nell’epoca kieviana”[10]. Come Konstantin Nikolaevič Leont’ev (1831-1891)[11], così pure Ključevskij e Solov’ëv avevano sostenuto l’importanza fondamentale della civiltà bizantina, cosicché l’Ortodossia veniva radicalmente contrapposta al cristianesimo cattolico e protestante.

Nata dall’incontro fra l’elemento slavo-orientale e quello turanico, fra l’eredità greco-bizantina e la conquista mongola, la civiltà della Russia-Eurasia era stata negata non solo dalle riforme di Pietro il Grande e dalla classe politica che in seguito aveva governato la Russia, ma anche dalla corrente slavofila, che il principe Trubeckoj accusava di voler imitare l’Occidente.

Per quanto concerneva la Rivoluzione bolscevica, gli eurasiatisti la valutavano negativamente, però si proponevano di studiarne il significato nel quadro della storia russa; contestavano l’ideologia marxista della Rivoluzione d’Ottobre, però apprezzavano la funzione unificatrice che essa svolgeva sul piano geopolitico. Savickij, in particolare, vedeva nella Rivoluzione russa uno sviluppo di quella francese, ma osservava che essa veniva a spostare verso l’Oriente l’asse della storia universale.

“Per gli eurasiatisti, – scrive uno studioso francese – la Rivoluzione dell’Ottobre 1917 è una purificazione, un rinnovamento, una resurrezione del vero spirito delle steppe tipico della cultura russa, nonché il punto di partenza per il processo di rinvigorimento della potenza dell’Eurasia”[12]. Contemporaneamente, però, gli eurasiatisti cercavano di elaborare, sulla base dei loro studi, un progetto politico di tipo conservatore. Ciò fu causa di una rottura tra i padri fondatori ed altri intellettuali, decisamente filosovietici, che si erano avvicinati al movimento in un secondo tempo.

Il neoeurasiatismo: Aleksandr Dugin

Da una rielaborazione dell’eurasiatismo “classico”, arricchito dagli apporti del grande turcologo Lev Nikolaevič Gumilëv (1912-1992)[13], nasce in Russia sul finire degli anni Ottanta il cosiddetto “neoeurasiatismo”, che ha come principale teorico ed esponente Aleksandr Gel’evič Dugin (n. 1962), fondatore del Movimento Eurasiatista Internazionale (Meždunarodnoe Evrazijskoe Dviženie) e, nel corso degli anni, collaboratore di soggetti politici diversi: prima del Partito Comunista di Gennadij Zjuganov, poi del Partito Nazionalbolscevico di Eduard Limonov, poi del Partito Liberal-Democratico di Vladimir Žirinovskij e finalmente del partito Edinaja Rossija (Russia Unita) di Vladimir Putin.

Integrando l’eurasiatismo “classico” con elementi del pensiero tradizionalista desunti dalle opere di René Guénon e di Julius Evola e con elementi di teoria geopolitica, il neoeurasiatismo si configura nei termini di una “rivoluzione conservatrice” russa. La visione di Dugin si differenzia dall’eurasiatismo “classico” perché alla vecchia contrapposizione fra la Russia e l’Europa “romano-germanica” sostituisce l’antitesi radicale fra gl’interessi continentali di tutta la massa eurasiatica e l’Occidente egemonizzato dagli Stati Uniti. L’Europa, il mondo musulmano, la Cina e il Giappone non sono più considerati come irriducibili avversari che circondano la Russia-Eurasia, bensì come i potenziali alleati della Russia, in nome della contrapposizione di matrice schmittiana fra potenze di terra e potenze marittime.

L’Eurasia, che da Trubeckoj a Gumilëv gli eurasiatisti avevano identificata con l’area corrispondente alla Russia imperiale prima e all’Unione Sovietica poi, nel neoeurasiatismo non ha un profilo geografico univoco. A volte, infatti, Dugin chiama Eurasia l’intero continente; altre volte afferma che “né l’idea eurasiatica né l’Eurasia come concetto corrispondono strettamente ai limiti geografici del continente eurasiatico”[14]; altre volte considera l’Eurasia e l’Europa due civiltà distinte fra loro[15].

