Il fenomeno della “Destra alternativa” nordamericana è stato contraddistinto (per ammissione di alcuni dei suoi ideologici di riferimento)[1] dalla non sorprendente assenza di una reale produzione bibliografica. Di fatto, questa, nella sua massiccia opera di propaganda sulle piattaforme sociali, quando si è spinta oltre la mera costruzione di tabelle, video ed articoli accusatori, ha spesso dovuto far riferimento a scritti di intellettuali europei (da Guillaume Faye ad Aleksandr Dugin) per sostenere le proprie visioni. In sostanziale discontinuità con questa incapacità alla scrittura si pone la figura di Jason Reza Jorjani: ideologo nordamericano di origine iraniana il cui lavoro, anche in virtù ad un continuo riferimento alla civiltà indo-europea, sta conoscendo un discreto successo all’interno di alcuni ambienti del “Vecchio Continente” facilmente impressionabili dall’utilizzo di certa terminologia pseudostorica e pseudotradizionale. In questa confutazione delle principali tesi di Jorjani si cercherà di dimostrare come il suo pensiero, puramente “occidentale”, costituisca semplicemente un tentativo di fornire una sovrastruttura mitologica pseudotradizionale all’atlantismo geopolitico.

 

Il rapporto tra Jason Reza Jorjani, oggi a capo della casa editrice Arktos Media[2], e la cosiddetta “Alt-Right” ha conosciuto storicamente degli alti e bassi. L’ideologo newyorchese si è spesso autoattribuito la “paternità intellettuale” del fenomeno e molte personalità legate al movimento, ad onor del vero, lo hanno utilizzato per fornire una sofisticazione culturale a quella che in realtà è una mera espressione del suprematismo bianco di matrice nordamericana. A seguito dell’elezione di Donald J. Trump nel 2016, Jorjani definì l’Alt-Right come una “avanguardia iperintellettuale che ha utilizzato una elezione presidenziale per portare avanti la propria agenda”[3]. Infatti, lo stesso Jorjani ha affermato che l’Alt-Right non ha mai lavorato esclusivamente per Trump, per gli elettori repubblicani o per i cristiano-evangelici[4].

Ora, dando credito alle affermazioni di Jorjani, se è vero che l’Alt-Right non ha lavorato in totale sintonia con il trumpismo, lo stesso non si potrebbe affermare proprio di Jorjani, visto che le bandiere del suo progetto nazionalista sul rinascimento antislamico iraniano (progetto che l’ha portato al progressivo distacco dall’Alt-Right) erano largamente presenti e visibili alla manifestazione pro-Trump del 6 gennaio 2021 conclusasi con l’“assalto” al Campidoglio di Washington. Tra le diverse “idee” che hanno contribuito a rendere noto Jorjani negli ambienti dell’estrema destra islamofoba, infatti, ci sarebbe un programma di ingegneria genetico-sociale rivolto ad eliminare le componenti arabe e turco-mongole dal popolo iraniano; a suo avviso, unica via percorribile per “rendere l’Iran di nuovo grande”. Tale progetto, che si porrebbe in naturale opposizione al “globalismo e alle sue pedine islamiste che stanno distruggendo il Paese” (sic!), è rivolto alla costruzione di un Grande Iran i cui confini naturali andrebbero a combaciare (non sorprendentemente) con quelli del Grande Israele sognato dai padri del sionismo[5]. Infatti Grande Iran e Grande Israele, nella prospettiva di Jorjani sono naturalmente alleati e la trasformazione della “coscienza ariana” in relazione alla Shekhinah ebraica rappresenterebbe il completamento dell’evoluzione umana[6].

A questo proposito, Jorjani ha fatto spesso riferimento al ruolo positivo che gli ebrei europei avrebbero avuto sulla “tradizione indoeuropea”. In questo caso si è scelto di porre il termine tra virgolette perché l’idea di “tradizione indoeuropea” fatta propria da Jorjani merita una particolare attenzione, visto che, rifiutando la verticalità del suo principio, essa rappresenta in realtà una “trasfigurazione occidentalista” della stessa Tradizione. Un’“operazione genealogico-ideologica” che, per dirla con Evola, costituisce una vera e propria “scelta degli antenati”.

