Fonte: ripensaremarx
Chiediamo ai leader del mondo [quelli riuniti a Copenaghen per il vertice sull’ambiente; ndr] di raggiungere un accordo globale sui cambiamenti climatici che sia ambizioso, robusto e giusto e che dia una risposta credibile alla crisi che il mondo ha davanti“.

Seguono le firme di 500 top manager di numerosissime fra le maggiori multinazionali del mondo: la petrolifera Chevron, Nike, Virgin, ecc. Quelle multinazionali che la Moltitudine dovrebbe travolgere, una volta venuti a mancare (nella testa di alcuni sciagurati; o meglio imbroglioni) gli Stati nazionali, sono in piena buona salute invece e sempre più “vispi” nell’avvio della fase multipolare.

Non sono uno scienziato (di scienze naturali) e non voglio mettermi a discutere circa i problemi del surriscaldamento o meno, anche se constato che gli scettici vanno crescendo. Sono comunque in grado di essere critico, e aspramente, verso certi ambientalisti ideologici e reazionari a tutto campo. Ricordo bene le polemiche (con alcuni che ancor oggi ripetono la solita solfa) sui “Limiti dello sviluppo”, ricerca del MIT commissionata e ben pagata dal Club di Roma, dietro cui vi era la Trilateral, come dire il gruppo Bilderberg, insomma la mafia dei maggiori riccastri e finanzieri del mondo. Si prevedevano disastri nel giro di un secolo (poi ci sono stati periodici aggiornamenti), ma comunque alcuni di questi già entro la fine del secolo scorso (francamente non riscontrati). Negli anni ’70 – sempre per colpe dell’uomo, pur se non ricordo in base a quali elucubrazioni “scientifiche” – si preannunciò l’inizio di un’epoca glaciale. Infine, dopo un po’ di tempo, ci si è assestati sul riscaldamento globale e la catastrofe finale dell’umanità entro il XXI secolo. Mi si permetterà di essere perplesso di fronte a simili giravolte. Gli ultimi avvenimenti, relativi allo scambio di mail, ecc., tra sostenitori del surriscaldamento, su cui adesso si sta “indagando” (figuriamoci), aumentano la mia diffidenza verso i catastrofisti.

Poiché tuttavia è inutile contrastare i credenti nell’Apocalisse – si ricordi quello che doveva avvenire al passaggio del secolo e millennio (con tutti i computer, e se non ricordo male altre attrezzature, in tilt), e si vedrà fra non molto cosa accadrà nel 2012 – voglio far finta che essi abbiano ragione. Benissimo, resta il fatto che il sottoscritto (e questo blog in blocco) hanno almeno annunciato una giusta previsione: la lotta per l’ambiente non avrebbe avuto affatto carattere anticapitalistico, anzi sarebbe stata presa in mano dai capitalisti e trasformata in un ottimo business. I “limiti dello sviluppo” non sono limiti per il capitale, per le sue occasioni di profitto, per le sue battaglie competitive. Non c’è alcun crollo di questa forma sociale a causa dell’ambiente ma, come in ogni sua epoca, si verifica la sconfitta di alcuni gruppi di dominanti e la vittoria di altri; e non in virtù della semplice concorrenza nel “libero mercato”, ma per la capacità o meno di saper approntare strategie efficaci, in esse coinvolgendo gli Stati e gli organismi internazionali (detti tali ma sempre funzionanti in favore di “qualcuno” che ha caratteri nazionali), mentre le “moltitudini” (in realtà, i furboni che le manovrano come tante truppe di mentecatti) berciano, avendo a disposizione organi di stampa e TV, ben finanziati dalle varie concentrazioni capitalistiche in conflitto.

I Soros (nella foto), gli Al Gore, e gli altri che vivono “dell’ambiente” (addirittura di lautamente pagate conferenze sul tema), sono semplicemente dei parassiti; i top manager delle multinazionali, che sanno usare del “riscaldamento globale” e delle “misure per contrastarlo” allo scopo di apprestare le loro strategie in favore del proprio “esercito” (la propria multinazionale), meritano invece un qualche apprezzamento. Diciamo che si dovrebbero valutare adeguatamente queste loro mosse strategiche nel campo del conflitto; in linea di principio, però, vanno considerati condottieri (e “giocatori”) che sanno il fatto loro. Quelli da disprezzare e trattare quali puri imbonitori sono gli ambientalisti anticapitalisti (veri o falsi, poco importa, meritano tutti di essere spernacchiati).