Nella prospettiva geopolitica di Dugin il continente antico, ossia la massa terrestre dell’emisfero orientale, si articola in tre grandi “cinture verticali”, estese da nord a sud, ciascuna delle quali consiste di diversi “grandi spazi”. La prima di tali “cinture” è l’Eurafrica, formata dall’Europa, dal grande spazio arabo e dall’Africa transahariana. La seconda “cintura” è la zona russo-centroasiatica, costituita da tre grandi spazi che talvolta si sovrappongono l’uno all’altro; il primo di essi è la Federazione Russa con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, il secondo è il grande spazio dell’Islam continentale (Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan), il terzo grande spazio è l’India. La terza “cintura verticale”, infine, è la zona del Pacifico, condominio di due grandi spazi (Cina e Giappone) che comprende anche Indonesia, Malesia, Filippine e Australia[16].

Questa suddivisione costituisce una ripresa delle Panideen di Karl Haushofer (1869-1946), il quale aveva teorizzato un emisfero orientale geopoliticamente ripartito in uno spazio eurafricano, uno spazio panrusso esteso fino all’Oceano Indiano ma privo dello sbocco al Pacifico e, infine, uno spazio estremo-orientale comprendente Giappone, Cina, Sud-Est asiatico e Indonesia.

Allo schema haushoferiano Dugin ha apportato alcune modifiche richieste dalla situazione internazionale odierna, assegnando alla seconda fascia (la zona russo-centroasiatica) anche il Vicino Oriente e la Siberia fino a Vladivostok.

Carlo Terracciano: il “continente orizzontale”

La prospettiva geopolitica “verticale”, esposta da Dugin sul primo numero della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, fu oggetto, sulle pagine dello stesso periodico, delle osservazioni critiche di Carlo Terracciano (1948-2005).

L’Eurasia, osservava Terracciano, è un continente “orizzontale” (al contrario dell’America che è un continente “verticale”); anzi, tutta quanta la massa continentale dell’emisfero orientale è costituita di unità omogenee disposte in senso orizzontale. Traducendo questa visione geografica in termini geopolitici, Terracciano prospettava “l’integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering”. A questa prima fascia orizzontale si affiancano, in successive fasce orizzontali, le altre unità geopolitiche dell’Eurasia e dell’Africa: il grande spazio arabo del Nordafrica e del Vicino Oriente, il grande spazio transahariano, il grande spazio islamico compreso fra il Caucaso e l’Indo eccetera.

In una tale prospettiva, è naturale che l’Europa si integri in una sfera di cooperazione economica, politica e militare con la Russia, altrimenti, scrive Terracciano, essa sarà usata dagli Americani “come una pistola puntata su Mosca”. Da parte sua, la Russia non può fare a meno dell’Europa, anzi. Da un punto di vista russo “l’unica sicurezza per i secoli a venire non può esser rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l’Atlantico e il Pacifico”.

La necessità dell’integrazione geopolitica di Europa e Russia impone sia agli Europei sia ai Russi la revisione definitiva di certe contrapposizioni, a partire dalla “contrapposizione ‘razziale’ tra euro-germanici e slavi”, la quale, scrive Terracciano, “fu uno dei grandi errori della Germania”. Ma anche i Russi devono eliminare i residui di quella eurofobia che, “nata dalla giusta esigenza di rivalutare la loro componente turco-tatara, li ha indotti talvolta a contrapporre in maniera radicale la Russia all’Europa germanica e latina”.

“Se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, – concludeva Terracciano – la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani”, cosicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico”[17].

Jean Thiriart: l’Impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino

Una prospettiva simile a quella di Carlo Terracciano fu ampiamente sviluppata da quel geopolitico militante che fu Jean Thiriart (1922-1992), il quale arrivò a teorizzare la fusione dell’Europa con la Russia in un’unica repubblica imperiale.

Riprendendo il concetto schmittiano del “grande spazio”, Thiriart fissa per l’Europa un compito storico ineludibile, richiesto da un’epoca in cui gli Stati continentali prevalgono per potenza e per influenza sugli Stati nazionali. È necessario, sostiene Thiriart nel 1964, “edificare una grande Patria: l’Europa unitaria, potente, comunitaria”[18]. Vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un’Europa occupata da USA e URSS, il progetto thiriartiano esordisce indicando le dimensioni dell’Europa: “Nel contesto di una geopolitica e di una civiltà comune (…) l’Europa unitaria e comunitaria si estende da Brest a Bucarest. (…) Contro i 414 milioni di Europei vi sono i 180 milioni di abitanti degli USA e i 210 milioni di abitanti dell’URSS”[19].

