Intervista ad Alain De Benoist

 

La polemica sul burkini, il costume da bagno indossato da alcune donne musulmane per ragioni di pudore, è una nuova manifestazione delle tensioni intercomunitarie in Francia. Interpretato come segno di radicalizzazione, il burkini fa salire la temperatura in un contesto caratterizzato dalla minaccia terrorista. Abbiamo rivolto ad Alain de Benoist, filosofo e politologo, alcune domande a proposito di questa polemica.

 

 

Katehon: Secondo lei, l’uso del burkini deve essere considerato una libertà individuale o una provocazione?

Alain de Benoist: Può essere visto sia come l’una sia come l’altra cosa (dalle donne che lo indossano e da coloro che lo vedono) e ancora come altre cose. Però non si raggiunge una verità oggettiva addizionando percezioni soggettive. Lo si sarà capito, da parte mia trovo del tutto grottesca questa polemica e il diluvio di commenti isterici ai quali essa ha dato luogo. Fino a poco tempo fa, avere una “tenuta decente” in spiaggia equivaleva a non denudarsi troppo. Oggi, “tenuta decente” è non essere troppo coperti! Resta da precisare il numero di centimetri quadrati di stoffa che si ha il diritto di portare sul proprio corpo o il dovere di togliere! Tra l’altro, ci si dimentica  di dire che lo “Stato Islamico” condanna senza appello il burkini e che le ebree osservanti fanno anche loro il bagno in mare indossando un costume di questo tipo. Insomma, questa polemica, demagogicamente strumentalizzata dai politicanti, serve solo a deviare l’attenzione. Ci si focalizza sulle cose secondarie per non guardare l’essenziale, vale a dire per non affrontare di petto la questione dell’immigrazione, che non può essere risolta dalla squadra del buon costume e dai controllori dei costumi da bagno.

 

Katehon: I mezzi di comunicazione francesi trattano la questione un tanto al chilo, i politici ciurlano nel manico e tra meno di un anno ci saranno le elezioni presidenziali: il tema dell’identità costituirà l’argomento principale?   

Alain de Benoist: È molto probabile, in un momento in cui una frazione crescent della popolazione, a partire dale classi popolari e da una parte del ceto medio, si trova priva di punti di riferimento ed è oggetto di una triplice esclusione: politica, sociale e cultural. La battaglia per le elezioni presidenziali avverrà in buona parte intorno alla questione dell’identità, ma anche della questione sociale, che le è direttamente associata: coloro che soffrono di più sul piano sociale sono anche quelli che soffrono maggiormente a causa dell’immigrazione. Le due logiche dominanti sono oggi la logica identitaria e la logica populista. Non bisogna confonderle (si può essere identitari senza essere populisti e populisti senza essere identitari), ma si può auspicare che queste due logiche si uniscano.

 

 

Katehon: Dibattito politico agitato, increspatura popolare: la Francia è islamofoba nel senso etimologico del termine? Ossia: ha paura dell’Islam?

Alain de Benoist: Io non sono uno di quelli che vedono dell’islamofobia dappertutto, ma non sono neanche uno di quelli che non la vedono da nessuna parte. Sì, una gran parte dell’opinione pubblica attualmente diventa islamofoba, e non solo nel senso etimologico! Più il discorso ufficiale teorizza l’”amalgama” e denuncia gli “stereotipi”, più esso predica la “convivenza”, più l’islamofobia si diffonde, con grande gioia dei gihadisti, i quali sperano di ricavare da ciò gli argomenti idonei a conquistare i musulmani alla loro causa. I gihadisti adorano gl’islamofobi! Questi due estremi si attraggono reciprocamente.

 

 

Katehon: Qual è l’origine di questa paura?

Alain de Benoist: Le cause sono note: innanzitutto l’immigrazione, con tutte le patologie sociali che essa genera, nonché l’espansione di un terrorismo islamista generato da trent’anni di aberrante politica occidentale nel mondo arabo-musulmano. Nel corso degli ultimi anni, la critica dell’immigrazione si è progressivamente mutata in critica dell’”islamizzazione”, cambiando così di natura e non di grado: si può criticare l’immigrazione senza attaccare gl’immigrati, mentre denunciare l’”islamizzazione” implica attaccare direttamente l’Islam. Al contempo, la laicità si trasforma in laicismo. Così il problema diventa irrisolvibile.

 

 

Katehon: Manuel Valls auspica che venga riattivata la Fondation des œuvres de l’islam de France, Jean-Pierre Chevènement probabilmente sarà chiamato a dirigerla ed uno dei suoi compiti principali sarà la lotta contro il finanziamento dell’Islam in Francia da parte di fonti estere. La Francia sta per riprendere il controllo sull’Islam presente sul suo territorio? O è troppo tardi?

Alain de Benoist: Anche qui, la questione è secondaria. Riattivare la Fondation des œuvres de l’islam de France non è certo una cosa malvagia, ma bisogna essere ingenui per credere che così si riprenderà il “controllo sull’Islam presente sul nostro territorio”.

 

Katehon: Che cosa pensa della probabile nomina di Jean-Pierre Chevènement alla guida di questa fondazione?

Alain de Benoist: Jean-Pierre Chevènement è una persona degna di stima. Potevano anche fare una scelta peggiore.

 

 

(Da www.katehon.com 26 agosto 2016)

 

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