L’attacco terroristico avvenuto all’aeroporto Domodedovo di Mosca il 24 gennaio ha dimostrato ancora una volta come nessuno possa ritenersi “immune” dal terrorismo. Ed è proprio una notizia dell’ultima ora la rivendicazione dell’attentato da parte di Umarov, il leader dei separatisti ceceni, definito da se stesso “Emiro del Caucaso”, una delle regioni più problematiche con le quali la Russia moderna si deve confrontare, fra contraddizioni politiche ed economiche. In un video postato lunedì sul sito Kavkaz Center si conferma che le operazioni siano state dirette seguendo gli ordini del leader separatista e che questa “operazione speciale” aveva lo scopo di colpire i russi e Putin. Lo stato generale del terrorismo nel Caucaso è caratterizzato da una crescita stabile nel numero di crimini registrati, continuando ad essere giorno dopo giorno la regione più attiva nell’organizzazione degli attacchi terroristici. La disoccupazione è uno dei maggiori problemi della regione, particolarmente allarmante in Daghestan dove raggiunge il 69%. La situazione socio economica si è progressivamente aggravata in seguito al crescente aumento dei flussi migratori, formati in gran parte dal massiccio numero di profughi e sfollati provenienti dal Tagikistan, Azerbaijan, Georgia e Cecenia.

Allo stato attuale nel Daghestan il conflitto ha una forte connotazione religiosa: nel mese di febbraio del 2010 l’assemblea popolare ha approvato all’unanimità la candidatura alla presidenza di Magomedov, il quale ha annunciato il perseguimento di una politica di modernizzazione e attiva nella lotta al terrorismo. La situazione però non sembra migliorare poiché, stando ai dati del luglio 2010, nel paese si sono registrati 23 azioni terroristiche ed un aumento del 20% nel numero di attacchi contro i funzionari di polizia.

In Inguscezia la situazione non è migliore: nonostante il “New Deal” del presidente Evkurov, rapimenti ed uccisioni non si sono fermati. Le statistiche segnalano una nuova tendenza: i sequestri all’interno del paese sono di meno, secondo i dati del Memorial Human Rights Centre di Mosca, dai 30 rapimenti registrati nel 2007 si passa infatti ai 12 del 2010.

E’ nella Cecenia di Kadyrov, leader nominato direttamente dal Cremlino, che si registra il maggior numero di sequestri, circa 93 sono solo quelli accertati.

Nel Caucaso, ormai da quasi un ventennio combattono i clan locali, i gruppi separatisti ed i militanti islamici : quello che è sicuro è il fatto che sia sempre la popolazione a pagare il prezzo più alto..

La Russia è presente nella regione con circa 75 mila soldati di cui 33 mila forniti dal Ministero della Difesa e 27 sono truppe del Distretto locale; circa 10 mila sono forze di polizia e altrettante sono le unità di forze speciali. Gli USA considerano la zona del Caucaso interesse di primaria importanza, soprattutto per quanto riguarda l’oleodotto Baku – Tbilisi – Ceyhan. Anche la Turchia ha presentato una serie di proposte per sviluppare la cooperazione con la Russia, Caucaso, Iran e Cina e non è da escludere che, anche in seguito ad un’eventuale inclusione della Turchia nell’Unione Europea, date le instabili relazioni con la Grecia, Ankara potrebbe rivolgere lo sguardo ad est, normalizzando, ad esempio, le relazioni con l’Armenia. Interessi della Georgia e dell’Armenia convergono nella linea ferroviaria che attraversa l’Abkhazia. L’apertura del Kars Gyumri rappresenta gli interessi degli USA per quanto riguarda i commerci verso l’Afganistan e l’Asia Centrale. È ipotizzabile che la Russia si sia dimostrata in parte incapace di coordinare la cooperazione militare nell’area. Basti guardare la mappa per capire che i militari sono insufficienti per controllare tutto il confine. Inoltre, manca un Comando unificato ed una vera e propria intelligence in grado di informare tempestivamente sull’evolversi delle vicende. Le perdite di militari sono aumentate di anno in anno: dall’estate 2006 che vedeva 83 decessi all’estate 2009 con 142 morti. Questo è il risultato di alcuni fattori, fra i quali la disomogeneità del territorio e l’insicurezza eurasiatica, dovuta alla mancanza di un’Organizzazione garante della stabilità.