In quello che forse è il suo testo più famoso, Prometheus and Atlas, Jorjani pone a fondamento della civiltà occidentale i due miti di Prometeo ed Atlante (interpretati anche alla luce di episodi biblici o di testi moderni come il Paradise Lost di Milton, il Faust di Goethe o il Frankenstein di Mary Shelley) come esempi della capacità umana di innalzarsi a vette divine attraverso gli strumenti della tecnica. Di fatto Jorjani, nella primordiale lotta tra la spiritualità olimpica e la materialità titanica, sembrerebbe prendere le parti della seconda, attribuendo alla divinità suprema (Zeus) una sorta di gelosia vendicativa nei confronti dell’operato dell’uomo che, alla luce di una corretta interpretazione della religiosità greca, non ha alcun riscontro nella realtà.

L’eterno, infatti, si rivelò al Greco antico in forme assai diverse rispetto ai popoli semiti. L’idea greca di Dio e Divinità è al contempo vicina e irraggiungibile (l’uomo, ad esempio, per Eraclito, vive sempre nella Sua prossimità). Il “miracolo”, come rottura dell’ordine naturale, ha una parte assai ridotta nella rivelazione divina della grecità. Questo, ad esempio, non si presenta quasi mai nei poemi omerici, anche se in essi la presenza del Divino è costante. Nulla accade senza che il Divino appaia incombente dietro l’avvenimento. Ma nonostante la Sua estrema prossimità tutto si svolge naturalmente. Così, il Divino non domina l’avvenimento naturale, ma si rivela in esso nella medesima forma della natura. “Se per gli altri accadono miracoli – affermava il grande filologo tedesco Walter F. Otto (che sembra avere poco spazio nell’elaborazione teorica di Jorjani) – nello spirito greco si svolge il più grande dei prodigi, poiché gli è dato di vedere gli oggetti dell’esperienza viva in modo che essi gli mostrino i venerabili contorni del Divino”[7]. Il Greco, così, non conosceva una corporeità che fosse soltanto pura materia. Non separava il corpo da quello che oggi viene chiamato spirito o anima: essi sono l’uno nell’altro. La sentenza “conosci te stesso!”, in questo senso, significa conosci cosa è l’uomo e quanta distanza lo separa dalla Maestà degli Eterni, che a lui si manifestano non per imporre ma per mostrare e indicare. Significa ricordare i limiti dell’uomo; che la misura è al di sopra di ogni cosa e che l’uomo è misura solo di ciò che può percepire con i propri sensi e non di ciò che non può vedere. In questa prospettiva, non v’è errore (o peccato) più umano della superbia di rifiutare la guida della natura e di pensare e agire con le proprie forze al di là dei suoi confini. La sacralità della natura, dunque, è ricompresa nell’essenza delle divinità olimpiche luminose.

Già Martin Heidegger, spesso citato a sproposito da Jorjani, riconobbe come l’errore a fondamento della tecnica moderna sia stato l’aver svincolato il sapere umano da qualsiasi legame con la natura. Con il termine τέχνη Heidegger indicava il sapere dell’uomo in mezzo alla φύσις. Era il modo in cui il Greco si confrontava con l’ente. Tuttavia, tale confronto non era un attacco, ma un lasciar avvenire che non cerca mai di sopraffare. L’azione dell’uomo in mezzo alla natura, dunque, era un’iniziativa dell’uomo in relazione al fondamento della natura stessa e nel suo rispetto: un lasciar fluire che non cerca di imbrigliare in vista dell’accumulazione e del profitto. In ciò consisteva l’Esser-ci della grecità classica. Quando viene meno l’interconnessione tra pensiero, parola e azione, la tecnica diventa il mero agire dell’uomo ai danni dell’ente (della natura). E la tecnica fine a se stessa è una pura espressione “titanica”. Friedrich Georg Jünger, fratello del più celebre Ernst, ha a più riprese sottolineato l’origine titanica della tecnica e dell’idea di homo faber “con il suo zelo, la sua inquieta efficienza, la sua attività senza posa”.

