In occasione delle Giornate kuwaitiane di Milano abbiamo incontrato Abdallah Al Shajjy, docente della facoltà di scienze politiche dell’Università del Kuwait, e Sami Alhamad, console del Kuwait presso Milano, per fare il punto sulla situazione economica e dei rapporti internazionali del Kuwait e dei Paesi della Cooperazione del Golfo, e su come questi siano coinvolti nella “Primavera Araba”.

Intervista a Abdallah Al Shajjy

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, del quale il Kuwait fa parte insieme ad Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Oman e Qatar vuole intensificare i rapporti economici che intercorrono tra gli stati membri e creare un’area di libero scambio comune. Quali sono le prospettive di sviluppo economico che si profilano in tal senso per i Paesi della Cooperazione del Golfo?

Sicuramente il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha fatto passi avanti in questo senso e si dirige anche verso una cooperazione a livello doganale. Esiste già il mercato comune, però ancora non si è riusciti ad andare avanti nel progetto della moneta unica del Golfo, e le tassazioni sugli scambi commerciali risultano ingenti. C’è un rafforzamento nel settore economico, però il problema dei Paesi della Cooperazione del Golfo è il preoccuparci del nostro livello di protezione e difesa.

Recentemente si è parlato di una politica western friendly da parte del Qatar: lo lascia intendere d’altronde l’edificazione di una base dei Talebani sul proprio territorio su richiesta diretta degli Stati Uniti, la mediazione sulla questione del Darfur e, non ultima, la partecipazione all’intervento in Libia. Eppure, sebbene i Paesi della Cooperazione del Golfo rimangano tra i migliori partner economici di Washington in Medio Oriente, l’Arabia Saudita avrebbe comunicato di non essere più pronta a fronteggiare le esigenze politiche statunitensi nella regione. D’altronde gli Stati Uniti, che già criticarono l’intervento saudita in Bahrein, non vedono di buon occhio un possibile allargamento dei confini del Consiglio di Cooperazione del Golfo a Giordania e Marocco. Come interpretare queste diverse tendenze degli stati membri del Consiglio? Secondo lei è coretto parlare di una ridefinizione dei rapporti con gli Stati Uniti, sia in senso positivo che negativo?

Non c’è una sola ed unica politica, ogni paese del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha una sua politica differente. C’è una sola cosa in comune, vale a dire gli Stati Uniti, il giocatore internazionale più forte nella zona del Golfo Arabo, che ha il primo ruolo. Ci sono delle preoccupazioni come il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, un confronto futuro con l’Iran, e la necessità dei paesi del Golfo di creare un accordo con Israele. Però d’altra parte i gruppi che sostengono le rivolte non accettano la sovrapposizione della gestione americana dei rapporti con il mondo arabo.

Ricordiamo che l’Arabia Saudita è un concorrente storico della Siria per la supremazia regionale, tanto quanto nei confronti dell’Iran. Una capitolazione del governo di Damasco vedrebbe scomporsi vecchi assetti ed alleanze. È giusto ipotizzare che il Consiglio di Cooperazione del Golfo speri nella riuscita della rivolta anche per infrangere l’asse alleato Teheran – Damasco – Hezbollah?

IPaesi della Cooperazione del Golfo Arabo hanno già dei problemi con l’Iran, che cerca di essere il paese più forte nell’area. L’Iran è sostenitore sin dall’inizio di Hezbollah: noi siamo preoccupati da questa coalizione. Secondo noi se in Siria il regime verrà cambiato e ci sarà la sua caduta l’Iran perderà tanti di quei vantaggi che ha ottenuto nel passato. Il tentativo di far fuori l’ambasciatore saudita in America mette in chiaro quali sono i nostri rapporti con l’Iran.

