Alfred Bassermann, Il Veltro dantesco, il Gran Khan e la leggenda imperiale, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2021, pp. 103, €12,00.

Come riporta Claudio Mutti nell’introduzione a questo testo “maledetto”, Alfred Bassermann non riuscì mai a godere di ottima fama presso gli “accademici” quando era in vita. Poi, con l’occupazione militare e culturale dell’Europa da parte della potenza talassocratica d’Oltreoceano, gli si è addebitato il “peccato mortale” di aver simpatizzato per l’ascesa del nazionalsocialismo e di aver identificato in Adolf Hitler un’epifania di quel “mito solare” che era al centro dei suoi studi sul Veltro dantesco.

A sua parziale difesa, si potrebbe addurre il fatto che all’epoca Bassermann non fu l’unico a sostenere una tesi simile. Ancora nella metà del Novecento, la scrittrice franco-ellenica Maximiani Portas (alias Savitri Devi), nel suo libro Il Fulmine e il sole, sostenne l’idea che Hitler costituiva l’immagine solare dell’“uomo contro il tempo”, il quale, impiegando una violenza anche brutale, combatte contro un inesorabile declino storico.

L’interpretazione del Veltro dantesco come raffigurazione di un mito solare, di una funzione ideale collegata all’idea di “centro” ed alla tradizione imperiale ghibellina, venne fatta propria anche da Julius Evola, che però non nutriva per il Führer la medesima fiducia di Bassermann. Evola, infatti, non apprezzava affatto gli slanci socialisti e proletari (che oggi verrebbero forse impropriamente definiti “populisti”) di Adolf Hitler. Il pensatore romano, tuttavia, non poté fare a meno di apprezzare l’esperimento nazionalsocialista delle Schutzstaffeln, volto a ricreare nella Modernità una sorta di ordine iniziatico-cavalleresco.

Ad Evola, che nel suo studio sul Mistero del Graal fece riferimento al saggio di Bassermann, si aggiungano le non meno rilevanti considerazioni guenoniane relative all’identificazione del “Veltro” col “DVX” ed alla predizione fatta da Beatrice nel Purgatorio (XXXIII, 43-45): “Un cinquecento diece e cinque / messo di Dio, anciderà la fuia / con quel gigante che con lei delinque”. Il numero romano DXV (il 515 che si pone in netto contrasto con il 666, il numero dell’Anticristo), infatti, è l’anagramma di DVX: il “capo” (o “guida”) investito del compito di restaurare l’Impero ideale contro le istituzioni politiche ed ecclesiastiche decadenti e corrotte. 

Al di là delle polemiche di natura prettamente politica, l’opera di Bassermann (che, è bene sottolinearlo, vide la luce nel 1902, quindi ben prima degli eventi che sconvolsero l’Europa nella prima metà del Novecento) parte da una constatazione inconfutabile: tra il XII ed il XIII secolo il “Veltro” era un’immagine assai cara ai fautori dell’idea imperiale. Si può addirittura parlare di una “speranza nel Veltro”, nel levriero (immagine del potere e della forza) che caccerà all’inferno l’insaziabile lupa (la Chiesa corrotta ed il suo sostenitore, il Re di Francia). Tuttavia, tale figura rimane assai enigmatica.

Bassermann, come è stato anticipato, ritrova in essa le tracce di un mito solare giunto da Oriente; un principio e un’idea successivamente trasformati nell’immagine dell’Imperatore salvatore del mondo attraverso la connessione con miti e leggende legate ad alcune figure sia storiche sia immaginarie: da Alessandro Magno ad Ogier il Danese fino al Prete Gianni ed al Gran Khan (che col Cane condivide affinità fonetiche secondo Bassermann non ignorabili). A ciò si aggiunga nel Medio Evo il Gran Khan era ritenuto il potente sovrano di un impero immenso “amico della cristianità”. Ma questa idea necessita di una breve digressione geostorica.