Facendo una breve e ardita incursione nel dominio dell’anticipazione, Thiriart immaginava: “la fase successiva a quella dell’unificazione dell’Europa. Sarà inevitabilmente inscritta, per via della geologia politica, nei termini di un asse Brest-Vladivostok. (…) Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, con l’Europa da Brest a Bucarest, lo ripeto. L’URSS non ha, ed avrà sempre meno, la forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte e Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere, o rischiare di perdere tutto. (…) L’acciaio forgiato nella Ruhr potrebbe servire benissimo a proteggere Vladivostok”[20].

Questa prospettiva, abbozzata nel 1964, viene sviluppata da Thiriart negli anni successivi, cosicché nel 1982 egli dice: “Non bisogna più ragionare o speculare in termini di conflitto fra l’URSS e noi, ma in termini di avvicinamento e poi di unificazione. (…) bisogna aiutare l’URSS a completarsi nella grande dimensione continentale. Ciò triplicherà la popolazione sovietica, che per questo fatto stesso non potrà più essere una potenza a dominante ‘carattere russo’. (…) Sarà la fisica della storia a costringere l’URSS a cercare rive sicure: Reykjavik, Dublino, Cadice, Casablanca. Al di qua di questi limiti l’URSS non avrà mai tranquillità e dovrà vivere in una preparazione militare incessante. E costosa”[21].

Ormai la prospettiva geopolitica di Thiriart è dichiaratamente eurasiatista: “L’Impero euro-sovietico – si legge in un suo articolo del 1987 – si inscrive nella dimensione eurasiatica”[22]. Recatosi a Mosca dopo il crollo dell’URSS, davanti ad alcune centinaia di uomini politici, politologi, militari e giornalisti Thiriart espone le proprie vedute, aggiornate e adeguate alla nuova situazione russa. Dopo aver precisato che “secondo la [sua] prospettiva geopolitica le vecchie frontiere dell’URSS sono le future frontiere della Grande Europa”[23] e che “l’Impero europeo è, per postulato, eurasiatico”[24], pone ai Russi questa alternativa: o farsi liquidare da Washington, o contrapporre all’imperialismo talassocratico americano un Impero continentale compreso fra Dublino e Vladivostok.

Questa idea si trova ampiamente esposta ed argomentata in un libro che Thiriart aveva scritto nel 1984 ed è rimasto inedito finché non è uscito in traduzione italiana col titolo L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino[25] – un titolo che, a detta dell’Autore, “nel maggio 1941 poteva essere L’Impero nazionalsocialista da Dublino a Vladivostok[26]. Nel 1984, spiega  Thiriart, “la storia conferisce ai Sovietici l’eredità, il ruolo, il destino che per un breve momento era stato assegnato al Reich: l’URSS è la principale potenza continentale in Europa, è l’heartland dei geopolitici. Il mio discorso attuale è rivolto ai capi militari di quel magnifico strumento che è l’Armata sovietica, uno strumento al quale manca una grande causa”[27].

Nel 1984 il ragionamento di Thiriart è questo: l’Unione Sovietica, potenza eminentemente eurasiatica, è in Europa l’unico Stato davvero indipendente, sovrano e militarmente forte. Dunque, per realizzare l’unità europea nei termini di una grande repubblica imperiale l’extrema ratio è rappresentata dall’Unione Sovietica, se questa vorrà svolgere in Europa un ruolo analogo a quello svolto dal Piemonte nell’Italia preunitaria o dalla Prussia nel mondo tedesco.

“Non si tratta – scrive Thiriart – di preferire un protettorato russo ad un protettorato americano. No. Si tratta di fare scoprire ai Sovietici, i quali probabilmente ne sono inconsapevoli, il ruolo che essi potrebbero svolgere: ingrandirsi identificandosi con tutta l’Europa. Così come la Prussia, ingrandendosi, diventò l’Impero tedesco”[28].

Thiriart dichiara perciò di rivolgersi al lettore sovietico della classe dirigente, così come Isocrate si era rivolto a Filippo di Macedonia per esortarlo ad unificare la Grecia, raccogliendo le poleis greche sotto un unico comando politico e militare.

Nel contesto di questo disegno storico, prosegue Thiriart, occorre creare nell’Europa occidentale un partito rivoluzionario che collabori con l’Unione Sovietica, la quale dovrà liberarsi dalle pastoie ideologiche del dogmatismo marxista. Ma essa dovrà anche evitare la tentazione di instaurare un’egemonia russa sull’Europa, altrimenti la sua impresa fallirebbe, così come è fallito il tentativo napoleonico di instaurarvi un’egemonia francese.

