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XLVI – Quo vadis, Europa?

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Sottoposta agli effetti congiunti dell’invecchiamento demografico e dell’invasione extraeuropea, della diffusione di ogni anormalità e perversione, della sclerosi economica e del calo della sua creatività, dell’anomia sociale e dell’egoismo individualista, del terrorismo settario e di tutte le perturbazioni provenienti dal contesto internazionale, l’Europa prosegue verso la disintegrazione delle nazioni che la compongono e la dissoluzione della sua civiltà.

Descrizione

DOTTRINA GEOPOLITICA

È noto che anche dopo la Grande Guerra gli equilibri geopolitici mondiali continuarono ad essere imperniati sull’egemonia dell’impero britannico, benché l’intervento degli Stati Uniti al fianco delle potenze dell’Intesa fosse stato decisivo per la sconfitta degli imperi centrali. Difatti, fu solo grazie alla Seconda guerra mondiale che si verificò la transizione egemonica che vide gli Stati Uniti prendere il posto della Gran Bretagna come potenza liberal-capitalistica egemone, e diventare il gendarme del cosiddetto “mondo libero”. E dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti hanno cercato addirittura di americanizzare l’intero pianeta. Una impresa però che si è rivelata oltre le possibilità della grande potenza d’oltreoceano e al tempo stesso ha generato un caos sistemico, che è lecito ritenere il tipico segnale dell’autunno della potenza egemone.

DOSSARIO: QUO VADIS, EUROPA?

In un campo di battaglia mondiale dominato da tigri americane, russe e cinesi, l’Europa, impotente e paralizzata, anziché approfittare di un momento in cui viene rimessa in discussione l’architettura geopolitica mondiale e ricavare una propria autonomia, continua a credere alla “comunità internazionale” ed alla “comunità atlantica”, autodissolvendosi nel predicozzo morale umanitario e nell’ideologia dei diritti dell’uomo.

È noto che l’Italia nella seconda metà del secolo scorso conobbe uno straordinario sviluppo, tanto da diventare una delle maggiori potenze industriali del pianeta. Tuttavia, dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica, l’Italia ha cominciato a perdere sempre più terreno, al punto che oggi sembra un Paese in “via di sottosviluppo”. Invero, non è stato difficile per i centri egemonici euro-atlantisti mettere in ginocchio una piccola/media potenza come l’Italia, senza sparare nemmeno un colpo di cannone ma contando sull’azione di numerose “quinte colonne” e di forze politiche e sociali antinazionali.

La classe politica dirigente tedesca è priva di una bussola geopolitica. Allorché si tratta delle questioni decisive degl’interessi tedeschi ed europei, compresi la nostra sicurezza e i nostri interessi economici, il governo di Berlino sceglie sempre la parte sbagliata. Adottando le sanzioni contro la Russia, ha danneggiato gravemente gl’interessi nazionali. Appoggiando le organizzazioni terroriste che combattono contro il governo siriano e praticando una politica di totale e indiscriminata apertura dei confini, ha messo a rischio la sicurezza di tutta l’Europa.

Nonostante le risorse eccezionali di cui la Francia dispone (posizione geografica, capacità produttiva, sistema di istruzione ecc.) nell’ultimo decennio il suo declino economico e politico si è fatto evidente. Le recenti elezioni presidenziali avevano suscitato molte speranze circa la possibilità di arrestare questo andamento negativo, ma i risultati elettorali hanno consegnato il Paese a un candidato del potere finanziario, garante dell’orientamento occidentalista.

Il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha paradossalmente favorito le storiche rivendicazioni nazionali di Irlanda, Scozia e Galles. A Belfast, in particolare, si coltiva il sogno della riunificazione dell’Isola, contemplata dalle stesse clausole del Trattato di pace del 1998. Ragioni storiche, economiche e geopolitiche lascerebbero supporre una concreta possibilità di uscire a breve dalla prigione britannica per entrare nella gabbia dell’UE. Come intendono muoversi e a cosa ambiscono gli indipendentisti irlandesi?

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Non la cultura identitaria ma un’avversione pregiudiziale e ideologica è alla base della chiusura fin qui dimostrata dalle istituzioni europee verso la Turchia; l’accordo di associazione – dai contenuti limitati, e propedeutici all’adesione turca alla CEE – sottoscritta dalle parti nel 1963 non si è tradotta, dopo oltre 50 anni, nell’ingresso della Repubblica turca nella UE. L’articolo rievoca le tappe di questo percorso inconcludente, riscontra i tre scenari possibili del rapporto Europa-Turchia (persistente separazione reciproca; inclusione turca nell’Europa nel quadro di una comune sottomissione atlantica; unione fra Europa e Turchia in corrispondenza alla loro complementarità geopolitica) per poi esaminare le motivazioni addotte a sostegno dell’esclusione di Ankara. Fra queste, assume particolare importanza la polemica sui “diritti umani”, in ordine alla quale la posizione europea (istituzioni, mondo politico e giornalistico-intellettuale) è singolarmente contraddittoria.