L’homo faber, non sorprendentemente, viene considerato da Jorjani come il Dasein di un ideale umano che si muove verso il futuro alla luce della primordialità titanica[8]. In questo, l’elaborazione teorica dell’ideologo nordamericano trova delle analogie con l’archeofuturismo del già citato Faye ed anche con molte distorsioni interpretative che hanno fatto dell’Odisseo omerico una sorta di uomo faustiano ante litteram, quando, al contrario, egli rappresenta l’aspirazione dell’homo religiosus al ricongiungimento con quella “Patria” che in qualità di punto di incontro tra Cielo e Terra si trova sempre al centro del mondo.

La teoria di Jorjani, dunque, rappresenta una sorta di rivincita del titanismo sulle Divinità olimpiche. Zeus confinò i Titani in una terra che Esiodo, nella Teogonia, descrive come “un’oscura regione all’estremo della terra prodigiosa”. È l’Estremo Occidente. Ed a questa regione della terra apparteneva anche il continente perduto di Atlantide, i cui abitanti, definiti a suo tempo “demoni materiali” da Numenio di Apamea, rappresentano, nella prospettiva di Jorjani, la migliore espressione della realizzazione del potenziale superumano dell’uomo attraverso lo sfruttamento della tecnoscienza. Non solo, Atlantide rappresenta anche l’archetipo primordiale degli istinti colonizzatori di quella che viene definita come “civiltà atlantica”.

Ora, come è noto, il nome del continente (o isola) deriva da quello di Atlante, mitico sovrano dell’Oceano Atlantico, figlio di Poseidone, dio delle acque, che sarebbe stato anche il primo sovrano dell’isola. Il già citato Walter F. Otto, nel suo studio sulla religiosità della Grecia, considera Poseidone come intrinsecamente legato alla materia per poter possedere la vera elevatezza del Divino. La sua sfera di potere è limitata ad un ben circoscritto regno materiale: la distesa delle acque e dei suoi flutti. Platone, nel Politico, parla della materia come il “mare infinito della disuguaglianza”. Il mare della materia è il principio del disordine che si contrappone all’ordine ed a quella misura che nella tradizione greca sta al di sopra di ogni cosa. Materialità, dismisura e gigantismo titanico rappresentavano i caratteri essenziali della talassocrazia atlantidea. Questa forza puramente occidentale, come racconta ancora Platone nel Crizia, fu capace di estendere il suo potere al di qua delle Colonne d’Ercole costruendo insediamenti all’interno del Mare Mediterraneo ed arrivando a minacciare la Grecia e l’Egitto. Fu solo dopo aver fallito nel tentativo di invadere la Grecia che Atlantide sprofondò nelle acque colpita dalla vendetta divina. Tuttavia, il mito vuole che i suoi superstiti, riuniti in società segrete, abbiano continuato ad influenzare la vita politica e militare del mondo.

A questo proposito, se il metafisico francese René Guénon sottolineò il carattere negativo di tale influenza individuando in Atlantide il centro di origine primordiale della “controiniziazione” (tanto che una eredità atlantidea giunse agli Ebrei tramite l’Egitto), Jorjani la valuta in termini assolutamente positivi. Lo spirito coloniale, cosmopolita e talassocratico atlantideo pervase Atene consentendole di prosperare e di affrontare le dirette minacce “telluriche”.

