Nel corso dell’ultima settimana la Bosnia-Erzegovina è tornata sotto l’occhio dei riflettori, per la prima volta davvero dopo la fine delle guerre che hanno devastato l’ex-Jugoslavia negli anni ’90, e nuovamente come un paese in fiamme. Cerchiamo di fare ordine tra gli avvenimenti degli ultimi giorni, per capire le radici di quella che qualcuno chiama già, forse avventatamente, “primavera bosniaca”, e quali siano le prospettive per l’immediato futuro.

Bosnia, i giorni della rabbia. 

Il 5 febbraio, a Tuzla (città nel nordest del paese), i lavoratori di alcune aziende in bancarotta rimasti senza lavoro sono scesi in piazza insieme agli studenti per protestare contro le autorità cantonali. I lavoratori chiedevano che venissero pagati i contributi previdenziali e pensionistici loro dovuti ormai da anni, oltre a condizioni di vita dignitose e posti di lavoro per i giovani. Migliaia di persone hanno bloccato il traffico per ore fino a quando lo stallo non è degenerato in scontri con la polizia: la giornata si è conclusa con un bilancio di 23 feriti e 27 arresti. Le proteste, in solidarietà con Tuzla e per alzare la voce contro la drammatica situazione del paese, si sono estese al resto del paese (si sono verificati disordini in almeno venti città) e sono proseguite per giorni: dalla fine della guerra non si era mai vista una così vasta manifestazione di generale scontento popolare. La manifestazione di Tuzla del 7 febbraio (la cifra dei partecipanti oscillano tra 6.000 e 10.000 persone, secondo la stampa locale) è degenerata nuovamente in duri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Alcuni di essi hanno dato alle fiamme la sede del governo cantonale; la stessa cosa è successa poco dopo a Sarajevo, a Mostar, a Zenica e a Bihać. Negli scontri tra forze dell’ordine e i manifestanti, la polizia ha usato gas lacrimogeni, spray urticanti e proiettili di gomma per disperdere i cortei, mentre i cittadini lanciavano sassi e bombe carta. Sono andati a fuoco anche i municipi di Sarajevo e Mostar, la sede della Presidenza nella capitale (insieme a una parte dell’Archivio Nazionale, che si trova nello stesso edificio), e le sedi dei principali partiti nazionalisti a Mostar. Le parole d’ordine dei manifestanti sono contro l’immobilismo del governo e la mancanza di lavoro; la richiesta più pressante è quella di misure urgenti contro la disoccupazione. “La gente non ha più niente da mangiare, ha fame, i giovani non hanno lavoro, non c’è più l’assicurazione medica, né i diritti elementari. Non può andare peggio” sono le parole di una donna in piazza a Tuzla. “Tutti devono scendere in strada, perché il Titanic sta per affondare”, le fa eco un altro dimostrante. La folla grida “Ladri, ladri!”.

L’8 ed il 9 dicembre i Presidenti dei cantoni di Tuzla, Bihać, Zenica e di Sarajevo hanno rassegnato le dimissioni (uno degli obiettivi della protesta di Tuzla era proprio ottenere le dimissioni del presidente del cantone), così come il direttore del coordinamento nazionale delle forze dell’ordine.
Il bilancio di queste giornate di guerriglia urbana è impressionante: 200 feriti in tutto il paese, soprattutto tra le forze dell’ordine; decine di persone fermate a Sarajevo, Zenica e Mostar (ma sono state tutte rilasciate dopo pochi giorni); danni agli edifici ed agli archivi amministrativi di tutte le principali città del paese.
Sabato mattina, il giorno della calma dopo questa tempesta di rabbia, nelle città coinvolte piccoli gruppi di cittadini si sono organizzati spontaneamente per ripulire le strade dai segni delle violenze e degli incidenti dei giorni precedenti, in un gesto di grande valore simbolico. Gli abitanti di Sarajevo hanno sottolineato, parlando con i giornalisti, come gli episodi dell’ultima settimana abbiano fatto rivivere a molti di loro i ricordi della guerra, pur senza voler stabilire nessi forzati tra vicende molto diverse. Ma soprattutto questo gesto voleva affermare con forza il rifiuto dell’etichetta di “hooligan” che la classe politica si è affrettata ad apporre ai manifestanti, nel malcelato tentativo di declassare le proteste a semplici atti di irragionevole violenza.
La volontà di proseguire con le proteste, infatti, non si è arrestata: diverse centinaia di cittadini sono tornati in piazza sabato e domenica scorsi, in modo pacifico.

