Home Negozio Riviste LXIV – La Russia, territorio libero d’Europa

LXIV – La Russia, territorio libero d’Europa

18,00 

 

La Russia è l’unico Stato realmente indipendente e sovrano in un’Europa politicamente frazionata e sostanzialmente soggetta, nonostante alcune renitenze, all’egemonia americana. Infatti l’unico territorio europeo che non sia occupato da basi militari USA o NATO è quello russo. L’unica capitale europea che non è tenuta a chiedere permessi agli USA e a render loro conto è Mosca. Anche sul piano spirituale ed etico, solo la Russia difende quei valori che sono patrimonio dell’autentica civiltà europea.

Descrizione

DOTTRINA GEOPOLITICA

Immanuel Wallerstein (1930-2019) è considerato, oltre che uno dei grandi sviluppatori della sociologia economica, uno dei padri (se non il padre tout-court) della geoeconomia. Sua la proposta, sull’onda lunga dell’analisi delle economie-mondo di Fernand Braudel e dell’analisi postmarxista, di una lettura tripartita della geopolitica sotto la specie dei rapporti e dei posizionamenti economici tra potenze-centro, paesi semiperiferici e aree periferiche. Partendo dall’opera dello studioso statunitense, proviamo a servirci del suo metodo per analizzare il mondo contemporaneo.

DOSSARIO: LA RUSSIA, TERRITORIO LIBERO D’EUROPA

Dopo il momento unipolare, che ha provocato disfunzioni nel sistema internazionale, diverse crisi hanno contribuito all’evoluzione del concetto di multipolarità, sia in Oriente sia in Occidente. Molti attribuiscono anche alla Russia i primi passi nello sviluppo di una strategia per il multipolarismo nelle relazioni internazionali. Il 23 aprile 1997 Russia e Cina firmarono a Mosca la “Dichiarazione congiunta su un mondo multipolare e sull’istituzione di un nuovo ordine internazionale”. Ma anche il discorso pronunciato il 10 febbraio 2007 dal presidente russo Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, diventato poi noto come il “Discorso di Monaco”, è passato alla storia come una tappa importante nella promozione del multipolarismo. L’assunzione da parte della Russia del suo ruolo naturale di avanguardia nella costruzione di un mondo multipolare è una condizione necessaria (ma tutt’altro che sufficiente) per l’esistenza della multipolarità.

Nell’attuale fase di riorganizzazione del mondo internazionale, che vede il combattersi tra il tentativo statunitense di contenere la crescita delle potenze eurasiatiche ed il tentativo di queste di estromettere gli Stati Uniti dalle proprie macroregioni, l’Europa permane in una condizione di impotenza geopolitica, apparentemente maldisposta persino a decidere quale tipo di funzione geopolitica essa intenda ricoprire e quale futuro ritagliarsi. Il peccato originale dell’impotenza europea sta nel non esser riuscita a ricondursi, nell’epoca geostorica postcolombiana (secoli XX-XXI), all’interno della dimensione continentale che le è propria. L’espiazione di questo peccato e il recupero della propria sovranità tramite la valorizzazione della propria continentalità non può che avvenire attraverso il rifiuto di ogni dimensione euroatlantica o eurocentrica, in favore di una ricollocazione eurasiatica.

I media hanno, nei mesi scorsi, dedicato molto spazio alle problematiche giudiziarie del blogger russo liberale e filooccidentale Aleksej Navalny. L’ostilità del Cremlino per le sue attività e per quelle di altre organizzazioni del medesimo orientamento non sarebbe però comprensibile senza considerare il contrasto che, a livello di élite, ha sempre opposto in Russia le fazioni slavofile ed eurasiatiste a quella occidentalista. Un contrasto gravido di implicazioni geopolitiche.

Russia e Turchia – lungo un percorso che negli ultimi dieci anni ha visto convergenze importanti, incomprensioni e passi falsi – sono reciprocamente attratte: alla vicinanza geografica e spesso geopolitica si accompagnano complementarità energetica, vicinanza economica e ancor più valoriale, anche a causa delle “sanzioni etiche” continuamente riproposte dall’arroganza occidentale. Si tratta di un rapporto complesso, pazientemente gestito dai Russi e percepito come fondamentale dai Turchi, che possono aspirare a un ruolo importante sullo scenario mondiale nel quadro di un ordine internazionale multipolare profondamente diverso da quello imposto dall’atlantismo. La Russia costituisce per la Turchia il modello a portata di mano alternativo alla subordinazione all’Occidente, ma i passi di avvicinamento procedono fra discontinuità e divagazioni.