Costoro, lo ricordo, hanno blaterato per non so quanto tempo intorno alla “lotta di classe” in cui la Classe Operaia avrebbe infine vinto, emancipando se stessa e con ciò tutta la società. Quando fu evidente che questa classe non aveva nemmeno le caratteristiche ribellistiche degli schiavi antichi o dei contadini medievali, si sono prese due strade: la più cervellotica portava a sostenere il “crollo del capitalismo” per sua intrinseca incapacità di svilupparsi (per arrivare a cianciare di simili sciocchezze, alcuni sclerotici pseudomarxisti utilizza(va)no scolasticamente la “caduta tendenziale del saggio di profitto”, “il capitale è barriera a se stesso” e altre litanie del genere). La via almeno un po’ sensata, e che per alcuni decenni è potuta sembrare realistica (almeno fino al 1975, data del ritiro degli Usa dal Vietnam), è stata quella delle masse diseredate del terzo mondo (la “campagna”) che accerchiavano le “cittadelle” capitalistiche. Da almeno 35 anni, anche tale tesi è andata a farsi benedire.

I poveri anticapitalisti, sempre più “stonati” (alcuni imbufaliti perché hanno fallito la loro carriera di politicanti e non si rassegnano ad andare a lavorare normalmente come le persone comuni), si sono buttati sull’ambiente, sostenendo che il capitalismo non può far altro che devastarlo. Provocando guasti irreparabili, esso aprirebbe infine gli occhi al popolo circa i limiti del suo sviluppo; la sua fine sarebbe stata così decretata ineluttabilmente. Il vecchio marxismo, quello del “capitale barriera a se stesso”, voleva superarlo per ridare slancio alle forze produttive con i nuovi rapporti di produzione socialisti (primo gradino verso il comunismo); gli anticapitalisti ambientalisti hanno invece proposto la decrescita, identificando capitalismo e sviluppo e credendo che bloccare quest’ultimo – avanzando le motivazioni di difesa dell’ambiente – avrebbe dato inizio alla fine di questa società. Adesso, risulta chiaro che i grandi gruppi capitalistici hanno tutte le possibilità di divenire “ambientalisti”, conseguendo i loro profitti come in qualsiasi altro settore di attività, con il supporto dell’apparato finanziario pur causa, per la sua relativa autonomizzazione rispetto alla sfera produttiva, dei guasti di cui abbiamo appena avuto la prova.

Quanto sta avvenendo, con lo schieramento di alcune rilevanti forze dominanti (fra cui la nuova amministrazione americana) a favore delle politiche ambientali, supporta la tesi del mio libro appena uscito (Tutto torna ma diverso, Mimesis edizioni). Nell’800 ci fu lo scontro tra le tesi del grande Ricardo (economista cui viene dedicato almeno un capitolo in qualsiasi Storia del pensiero economico) sul “commercio internazionale” (teoria dei costi comparati, ecc.) e quelle del ben più oscuro List. Il primo formulava l’ideologia di supporto alla predominanza dell’unico paese industriale di allora, la sua Inghilterra, seguito da tutti gli ideologi che, negli altri paesi, rappresentavano gli interessi di classi dominanti agricole intenzionate a restare complementari (quindi subordinate) alla potenza inglese. Il secondo, poco conosciuto e cui si dedicano poche pagine se non righe nella suddetta “Storia del pensiero”, sostenne che per l’“industria nascente” (quella non ancora sviluppata come l’inglese, dunque meno concorrenziale per costi più alti legati a scarse “economie sia interne che esterne”) occorrevano dazi doganali, ma temporanei, per favorirne lo sviluppo fino alla raggiunta competitività con quella inglese.

Mutatis mutandis, il liberismo dei subordinati europei (con i loro ideologi; sempre economisti e affini) di questi ultimi decenni ha avuto la stessa funzione in rapporto al predominio statunitense nei settori delle ultime ondate innovative – assai rilevanti per la potenza bellica – giacché i gruppi subdominanti dei sistemi socio-economici europei trovano la loro convenienza nel restare soprattutto agganciati all’auto, al metalmeccanico, ecc., cioè ai settori di passate stagioni industriali; con in più un apparato finanziario (di tipo “weimariano”) strettamente dipendente da quello americano capace di trasmettere nei nostri paesi i voleri strategici statunitensi, di cui le manovre finanziarie sono un aspetto (non certo il solo né il principale, ma neppure un’inezia). Ovviamente, per combattere in difesa di un’autonomia europea, non sarebbe oggi utile riproporre il protezionismo listiano, bensì altre politiche che comunque imprimano slancio allo sviluppo di settori di punta e strategici (mentre del tutto errata è la risposta della decrescita che, forse in buona fede, risponde comunque agli interessi di supremazia degli Usa).