Intervista a Sami Alhamad

Lo scenario delle Rivolte Arabe ha riportato alla luce l’ostilità di fatto tra i Paesi della Cooperazione  e la Repubblica islamica dell’Iran. Il governo di Teheran cerca di cavalcare l’onda delle proteste sostenendo il dissenso contro gli stessi Paesi della Cooperazione, incrinando a tal punto i rapporti tra i due versanti da indurre Bahrain e Kuwait ad espellere diversi diplomatici iraniani dal proprio territorio. C’è chi parla di un’eventualità di congelamento dei rapporti diplomatici, ma sicuramente questa non è la prima volta che l’Iran entra in una crisi diplomatica con i Paesi della Cooperazione. Pensa che la fine delle Rivolte vedrà ridisegnarsi i rapporti, diplomatici e di forza, che intercorrono tra l’Iran ed il Consiglio di Cooperazione del Golfo?

Quelle che vengono chiamate le “Rivolte Arabe” sono differenti movimenti nazionali e dipendono da ogni paese. Noi rispettiamo la volontà del popolo di una nazione. Nelle nazioni che hanno partecipato alle “Rivolte Arabe” le rivoluzioni sono fatte dal popolo che vuole migliorare le sue condizioni di vita. Noi rispettiamo questa loro volontà. Lo stato del Kuwait, essendo anche un paese del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha una politica di base di rispetto delle nazioni vicine e della volontà del popolo di queste nazioni. Per quanto riguarda invece il ruolo iraniano, noi non rispettiamo qualsiasi azione non legale da parte dello stesso Iran. Come Consiglio di Cooperazione del Golfo noi denunciamo ogni atto illegale dell’Iran, come quello che ultimamente è stato pubblicato su tutti i giornali, ovvero l’attentato compiuto da soggetti iraniani contro l’ambasciatore dell’Arabia Saudita. Per noi questo è un atto di terrorismo, e noi denunciamo qualsiasi mossa illegale che compie l’Iran, o qualsiasi altro paese del mondo.

Parimenti lo stesso Consiglio di Cooperazione del Golfo richiede al governo siriano di interrompere la repressione dei manifestanti e di avviare un serio piano di riforme. Kuwait ed Arabia Saudita, contemporaneamente, hanno richiamato i propri ambasciatori a Damasco, rompendo così i rapporti diplomatici. Sicuramente una certa influenza del’opinione di Riyadh muove i gruppi sunniti in territorio siriano contro Assad. Quanto sono influenti i suddetti gruppi sunniti nella rivolta siriana? In che rapporto sono gli stessi con i Paesi della Cooperazione del Golfo?

Noi condanniamo ogni atto di violenza contro qualsiasi popolo. In questo caso stiamo parlando soprattutto di giovani, persone anziane, bambini: condanniamo qualsiasi violenza contro queste persone e non accettiamo nessun tipo di azione di forza che venga usata contro i civili. Nel Consiglio di Cooperazione del Golfo noi abbiamo una politica chiara: quella del rispetto con i nostri vicini, sia l’Iran che qualsiasi altro paese. La politica del Consiglio di Cooperazione del Golfo prevede il rispetto per qualsiasi paese confinante. Nello stesso momento, in caso di qualsiasi tipo di aggressione verso qualsiasi paese del Consiglio, vi sono degli accordi per il sostegno reciproco, di conseguenza noi faremo la nostra parte. Noi per questo motivo non interveniamo mai negli affari interni di qualsiasi paese, senza specificare né i nomi dei paesi né la zona geografica, ma rispettiamo unicamente la politica interna e la volontà del popolo di ogni paese vicino. Non intendiamo quindi intervenire in faccende esterne. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo lavora sempre per migliorare le condizioni di vita dei suoi propri cittadini nei suoi stessi paesi e non intende assolutamente intervenire nelle condizioni o nelle questioni interne di nessun paese vicino, ma nello stesso tempo qualora venisse deciso di intraprendere qualche azione contro qualcuno, dovrebbero essere d’accordo tutti i membri del Consiglio stesso.

A cura di Orazio Maria Gnerre

Articolo precedente

Brevi considerazioni dopo la morte di Muammar Gheddafi

Articolo successivo

I cristiani d'Oriente contro l'ingerenza occidentale