Secondo il pensatore cinese Jiang Shigong, l’idea di Impero è la forza motrice dietro ogni grande cambiamento della storia, un’idea alla quale si associano delle particolari civiltà. Shigong ne individua essenzialmente cinque per ciò che concerne la massa continentale eurasiatica: la civiltà sino-confuciana, la civiltà indù, la civiltà islamica, la civiltà cristiana dell’Europa e la civiltà delle steppe dalla quale è sorta l’entità imperiale zarista. Tutte indistintamente erano civiltà imperiali “terrestri”, almeno fino all’epoca d’oro delle navigazioni transoceaniche.

La civiltà cristiano-europea ha sempre percepito quella islamica come minaccia, per il semplice fatto che questa, posizionatasi a cavallo tra l’Occidente e l’Oriente dello spazio eurasiatico, bloccava la via europea verso l’India e la Cina. Gli stretti rapporti tra la civiltà islamica e l’Oriente, secondo Shigong, consentirono ad essa di mantenere una sostanziale superiorità militare e intellettuale rispetto all’Europa per tutto il corso del Medioevo.

Di conseguenza, la distruzione del Califfato storico da parte dell’esercito mongolo di Hulagu Khan, con la presa di Baghdad del 1258, venne percepita con un certo sollievo nel mondo cristiano, dove si sperava che ciò avrebbe aperto all’Europa le porte del misterioso e ricco Oriente dopo secoli di sostanziale isolamento.

Hulagu Khan era nipote di Gengis Khan, il quale, secondo la Storia segreta dei Mongoli (la più antica opera in lingua mongola, originariamente destinata alla sola dinastia reale), era nato dalla stirpe di Alan-Goa, la “madre degli eletti del Cielo destinati a diventare Khan”. Essa diede alla luce i suoi figli senza concorso d’uomo, per opera dello spirito giunto a lei attraverso l’apertura centrale della sua yurta, la tenda tradizionale dei popoli mongoli.

Proprio la tenda tradizionale mongola, secondo Bassermann, costituisce un indizio decisivo per l’identificazione del Veltro dantesco con il Gran Khan. Infatti, in un altro passaggio piuttosto enigmatico della Commedia, si dice del Veltro: “e sua nazion sarà tra feltro e feltro”. Secondo l’interpretazione più ricorrente, questo passaggio indicherebbe l’umile origine del “Veltro” (tra capanne di feltro come le yurte mongole, per Bassermann).

In epoca medievale si riteneva che Gengis Khan fosse originariamente un fabbro. Il suo nome originario Temujin (Temurcin), infatti, significherebbe proprio “fabbro”. A questo proposito Bassermann riporta alcuni estratti di Giovanni Villani (diplomatico, storico e banchiere fiorentino) e della Historia Orientalis del principe e monaco armeno Haithon. Il brano del Villani è abbastanza emblematico: “Allora si congregarono insieme e fecero per divina visione loro Imperadore e signore uno fabbro di povero stato, che avea nome Cangius, il quale in su uno povero feltro fu levato Imperadore; e come egli fu signore fatto, fu soprannomato Cane, cioè in loro linguaggio Imperadore”.

Ora, nella prospettiva di Bassermann, Dante non poteva in alcun modo pensare al Gengis Khan storico. Tuttavia, non sarebbe da escludere a priori il fatto che questi abbia identificato nel Veltro l’immagine del sovrano orientale, saggio, giusto, potente, tollerante (il diritto mongolo, lo yasa, garantiva una sostanziale tolleranza religiosa) che veniva descritto nelle cronache di viaggio provenienti dall’Oriente.

La leggenda imperiale, inoltre, si mescola ad altre immagini strettamente collegate all’“Oriente”, come quella dell’“albero secco” sul quale il sovrano universale appende il proprio scudo dopo la vittoria sull’Anticristo. I germi di questa leggenda, afferma Bassermann, risalgono alle profezie cristiane sulla fine dei tempi, anche se la loro origine sarebbe addirittura (non di poco) retrodatabile.