Il dualismo tra Terra e Mare, approfondito e studiato dal grande giurista tedesco Carl Schmitt, è una delle dicotomie classiche del pensiero geopolitico. Come nel caso della dicotomia filosofica tecnica/natura pensata da Martin Heidegger, Jorjani fa proprio il sistema interpretativo terra/mare e lo trasfigura in senso “occidentalista”. Nella sua prospettiva, la Lega delio-attica rappresenta l’archetipo della odierna NATO. Questa è un’organizzazione che costituisce una sorta di riproposizione del mito atlantico, con il suo movimento da Occidente verso la colonizzazione militare e culturale dell’Oriente, il cui peccato reale è rappresentato dal fatto di aver umiliato la Russia al termine della Guerra Fredda e dopo il crollo dell’URSS, anziché inglobarla in vista di una “Terza Guerra Mondiale” che, sulla scia di Huntington, Jorjani ritiene verrà combattuta non tra Stati ma tra civilizzazioni differenti[9]. In questo senso, il nemico di quella che Jorjani chiama “nuova civiltà atlantica” è naturalmente l’Oriente: l’Islam[10] e la civiltà confuciana della Cina. In qualità di espressioni culturali in cui Tradizione, Politica e Diritto mantengono inalterato il loro legame, Islam e Cina costituiscono quanto di più estraneo possa esserci rispetto al pensiero occidentale odierno.

Qui, al di là delle già ampiamente smentite accuse sulla creazione in laboratorio del Covid-19 da parte del Partito Comunista Cinese, bisogna dare atto a Jorjani di aver intuito che il socialismo con caratteristiche cinesi di Pechino è qualcosa di sostanzialmente differente rispetto al marxismo-leninismo classico. Tuttavia, sbagliando, egli vede in esso una connotazione razziale che non gli appartiene[11]. L’idea imperiale cinese, infatti, al pari di quella achemenide (che Jorjani non sembra conoscere in modo approfondito nonostante le sue origini iraniane), non ha una particolare connotazione etnico-nazionale. Il concetto confuciano di jen viene spesso erroneamente tradotto in “Occidente” come “solidarietà di razza”. Tuttavia, esso indica un modello di virtù che si può coltivare solo all’interno di una società di uomini degni che si sono legati in ragione di un impulso al miglioramento della comunità.

Naturalmente Jorjani – ed in questo è assolutamente in linea con qualsiasi teorico geopolitico nordamericano o con i loro epigoni subalterni europei – vede nella Cina, in quanto rivale tecnologico che in virtù del principio neoconfuciano del ti-yong ha saputo impossessarsi della scienza occidentale per utilizzarla contro lo stesso “Occidente”, la vera minaccia all’egemonia della civiltà atlantica. Il confronto con essa, secondo Jorjani, è inevitabile e gli Stati Uniti si trovano ad affrontarlo in un contesto di semi-guerra civile derivato dal caos della crisi pandemica. Tuttavia tale caos indotto potrebbe generare la nascita (o forse sarebbe meglio dire “rinnovare”) di un impero intercontinentale basato ancora una volta sul mercantilismo talassocratico, sull’innovazione tecnoscientifica e sulla conquista militare. Al centro di questo “nuovo” impero non potrà che esserci la Nuova Babilonia (o la “nuova Poseidonia”), che, non sorprendentemente, Jorjani indica in New York[12].


NOTE

[1]J. Morgan, Alt Right versus New Right, su www.counter-currents.com.

[2] La casa editrice Arktos Media è stata fondata in India nel 2009 dall’uomo d’affari svedese Daniel Friberg, che ne è l’amministratore delegato, e dall’americano John B. Morgan. Arktos Media ha sede a Budapest.

[3]C. Schaeffer, Alt Fight, www.theintercept.com.

[4]Ibidem.

[5]Why I am an Iranian Zionist, www.jasonrezajorjani.com.

[6]Ibidem.

[7]W. F. Otto, Gli Dei dell’Antica Grecia, Adelphi Edizioni, Milano 2004, p. 17.

[8]J. R. Jorjani, Prometheus and Atlas. An inquiry into the spectral essence of the technoscience, Strony Book University 2013, p. 99.

[9]Ibidem, p. 209.

[10]Non sorprende il fatto che Jorjani si definisca come un “globalista” che non vuole avere niente a che fare con l’Islam.

[11]The Chinese Virus and World War III, www.jasonrezajorjani.com.

[12]Ibidem.

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Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).