Negli ultimi decenni è avanzato l’ambientalismo e – proprio quando è almeno momentaneamente rientrato il disegno “imperiale” Usa perseguito dopo il crollo “socialistico” e la fine del bipolarismo, proprio quando la superpotenza rimasta ha dovuto prendere atto dell’avvicinarsi di una fase multipolare con il mutamento di tattica attuato dalla nuova amministrazione Obama – ecco la svolta radicale statunitense su questo tema (iniziata già con Bush) e rafforzata anche nella presente Conferenza di Copenaghen dal parere della Commissione americana per la protezione dell’ambiente. Facile capire che sempre torna, con metodi diversi di epoca in epoca, il solito tentativo di “fermare le bocce” impedendo il cambiamento, e un domani rovesciamento, dei rapporti di forza tra i vari paesi. La Cina ha infatti risposto che fra trent’anni sarà pronta a inquinare di meno. Probabilmente ha esagerato, fra un po’ di tempo potrebbe indicare un periodo più breve.

In ogni caso, da ogni parte si tratterà solo di manovre nell’ambito di una cooperazione in quanto maschera del reale conflitto. I tempi effettivi, che si scopriranno soltanto strada facendo, saranno quelli della lotta multipolare e del tentativo – compiuto da chi è in vantaggio nello sviluppo industriale in questa fase storica, ma soprattutto nella crescita di potenza del proprio sistema/paese – di ostacolare il recupero degli altri (proprio ciò che tentò di fare l’Inghilterra nella prima metà del XIX secolo con le tesi scientifico-ideologiche di Ricardo; e non sembri un gioco di parole). In questo momento, quindi, il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici” del riscaldamento globale (mi sembra che questi ultimi aumentino) non rappresenta l’essenziale; decisamente più importante è il confronto geopolitico, è contrastare le manovre tese ad impedire cambiamenti via via sfavorevoli alla supremazia, non più incontestata, degli Stati Uniti. Come sui problemi dell’ultima crisi, e di quelle che seguiranno anche ammesso che questa si stia risolvendo (ed è tutt’altro che certo), anche sulle misure ecologiche assisteremo a tante costosissime riunioni internazionali (in cui presunti esperti guadagneranno cifre da capogiro) con infinite chiacchiere cooperative, ad uso dei popoli “minchioni”, mentre i vari paesi e gruppi di paesi cercheranno di adattare le fittizie misure prese ai propri progetti e alle mosse da compiere per meglio posizionarsi nel conflitto multipolare.

Comunque una conclusione è certa. Se l’ambientalismo, che credeva di essere anticapitalistico, non si ritira con dignità, i suoi residui – esattamente come quelli che ancora propugnano la “lotta di classe” tra capitalisti e operai, come quelli che ancora si attardano sui temi della lotta terzomondista contro l’imperialismo – si riveleranno puri e semplici mestatori reclutati: a) per distogliere forze giovanili (ma studentesche, non produttive) da una prospettiva politica di efficace lotta contro la parte più reazionaria dei dominanti; b) per tener pronte squadracce di violenti e anarcoidi che servano sempre, in dati momenti cruciali, a detta parte più reazionaria. Non il capitalismo, ma le sue diverse formazioni particolari che si andranno affrontando nel multipolarismo, hanno decisamente preso in mano i temi dell’ambientalismo per le loro manovre strategiche nell’ambito del conflitto che le contrapporrà con acutezza crescente nel medio periodo. Nello stesso tempo, i vari gruppi imprenditoriali, di cui è formata l’importante sfera economica di tali formazioni (paesi, società nazionali, in definitiva), sanno come accumulare profitti e combattere per la preminenza nei mercati, utilizzando “saggiamente” le opportunità fornite dalle suddette manovre nel loro aspetto “ambientalista”.

Basta con le ipocrisie e menzogne. C’è gente che si finge radicale, anzi rivoluzionaria, e non lo è minimamente. Ormai è scritto in caratteri cubitali l’intervento delle multinazionali – quelle sempre accusate di interessate e losche manovre non appena promuovono una qualsiasi campagna per lanciare un prodotto – sui temi ambientali per guadagnarci immensi profitti.  Si compia un passo ulteriore e decisivo, il più decisivo: si lasci in secondo piano il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici”, pur senza negarne l’importanza, e si metta la politica al posto di comando (vecchio slogan sempre valido). In particolare, nell’attuale periodo storico si dedichi attenzione alla geopolitica. Chi insisterà nel dimenticare tale tema cruciale – per rimbambire alcuni settori di popolazione (a partire dai più ricettivi, quelli del ceto medio semicolto di sinistra nei paesi capitalistici avanzati odierni) con la decrescita, le misure ecologiche del tipo della spesa a distanza zero Km., delle coltivazioni biologiche e di altre varie “piacevolezze” – va considerato un “valletto” della lotta statunitense per riprendere il controllo della situazione in vista del conflitto per la supremazia. Nell’attuale fase, la migliore situazione per i popoli, in specie per quelli di paesi di non grande potenza come il nostro, è il multipolarismo. Chi propugna scelte ad esso contrarie, espleta una funzione del tutto negativa. Dovrà essere la politica a indicare ciò che è principale; le discussioni su altri temi non sono irrilevanti ma sussidiarie.

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