Nello specifico, l’idea dell’albero secco si ricollegherebbe al legno della croce di Cristo e dell’albero del paradiso. La leggenda, infatti, racconta che Set piantò sulla tomba del padre Adamo un ramoscello proveniente dell’albero del paradiso. Quest’albero (che sta lì “dall’inizio del mondo”) nel Bellum Judaicum di Flavio Giuseppe si trova ubicato nell’odierna Palestina, nelle vicinanze di Hebron (dove si trovano anche le tombe dei patriarchi Abramo e Giuseppe).

La leggenda si ricongiunse alla storia vera e propria nel momento in cui la croce di Cristo, scoperta dall’Imperatrice Elena, venne riportata a Gerusalemme da Eraclio dopo la conquista della città. Di fatto, la versione orientale del “mito” prevedeva che un Imperatore bizantino, una volta liberata Gerusalemme e sconfitte le genti di Gog e Magog, si inginocchiasse sul Golgota deponendo le armi e lo scettro ai piedi della Croce. In questa versione, tra l’altro, l’Anticristo assume anche caratteri giudaici (altra caratteristica propria delle interpretazioni escatologiche cristiane medievali).

Ad onor del vero, ancora oggi, sebbene in ambito islamico, c’è stato chi (come lo shaykh Imran Hosein) ha identificato l’esercito sionista che ha occupato Gerusalemme con le genti di Gog e Magog. Questo fatto storico non poteva certamente essere oggetto dello studio di Bassermann, per cui in questo contesto ci si limiterà a constatare che la leggenda dell’albero secco possiede dei profondi rimandi apocalittici. Tuttavia, la sua collocazione in Palestina (e la sua origine cristiana) non è così certa. Si racconta, infatti, che il Profeta Muhammad si riposò nei pressi di un albero secco, che rifiorì in virtù della vicinanza al Messaggero di Dio. Marco Polo, invece, lo colloca in Persia, nel punto in cui si scontrarono Alessandro e Dario.

Il mercante veneziano, nel corso del suo viaggio in Oriente, non poté fare a meno di constatare come la memoria del “conquistatore del mondo” fosse ancora viva tra i popoli asiatici. La ricostruzione medievale del mito di Alessandro è strettamente collegata alla figura dell’eroe danese Ogier, che sotto molteplici aspetti rappresenta la versione cristiana del sovrano macedone. Di lui si racconta che, a partire dall’816 d.C., si spinse in Oriente e lo conquistò per diffondervi la vera fede. Al pari di Alessandro, Ogier divide tra i suoi compagni il territorio conquistato, ma, a differenza del macedone, non muore. Egli resta in Oriente in una sorta di occultamento, in attesa di riapparire come “salvatore atteso”. Secondo alcune interpretazioni, il Prete Gianni ed il Gran Khan non sarebbero altro che dei compagni di Ogier, fondatori in loco di potenti dinastie. Altre interpretazioni ancora (di cui Bassermann dà ampio conto nel testo) vedrebbero il Prete Gianni come un antenato del Gran Khan.

Ciò che qui preme sottolineare è che la leggenda imperiale, nella sua traslazione (per motivi politici) dall’Oriente bizantino all’Occidente europeo, si arricchisce, come sottolineato da Bassermann, delle immagini crepuscolari del mito germanico. Essa si trasforma in una rivisitazione della primordiale lotta tra luce e tenebre. Ma questo, prima ancora che un tema germanico, è un tema propriamente indoeuropeo. Si pensi allo scontro fra le forze olimpiche della luce ed il titanismo nella religione dell’Antica Grecia o alla lotta tra Ahura Mazda ed Ahriman nel mazdeismo. Lo stesso tema dell’occultamento dell’eroe è profondamento radicato in tutte le civiltà eurasiatiche: dal mito carpatico di Zalmoxis alla vicenda del Profeta riformatore Zoroastro, il quale trascorre gli anni della sua immaginifica meditazione in una caverna di Eran-vej. Senza tralasciare quella che forse rappresenta la più compiuta e perfetta affermazione religiosa del tema dell’occultamento: l’attesa dell’Imam del Tempo Muhammad al-Mahdi nello sciismo duodecimano.

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Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).