Uno dei provvedimenti più importanti presi dal governo russo in risposta alle sanzioni occidentali è stato l’embargo alimentare. Un provvedimento soprattutto politico, motivato dal forte peso elettorale che gli agricoltori detengono soprattutto in Europa, ma anche economico, visto che il rilancio dell’agricoltura nazionale è oggi uno degli obiettivi dell’esecutivo di Mosca. Intanto, per gli operatori economici, una domanda è d’obbligo: riusciremo, una volta cessato l’embargo, a riconquistare le posizioni perdute?

Nei Balcani dell’Ovest, tra le pressioni contrapposte dell’Occidente Atlantico e della Russia, si gioca una partita vitale per gli equilibri dell’Eurasia, con attori principali le indipendenze nazionali. E Belgrado resta così il  limes  tra due mondi in conflitto.

La Romania ha un’esperienza di appartenenza alla NATO ed alla UE che non corrisponde neppure lontanamente alle aspettative nutrite prima dell’adesione. Gli analisti più drastici non esitano a pronunciare la parola “colonia” quando si riferiscono alla situzione della Romania in rapporto all’Occidente. Sotto il profilo geoeconomico e geostrategico, la situazione degli Stati circostanti cambia oggettivamente insieme col consolidamento dell’Eurasia; questo movimento lo si può cogliere anche nell’atteggiamento di una parte dell’élite politica ed economica romena. In queste condizioni, in Romania si fanno udire voci decise che raccomandano, in alternativa alla corrente ispirata all’atlantismo o allo pseudoeuropeismo brussellese, il ritorno a relazioni pragmatiche col nucleo forte dell’Eurasia, ossia con Paesi quali la Cina, la Russia o il Kazakhstan.

Dopo 15 bilanci con la moneta unica, due crisi affrontate, l’ingresso di nuovi partner e l’uscita di un importante membro economico, per quanto non monetario, l’Unione Europea e soprattutto l’Euro sono ad un bivio. O le élites europee comprendono le difficoltà strutturali del sistema Euro ponendovi una soluzione, o l’Eurozona rischia la stagnazione, con gravi ripercussioni per i Paesi periferici. L’alternativa potrebbe essere riaffermare le divise nazionali e reimpostare accordi di cambio fisso tra i Paesi.

La rivoluzione portoghese è un evento centrale della storia del ‘900, ma non ha mai dato luogo ad una questione storiografica. Ma nel fatidico 1975 si consumarono le residue speranze del movimento comunista di aprire un fronte rivoluzionario in tutto l’Occidente avanzato europeo, com’era nelle speranze originarie di Lenin del Comintern. I comunisti portoghesi di Cunhal, operando con la forza e la determinazione nel paese, appoggiati da militari di sinistra, furono ad un passo dalla conquista del potere politico, fra l’estate e l’autunno 1975. La debolezza statunitense, seguita alla sconfitta vietnamita, la forza e il prestigio acquisiti dall’Urss e dal Patto di Varsavia, un contesto europeo facilmente infiammabile – soprattutto in Italia dove forti erano le tendenze alla lotta armata – avrebbero potuto consentire ad governo di salute pubblica portoghese di infiammare l’intera Europa capitalista. Se ciò non avvenne, in parte lo si deve all’Internazionale socialista, che organizzò le forze reazionarie del paese lusitano, in parte ai limiti strategici dei partiti comunisti più forti, il PCI in particolare, che preferivano ragionare in termini di democrazia e di antifascismo, piuttosto che mobilitarsi per il socialismo.

DOCUMENTI

Da “Lo Stato”, XII, 1941, pp. 137-142 (trad. it. di La mer contre la terre, “Cahiers franco-allemands”, VIII, 1941, pp. 343-349).

Da “La vita italiana”, XXVI, 1938, pp. 189-194 (trad. it. di Der Begriff der Piraterie, “Völkerbund und Völkerrecht”, IV, 1937, pp. 351-354).

Pierre Drieu La Rochelle, Genève ou Moscou, Parte prima, Cap. VI. Trad. it. di C. Mutti, Settimo Sigillo, Roma 2017.

Da “La Nazione Europea”, novembre 1967, a. I, n. 9.

Dezső Kosztolányi (1885-1936) fu un poeta ungherese. Questa poesia fu pubblicata nel 1935 nella sua ultima raccolta di versi, Számadás (“Resoconto”). La traduzione italiana è di C. Mutti.

RECENSIONI E SCHEDE

Ferenc Szálasi, Grande spazio, spazio vitale, popolo guida (Claudio Mutti)
Yannick Sauveur, Qui suis-je? Thiriart
Gérard Dussouy, Contre l’Europe de Bruxelles. Fonder un État européen
Luca Lezzi e Andrea Muratore, Il socialismo del XXI secolo. Le rivoluzioni populiste in Sudamerica
Amedeo Maddaluno, Il caos globale. Geopolitica e strategia dopo la globalizzazione
Pierre Drieu la Rochelle, Considerazioni sull’americanismo

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