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LX – Guerra senza limiti

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La prospettiva di un avvicinamento tra Europa e Russia, che tanto angoscia gli Stati Uniti, a Washington diventa un vero e proprio incubo quando si considera che, al termine del percorso d’integrazione rappresentato dalla nuova Via della Seta, alla Russia e all’Europa potrebbe aggiungersi la Cina; in tal caso, infatti, l’Eurasia diventerebbe la sede del potere geopolitico mondiale. Le “analisi” intese ad auspicare un ulteriore rafforzamento della relazione fra USA ed Europa nascono da questa angoscia americana.

Descrizione

DOTTRINA GEOPOLITICA

Karl Haushofer,De la géopolitique, testi raccolti da André Meyer, prefazione di Jean Klein, Fayard, Paris 1986, pp. 98-104.

Dieci anni prima di Alfred Thayer Mahan, l’italiano Domenico Bonamico aveva intuito l’importanza, fondamentale per la nuova Italia sorta dall’unità del 1861, di puntare sul controllo dei mari per mantenere l’autentica indipendenza dalle altre potenze. Rimase inascoltato, e fu così che l’Italia si avviò a diventare la portaerei americana nel Mediterraneo.

DOSSARIO: GUERRA SENZA LIMITI

All’inizio della pandemia, i falchi dell’Occidente pensavano ad una possibile Chernobyl cinese; sembra invece che si siano poste le condizioni per una Chernobyl occidentale. Questa valutazione deriva dall’analisi delle risposte date all’emergenza pandemica dai differenti Paesi. L’attuale emergenza pandemica sta colpendo l’Occidente più della Cina e ciò confermerebbe le paure occidentali per la “deoccidentalizzazione” (un concetto discusso nell’ultima conferenza di Monaco sulla sicurezza). È perciò possibile prevedere un aumento del livello di competizione tra le grandi potenze, con tensioni e conflitti – regionali e internazionali – che tenderanno ad esacerbarsi. Ci auguriamo di essere smentiti.

Nelle “analisi” che a scadenza quasi giornaliera vengono proposte per esaminare l’inasprimento dello scontro fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese si possono distinguere due differenti approcci che, più o meno, ricalcano i punti di vista dei due schieramenti che si contendono lo spazio politico in “Occidente”. Il primo si ricollega direttamente a quel tradizionale neoconservatorismo che presenta la Cina come nemico ideologico: una tirannia che minaccia la democrazia ed il mondo libero. Il secondo, di stampo “progressista”, giudica lo scontro fra Washington e Pechino in termini di lotta tra forme differenti di capitalismo politico (versione moderata) o tra due diversi imperialismi (versione più “estremista”). Non c’è da meravigliarsi se entrambi i modelli di analisi finiscono quasi sempre per auspicare un ulteriore rafforzamento della “speciale relazione” tra Stati Uniti ed Europa in chiave anticinese. In questo articolo si cercherà non solo di evidenziare la distorsione della realtà che si trova alla base dei suddetti approcci, ma anche, nei limiti del possibile, la potenziale evoluzione geopolitica dello scontro in corso fra le due potenze.

Uno degli incubi della pax americana, a partire dal secondo conflitto mondiale, è un rapprochement tra Russia ed Europa. Per Washington è dunque imperativo impedire la congiunzione tra UE e Russia, geograficamente vicine e reciprocamente attratte da affinità culturali, fabbisogno energetico europeo, necessità di macchinari e prodotti finiti da parte russa, turismo, scambi scientifici e altro ancora. L’incubo degli analisti della CIA diverrebbe parossistico se alla Russia e all’Europa dovesse aggiungersi la Cina, al termine di quel percorso d’integrazione logistica ed economica rappresentato dalla nuova Via della Seta. L’intero continente eurasiatico troverebbe in tal caso un diverso baricentro e ne uscirebbe modificato il potere geopolitico mondiale.

Si parla molto di un risorgente bipolarismo, che contrappone questa volta gli USA e la Cina. Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese hanno sempre vissuto dei rapporti conflittuali, ma questi si sono modificati nel tempo a seconda delle occasioni e delle necessità politiche di entrambi i Paesi. La Repubblica Popolare peraltro ha dimostrato di rifuggire, per quanto possibile, da qualsiasi tipo di contrapposizione bipolare, ma la congiuntura storica sembra riportarla a questa dimensione. Si prospetta quindi ciò che anche Xi Jinping ha chiamato “la trappola di Tucidide”. Quali sono le premesse che hanno predisposto la trappola? Ed è possibile evitare di cadervi dentro?