DOSSARIO: LA RUSSIA, TERRITORIO LIBERO D’EUROPA

DOSSARIO: PALESTINA

Il recente confronto militare di undici giorni tra Israele e Hamas ha rilanciato con forza una questione palestinese che sembrava ormai sparita dalle agende internazionali. Si è trattato di un passo falso dell’ex premier di Tel Aviv Benjamin Netanyahu, che sperava così di prorogare la propria funzione alla guida dello Stato ebraico. In realtà non solo in Israele si è formato un esecutivo completamente diverso, ma la mancata vittoria dell’esercito sionista ha provocato nuove crepe nella sua già fragile configurazione nazionale. Durante il conflitto si è assistito ad una serie di manifestazioni imponenti della minoranza araba (circa il 20% della popolazione israeliana) come non si registravano da quasi un secolo. Nell’Occidente politico, completamente schierato dalla parte di Tel Aviv, l’opinione pubblica si è dovuta scontrare con le forti proteste degli immigrati islamici di seconda e terza generazione, le quali hanno costretto i media ufficiali a rettificare una narrazione a senso unico. Ma il dato fondamentale emerso è che senza una soluzione definitiva della questione palestinese il Vicino Oriente non può essere pacificato, per cui tutta l’architettura geopolitica dell’Amministrazione Trump ne esce pesantemente ridimensionata. Lo Stato unico in Palestina è l’unica soluzione possibile all’attuale situazione di apartheid determinata dall’ideologia sionista.

Generalmente gli analisti geopolitici “occidentali” (divisi tra coloro i quali propagano senza alcun filtro critico le falsità dei cosiddetti “bugiardi patriottici”, che sapendo di mentire mentono in difesa degli interessi israeliani, e coloro i quali manifestano una critica superficiale alle azioni sioniste) tendono ad ignorare l’influenza della visione religiosa nelle politiche dello Stato di Israele. Ciò, in linea teorica, spiega la ragione per cui molte delle loro analisi (oltre ad essere viziate da un innato pregiudizio filosionista) risultano totalmente scorrette. Nelle pagine che seguono si cercherà di dimostrare come, al contrario, esista un profondo sostrato religioso che contraddistingue, sin dalla sua prima formulazione, l’ideologia sionista e la creazione dell’attuale entità coloniale nella Palestina storica. Nello specifico, inoltre, si cercherà di dimostrare come le politiche sioniste basate sul mero pragmatismo risultino indubbiamente meno pericolose di quelle fondate sull’approccio religioso (ciò che Jean Thiriart definiva i “fantasmi bellicosi di rabbini in delirio”). Onde evitare infondate quanto inevitabili accuse di antisemitismo, per la stesura di questo articolo sono state utilizzate quasi esclusivamente fonti ebraiche: in particolare, i libri di Israel Shahak (definito da Edward Said come una delle “personalità più interessanti del Medio Oriente”), di Bernard Lazare, Shlomo Sand e Leslie Stein.

Nel 1948 l’assassinio del conte Folke Bernadotte, inviato dall’ONU come negoziatore in Medio Oriente per cercare di risolvere la questione palestinese, appare come il sigillo di un genocidio annunciato: segna l’inizio della fine per la Palestina e apre la lunga, incompiuta serie di violazioni del diritto internazionale perpetrate dall’entità sionista, che ha fondato la propria identità su espropriazioni di terre, uccisioni e violenze consumate nell’indifferenza generale.

GEOPOLITICA DELLE SETTE

Il “trumpismo” non è una dottrina sociopolitica coerente. Ma la sua forza risiede nei tentativi simbolici di contrastare i danni creati dal progressismo liberale aggregando le vittime di tali processi attorno al leader, Donald J. Trump. La logica del successo del “trumpismo” non si basa solo su politiche specifiche o ragioni economiche, ma nella promessa di “ripristinare la grandezza dell’America”. Non è un semplice programma, ma una teologia politico-apocalittica con forti radici nell’evangelismo che sta dichiarando una “guerra spirituale” per la salvezza del mondo. Dopo l’appello dello scorso giugno, nel quale monsignor Viganò denunciava il Great Reset e metteva in guardia Donald J. Trump sui piani delle “élites globaliste” e dei “figli delle tenebre” accusati di trascinare l’Occidente verso il totalitarismo del Nuovo Ordine Mondiale, una nuova missiva dell’ecclesiastico cattolico al politico americano escatologizza lo scontro, contrapponendo il Great Awakening dei patrioti americani e cristiani al Great Reset globalista dei nemici dell’Occidente, Cina Popolare in testa. Per spiegare il senso dello scontro viene usata l’epistola di San Paolo agli Efesini 6,12: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Il presente articolo spiega come il “trumpismo”, pescando dal revivalismo evangelico statunitense, dall’escatologia millenarista e dal cristiano-sionismo, sia il “sigillo” di una nuova teologia politico-apocalittica che unisce suggestioni cospirative, come il fenomeno QAnon, e il revivalismo cristiano, per contrastare la pluridecennale crisi dell’imperialismo statunitense.