Ci si chiederà quale vantaggio si possa ricavare oggi dal progetto “euro-sovietico” di Thiriart, dal momento che l’Unione Sovietica è crollata e si è dissolta quasi trent’anni fa.

Eppure, nonostante la caduta del muro di Berlino, nonostante la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’avanzata della NATO ad est, la Russia continua ad estendere il suo immenso territorio dall’Europa orientale fino a Vladivostok.

Ancora oggi, come nel 1984, la Russia è l’unico Stato veramente indipendente e sovrano in un’Europa che, come nel 1984, è frazionata in una moltitudine di staterelli rissosi, tutti sottoposti all’egemonia statunitense, impotenti sotto il profilo militare ed incapaci perfino di difendere le frontiere esterne di una “Unione” che è tale soltanto di nome.


NOTE 

[1] George Orwell, Nineteen Eighty-Four, Secker & Warburg, London 1949.

[2] Carl Gustav Reuschle, Handbuch der Geographie oder Neueste Erdbeschreibung, 2 voll. Schweizerbart, Stuttgart, 1859.

[3] Sul filone eurasiatista si veda Aldo Ferrari, La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa, Libri Scheiwiller, Milano 2003 e Otto Böss, La dottrina eurasiatica. Contributi per una storia del pensiero russo nel XX secolo, SEB, Cusano Milanino 2004.

[4] Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, S.E.B., Cusano Milanino 2005, p. 103.

[5] Aldo Ferrari, La foresta e la steppa,cit., pp. 217-218.

[6] Pëtr Savickij, Geograficeskie i geopoliticeskie osnovy evrasijstva, in Kontinent Evrazija, Moskva 1997, pp. 295-303.

[7] Pëtr Savickij, Povorot k Vostoku (Svolta ad Oriente), in Ischod k Vostoku, cit., p. 2.

[8] Pëtr Savicki, Step’ i osedlost (Steppa e sedentarietà) in Na putjach (Sulla via), Berlin 1922, p. 343.

[9] Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, Nasledie Čingischana. Vzljad na russkuju istoriju ne c Zapada, a s Vostoka (L’eredità di Gengis Khan. Uno sguardo sulla storia russa non da Occidente, ma da Oriente), Berlin 1925.

[10] Aldo Ferrari, La Russia tra Oriente e Occidente. Per capire il continente-arcipelago, Ares, Milano 1994, p. 45.

[11] Konstantin Leont’ev, Bizantinismo e mondo slavo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1987.

[12] Patrick Sériot, N. S. Troubetzkoy, linguiste ou historiosophe des totalités organiques ?, in: N. S. Troubetzkoy, L’Europe et l’humanité. Écrits linguistiques et paralinguistiques, Pierre Mardaga éditeur, Sprimont 1996, p. 17.

[13] Martino Conserva – Vadim Levant, Lev Nikolaevič Gumilëv, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2005.

[14] “Eurasia”, 1/2004, p. 9.

[15] Alain De Benoist – Aleksandr Dugin, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, Controcorrente, Napoli 2014, p. 100.

[16] Aleksandr Dugin, L’idea eurasiatista, “Eurasia”, I, n. 1, ott.-dic. 2004, pp. 15-16.

[17] Carlo Terracciano, Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica “orizzontale”, “Eurasia” 2/2005, apr.-giugno 2005, pp. 181-197.

[18] Jean Thiriart, Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa, Volpe, Roma 1965, p. 19. (L’edizione in lingua francese è del 1964).

[19] Jean Thiriart, Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa, cit., pp. 17-18. (L’edizione in lingua francese è del 1964).

[20] Jean Thiriart, Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa, cit., pp. 26-29.

[21] Jean Thiriart, Entretien accordé à Bernardo Gil Mugurza [rectius: Mugarza] (1982), in: AA. VV., Le prophète de la grande Europe, Jean Thiriart, Ars Magna, 2018, p. 349.

[22] Jean Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe, “Conscience européenne”, 18, luglio 1987.

[23] Jean Thiriart, L’Europa fino a Vladivostok. Seconda parte, “Eurasia”, 4/2017, a. XIV, n. 4, p. 133.

[24] Jean Thiriart, L’Europa fino a Vladivostok. Seconda parte, cit., p. 137.

[25] Jean Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, Prefazione di Yannick Sauveur, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2018.

[26] Jean Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, cit., p. 76.

[27] Jean Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, cit., p. 204.

[28] Jean Thiriart, L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, cit., p. 191.

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Claudio Mutti
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).