Davvero possiamo ridurre l’attuale “Nuova Guerra Fredda” tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese ad un “nuovo bipolarismo”? Costituiscono queste due potenze due “poli” politici e geopolitici, aggregatori di due blocchi? Se analizziamo sul piano militare le principali potenze dell’Asia – l’India, il Giappone, le due Coree – scopriamo che non è ancora così: le altre entità geopolitiche della regione indopacifica sono alla difficile ricerca di una propria autonomia strategica.

Lo Xinjiang è un territorio immenso, affascinante per le molteplici diversità geografiche comprese al suo interno e per la sua caratteristica riconosciuta di “cuore d’Eurasia” e di “perno dell’Asia”. Snodo importante di rotte energetiche e commerciali, esso assume un ruolo strategico anche per l’ampia disponibilità di proprie risorse minerarie, gas naturale e petrolio, fondamentali per il problematico sviluppo del gigante cinese. La composizione etnica della popolazione vede la presenza quasi paritaria di Uiguri (popolazione turca a tutti gli effetti) e di Cinesi Han; ciò ha fornito il destro alla propaganda occidentale per contestare la sovranità di Pechino in nome dell’asserita repressione della minoranza – a livello nazionale – turca. In realtà, al di là di effettive situazioni di attrito verificatesi nel passato, non si può non riconoscere che i Cinesi sono presenti in quest’area non dal 1949 – come talvolta si sostiene – ma dalla metà del XVIII secolo, e soprattutto che il modello impostosi nelle relazioni fra le due comunità è quello della composizione e della pacifica convivenza, talvolta interrotta da atti terroristici riconducibili all’estremismo wahabita estraneo alla grande maggioranza degli Uiguri.

Se è ormai certo che la nuova guerra fredda tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese si sta dipanando nella sua interezza, è meno certo il ruolo che in questo conflitto svolgerà una delle potenze che ha maggiormente contribuito alla fine dell’unipolarismo statunitense: la Federazione Russa. La Russia, infatti, non solo ha esercitato una funzione catecontica per almeno un ventennio, ma ha anche attivamente contribuito a gettare le basi dell’attuale ordine multipolare, basi su cui anche il gigante cinese poggia. Questo articolo ripercorre la creazione dell’attuale collaborazione sino-russa seguendo le percezioni che la Russia aveva ed ha dei propri interessi e degli attori che la circondano. Attraverso tale percorso si evince che l’attuale interesse russo si sovrappone, almeno parzialmente, a quello cinese di integrare la massa eurasiatica, mentre quello statunitense è di prevenirne l’integrazione.

Gli Stati Uniti rispondono all’ascesa della tecnologia cinese dichiarando guerra a Pechino in questo settore. La partita a tutto campo tra le due superpotenze è di importanza cruciale per gli equilibri globali dei prossimi decenni.

Con la progressiva transizione verso la mobilità elettrica, la rivalità tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti si snoda anche attraverso il settore dell’estrazione di litio, l’“oro bianco” con cui sono realizzati gli accumulatori per i moderni smartphone e le automobili full-electric. Le principali riserve mondiali di questo elemento chimico si trovano in America Latina, in un’area dislocata tra il Cile, la Bolivia e l’Argentina. Un territorio che si candida a divenire uno dei teatri principali della contesa geopolitica tra i due giganti.

La tendenza ad implementare i veicoli di rientro plananti ipersonici mostra un deciso cambiamento nelle strategie dei paesi tecnologicamente avanzati, in quanto risponde alle nuove esigenze della conduzione di operazioni complesse in ambienti ad alta conflittualità. Gli Stati che non dispongono della possibilità di mettere a punto unità da combattimento ad elevati numeri di Mach, dovranno acquistarle dai paesi che le stanno sviluppando; in tal modo potranno mantenere l’equazione di potenza che ha garantito la stabilità geopolitica.