Contesto storico dell’abolizione del Califfato. Il riformismo contro il Califfato. L’abolizione del Califfato apre la via all’Islam politico. Hassan al-Banna e i Fratelli Musulmani. I Fratelli Musulmani, protetti dall’Arabia Saudita, al servizio degli Anglo-americani. Primavera araba o inverno terrorista?

CONTINENTI

L’articolo si focalizza su quattro aspetti: la situazione militare sul campo, con particolare riferimento alla battaglia di Marib; il cambio di strategia da parte dell’Arabia Saudita, che è alla disperata ricerca di una via d’uscita; i negoziati mediati da Nazioni Unite e Oman; l’ambigua politica dell’amministrazione Biden nei confronti dello Yemen.

Il presente articolo riprende alcune tesi già sostenute nell’analisi dal titolo “Il tesoro afghano” pubblicata sul sito informatico di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel recente libro di Amedeo Maddaluno “Afghanistan. Il ritorno dei Talebani. Che cosa è successo nel cuore dell’Asia” (goWare 2021). Lungi dal voler sminuire l’emblematica potenza delle immagini del disordinato ritiro nordamericano da Kabul, chi scrive intende fornire una chiave di lettura differente rispetto a quella presentata dai mezzi di informazione occidentali (filoatlantisti e non). L’operazione Afghanistan, sul piano strategico, non è stata affatto un disastro per Washington. Come ha recentemente affermato lo stesso presidente USA Joseph R. Biden, l’obiettivo nordamericano non era affatto la costruzione di una Nazione. L’obiettivo degli Stati Uniti era impedire/ritardare la costruzione di un blocco antiegemonico in Eurasia e determinare il caos. Dunque, nonostante i macroscopici problemi (soprattutto di ordine interno) della superpotenza talassocratica, appare quanto meno prematuro parlare di fine dell’egemonia globale nordamericana. Sebbene i tempi siano differenti, Washington (è opportuno ricordarlo) riuscì comunque a riprendersi dal disastro di Saigon (dove aveva combattuto una guerra reale), trasformandosi, nel giro di quindici anni, nell’unica potenza globale.

DOCUMENTI

Nell’ottobre del 1310, prima che Enrico di Lussemburgo varcasse le Alpi per ricevere a Roma l’incoronazione imperiale, Dante si rivolse con questo messaggio (la prima delle tre Epistole da lui scritte in occasione di quell’evento) alle autorità politiche dell’Italia per esortarle a sottomettersi all’Imperatore eletto, che veniva nel “giardin de lo ‘mperio” a svolgere la sua missione di pace e di giustizia. Le Epistole VI e VII sono state tradotte per i lettori di “Eurasia” rispettivamente sui nn. 2/2021 (Mundi rex et Dei minister, pp. 195-200) e 3/2021 (Epistola all’Imperatore Romano, pp. 201-207).

“Nel gennaio 1987 un gruppo di giornalisti americani viene a Bruxelles per intervistare Jean Thiriart. ‘The Plain Truth’ è una rivista appartenente ad un gruppo religioso che dispone di mezzi considerevoli: una rivista stampata in sette milioni di copie, tradotta in sette lingue, collegata ad un’università privata, l’Ambassador College, a Pasadena (California). L’intervista, che ha una durata di trentacinque minuti, viene diffusa tramite una rete televisiva americana il 7-8 marzo 1987 nel quadro di una serie intitolata The World Tomorrow, sul tema ‘What Next for Europe’. (…) Dopo questa intervista televisiva, Gene H. Hogberg propone a Thiriart di rispondere ad un questionario scritto” (Yannick Sauveur, Jean Thiriart, il geopolitico militante, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2021, pp. 124-125). Viene qui tradotta la risposta data da Jean Thiriart alla seconda domanda del questionario di Hogberg.

RECENSIONI E SCHEDE

Alfred Bassermann, Il Veltro dantesco, il Gran Khan e la leggenda imperiale (Adelaide Seminara)  

Marco Ghisetti, Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo-statunitense (Daniele Perra)

Alberto Bradanini, Cina. Lo sguardo di Nenni e le sfide di oggi (Luca Baldelli)

AA.VV., Kim Jong Un. Ideologia, politica ed economia nella Corea popolare (Juan de Lara Vázquez)

Yannick Sauveur, Jean Thiriart, il geopolitico militante (Lorenzo Disogra)

Alexandre Douguine, Contre le Great Reset, le Manifeste du Grand Réveil (Claudio Mutti)

0

Your Cart