È logico supporre che così come ogni colonia, anche il Caucaso fosse stato conquistato per la necessità di disporre di maggiori risorse. In realtà, le sue riserve di petrolio ammontano a circa 100 milioni di tonnellate, mentre la Russia ne possiede circa 80 miliardi: si deduce che il Caucaso non serva come fornitore di risorse, o di petrolio per lo meno, ma piuttosto come terra di transito verso la Georgia e la Turchia. Nel Daghestan è anche peggio: negli ultimi due anni non si sono superate le 331 mila tonnellate. Piombo e zinco abbondano nella Russia estremo – orientale e al confine del bacino di Kuzbass, in Siberia, così come i giacimenti di mercurio, amianto e bauxite, anch’essi presenti negli Urali. La Russia, perciò, dispone autonomamente delle più grandi riserve di risorse minerarie . Inutile spiegare il perché dal punto di vista turistico il Caucaso non sia presentabile, ecco un altro motivo per cui la Russia non ne avrebbe bisogno. Se queste sono alcune delle premesse che renderebbero auspicabile l’isolamento del Caucaso, di seguito si propongono alcune riflessione: l’oleodotto aperto nel 2005 Baku – Tbilisi – Ceyhan, costruito con forti azioni di lobby degli Stati Uniti, è un sistema di trasporto con una capacità di 1 milione boe/g. L’incubo potrebbe materializzarsi nel momento in cui il gasdotto Nabucco che dovrebbe collegare l’Europa con i depositi in Iran , Azerbaijan ed Uzbekistan, lungo 3400 km con capacità per circa 30 miliardi di metri cubi all’anno, riuscisse ad includere anche il Turkmenistan ed il Kazakistan poiché gli ex- soci asiatici potrebbero improvvisamente diventare diretti concorrenti nel mercato europeo. È importante includere nell’analisi anche la variabile “orgoglio”: la Russia ha già perso le Repubbliche Baltiche, sviluppatesi secondo i dettami europei, causandole direttamente notevoli perdite economiche. Se si riconoscesse l’indipendenza al Caucaso, nel futuro bisognerebbe aspettarsi, per assurdo, anche movimenti indipendentisti nella Siberia o nella regione del Volga, per fare un esempio, situazione che la Russia non può permettersi. Ecco perché, verosimilmente, la soluzione del “problema” Caucaso consisterà in una non – soluzione, o comunque non in una svolta radicale.

Il 19 maggio 2010 il Presidente Medvedev in occasione di un incontro con alcuni esperti in materia di diritti umani ha affermato che le ragioni principali della mancata vittoria contro il terrorismo sono tre: corruzione, clientelismo ed inefficacia del governo, in particolare delle forze dell’ordine. L’attentato del 24 gennaio potrebbe avere ripercussioni in due direzioni: sulla psiche della popolazione e sulle azioni concrete che il governo deciderà di adottare.

Per quanto riguarda la prima variabile è probabile che aumenterà il grado di vigilanza delle persone, inteso come diffidenza generale nei confronti degli “stranieri” portando maggiore attenzione ai dettagli, e un aumento di segnalazioni alle autorità in caso di sospetti. Come spesso succede in queste situazioni di “panico” temporaneo, la popolazione potrebbe auto organizzarsi in pattuglie nei luoghi pubblici aumentando il senso di unità e solidarietà necessario per aiutarsi a vicenda.

Le azioni più verosimili che potrebbe mettere in atto il governo riguardano: un rigido sistema nel controllo passaporti; rinforzi nel controllo delle frontiere e dei flussi migratori in entrata attraverso controlli del traffico in ingresso alle città e maggiori forze ai posti di blocco; maggiore protezione nei luoghi pubblici dove la gente si riunisce, soprattutto nei luoghi affollati, ma anche scuole, ospedali e asili nido; più controlli nella vendita, diffusione e permesso di possedere armi. La sicurezza dell’applicazione delle leggi e l’ eliminazione della corruzione nelle forze di polizia, attraverso maggiori finanziamenti, attrezzature più moderne ed il rafforzamento dell’attività di intelligence avranno ripercussioni positive anche sulla popolazione. Per quanto riguarda questo ultimo punto in particolare Medvedev ha già espresso il suo parere favorevole e ha confermato che i primi provvedimenti verranno presi in questo senso, oltre ad alcuni licenziamenti, già avvenuti, all’interno del settore trasporti. Altre misure potrebbero prevedere una maggiore sensibilizzazione per la collaborazione con le forze di polizia e sanzioni più severe per i crimini commessi. Strategie come il “lock Cecenia” o il “crush Cecenia” , dove con la prima espressione si intende la chiusura della frontiera e con la seconda si intende la distruzione del territorio, non sembrano praticabili per le considerazioni fatte precedentemente.

L’ipotesi di un’ apertura regionale del confine turco – armeno potrebbe risultare importante non solo dal punto di vista economico ma anche in termini di politica e sicurezza: la Turchia in questo modo cesserebbe di essere un estraneo nel Caucaso meridionale malgrado, nonostante i buoni rapporti con la Georgia e l’Azerbaijan, non possa positivamente affermarsi nella regione a causa delle sue politiche verso l’Armenia. Secondo le linee del Governo russo: “ L’atto di terrorismo, per sua natura, impedisce una preparazione per controbatterlo prima che questo si verifichi. Valgono alcune regole generali: evitare di visitare regioni, città, luoghi che potrebbero attirare l’attenzione dei terroristi, così come paesi dove siano attivi gruppi separatisti o fanatici religiosi che usano il sequestro di persone e il terrore come metodo di lotta politica”. Questa definizione, però, appare un po’ riduttiva in quanto sono i terroristi stessi che vanno a “visitare” i cittadini nelle loro “case”. Al giorno d’oggi non ci sono luoghi sicuri, potenzialmente non attaccabili, ecco perché la Russia dovrebbe adottare urgentemente misure difensive.


* Eleonora Ambrosi è dottoressa in Scienze Linguistiche (Università Cattolica di Milano)


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”


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