Il presente articolo intende affrontare alcuni aspetti legati ad una diffusa narrazione della contrapposizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, alimentata anche dalle sistematiche dichiarazioni dei vertici statunitensi, riflettendo sul fatto che, nell’attuale contesto internazionale, ricorre spesso un significativo scarto tra quanto affermato e quanto, al contrario, si verifica nel concreto dipanarsi della realtà.

Una delle accuse che vengono ripetutamente rivolte all’attuale governo italiano è quello di essere troppo “disponibile” nei confronti delle politiche economiche e sociali della Repubblica Popolare Cinese, generando una sorta di “buco nero” nel fronte atlantista contro Pechino. La pressione mediatica viene esercitata soprattutto contro il Movimento Cinque Stelle, definito nei casi estremi “una succursale tricolore del Partito Comunista Cinese”. Ma le azioni del governo Conte bis sono davvero coerenti con questa versione o rimangono subordinate al “Partito Americano”? Esiste un fronte trasversale per intimidire quei pochi esponenti politici che tentano di muoversi autonomamente rispetto alla storica subordinazione dell’Italia a Washington.

CONTINENTI

Il 4-5 novembre 2006 la Cina ospitò la Terza Conferenza Ministeriale del Forum sulla Cooperazione Sino-Africana, che vide la partecipazione di ben 48 Paesi africani. L’evento strabiliante fu pressoché ignorato in Europa, a causa delle critiche circa i diritti umani. Perché, se il sistema cinese è vincente nel conquistare materie prime ed è accolto senza diktat dagli africani, l’Europa non riesce ad approdare in Africa, se non con miserabili e degradanti elemosine e con lo sfruttamento delle multinazionali? Ancora una volta l’UE cerca di dettare regole di moralità all’Africa, sul tipo: “Noi UE siamo migliori dei Cinesi”. Ma se è vero che siamo “migliori”, come mai l’Africa volge, invece, lo sguardo ad Oriente snobbando il buonismo liberal-chic? In Europa si cavalca il piagnisteo politicamente corretto in voga, ed oggi tanto di moda, contro la Cina. Quando si partecipa a convegni e conferenze come relatori o spettatori, si è assolutamente stufi di ascoltare che la Cina è “cattiva” perché commercia con chi non è “buono”, mentre l’Europa e gli Stati Uniti d’America sono “buoni” in quanto vogliono mercanteggiare solo con chi diventerà “buono”… magari inducendolo ad esserlo. Rectius: privilegiando il dittatore amico e discriminando quello nemico. Il tentativo che l’articolo si prefigge è di definire luoghi di storia, dai quali si possano scorgere gli effetti contemporanei pure su quella che è oggi la nostra realtà europea, e affrontare un tempo che non va dimenticato.

A cinque anni dall’intervento della coalizione sunnita, Ansar Allah consolida la sua presa sul nord e si riapre la frattura tra lealisti e separatisti meridionali. Il Covid-19 aggrava ulteriormente la crisi umanitaria mentre un eventuale disastro ambientale potrebbe rendere inagibile uno dei principali porti del paese.

Il 2020 segna il cinquantesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese. La cooperazione amichevole tra i due Paesi è la pietra angolare delle relazioni sino-italiane ed è nell’interesse di entrambe le parti.

DOCUMENTI

Jean Thiriart, Le mythe européen contre les utopies européennes, “La Nation Européenne”, n. 24, febbraio 1968. Il libro di Jean-Jacques Servan-Schreiber, Le défi américain, apparve nell’ottobre 1967 presso l’editore parigino Denoël. Tradotto in quindici lingue, nel 1968 fu pubblicato in italiano da Etas Kompass di Milano (sei edizioni in un anno), con prefazione di Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano.

INTERVISTE e RECENSIONI

Intervista a S. E. Li Junhua, ambasciatore cinese in Italia a cura di Stefano Vernole

Li Wei, Cina e antiterrorismo. Il metodo cinese nella cooperazione internazionale contro il terrorismo (Luca Baldelli)

Maria Morigi, Xinjiang. ‘Nuova frontiera’ tra antiche e nuove Vie della Seta (Luca Baldelli)

Luca Tadolini, Brasil Potência. I governi militari del Brasile fra volontà di potenza ed egemonia USA (1964-1985) (Adelaide Seminara)

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