Cosa ha scatenato le rivolte?

Sullo sfondo di queste piazze in fiamme si intravedono chiaramente i nodi irrisolti del post-Dayton, la stasi politica pressoché totale del paese, la situazione economica in costante peggioramento (proseguono le privatizzazioni di aziende statali e le perdite di posti di lavoro) e la piaga della disoccupazione: secondo l’ILO, il tasso di disoccupazione in Bosnia-Erzegovina sarebbe al 28%, e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) oltre il 60%. Siamo vicini ai dati greci. Era solo questione di tempo, quindi, prima che tutto questo producesse delle conseguenze: le rivolte non
sono di certo state una sorpresa. Come afferma Zlatko Dizdarević, ex-direttore del quotidiano di Sarajevo Oslobodjenje, “sono a dire il vero stupito che tutto ciò non sia accaduto prima. Molto semplicemente perché sussistevano tutte le condizioni da manuale per un’esplosione”.
Lo Stato bosniaco, così come è uscito dagli accordi di Dayton che hanno chiuso la guerra in Bosnia nel 1995, è un “mostro incostituzionale in cui la classe media sta lentamente scomparendo, schiacciata da una classe dirigente incompetente e affamata di denaro, che ha rapinato i propri concittadini” (sono sempre parole di Dizdarević). Il sistema di pesi e contrappesi studiato a Dayton avrebbe dovuto garantire bilanciamento tra i vari partiti etnici e nazionalisti; il risultato è stata la divisione della Bosnia-Erzegovina in due entità (la Federazione di Bosnia-Erzegovina e la Republika Srpska) che vivono in una situazione di stallo ormai da vent’anni, dal momento che i conflitti di competenza tra i vari livelli di governo sono insanabili. Il sistema politico ed amministrativo in Bosnia, semplicemente, non funziona.

Non è casuale quindi, come fanno notare alcuni analisti, che siano stati presi di mira principalmente gli edifici dei cantoni, le dieci province in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina, che vengono individuati come l’esempio della frammentazione, dell’inefficienza e della corruzione del paese. Cinque su dieci sono stati dati alle fiamme o danneggiati durante le manifestazioni.
L’istituzione dei cantoni è così delegittimata che da più parti oggi ne viene chiesta l’eliminazione o il ridimensionamento.
Dal punto di vista economico, in questo momento, la Bosnia-Erzegovina è un simbolo di come il mix letale di “transizione efficiente” (che, in sostanza, significa privatizzazioni malriuscite) e politiche imposte dall’UE (combinate con sistema amministrativo inefficiente) stia creando un circolo vizioso di disoccupazione, precarietà e povertà. Conseguenza naturale di tutto questo è la rabbia profonda contro l’intera classe politica, che ormai non rappresenta nessuno se non le élite etniche. Di certo, sembra che la Bosnia oggi sia davvero parte dell’Europa – ma da un punto di vista molto diverso da quello immaginato dalle istituzioni europee: le sue piazze sono in rivolta, come quelle di Grecia, Spagna e Turchia.

In questi giorni difficili la classe politica bosniaca si è dimostrata in larga parte inadeguata dando mediocri prove di sé e chiara mostra di nervosismo, perdendo sempre più legittimità. Il presidente della Federazione ha dichiarato di essere solidale e di comprendere l’infelicità della gente. Il premier del cantone di Sarajevo ha insultato una giornalista in diretta tv poche ore prima di dimettersi; il Ministro degli Interni ha affermato di avere requisito chili di narcotici nel corso dei fermi dei manifestanti, per essere poi smentito dal Premier; sabato la polizia ha dichiarato che a Sarajevo si stavano verificando episodi di saccheggio, smentita con prove fotografiche da Al Jazeera Balkans. Allo stesso tempo, le forze di polizia hanno destato stupore per via della scarsa presenza e del debole intervento al momento degli scontri e dell’irruzione dei manifestanti nei palazzi istituzionali, portando alcuni analisti a chiedersi se si tratti solamente di impreparazione o se fosse una strategia studiata a tavolino.

Un altro sintomo su cui vale la pena soffermarsi è come tutto sia cominciato a Tuzla: quarta città del paese dal fiorente passato industriale, vive oggi una crisi profonda legata alla deindustrializzazione malgestita che la sta drammaticamente impoverendo. Tuzla ha una storia radicata di movimenti sindacali e rivolte sociali, ed è stata negli ultimi 25 anni una roccaforte progressista e non nazionalista legata all’SDP (Partito Socialdemocratico), che oggi figura tra gli imputati, sia a livello regionale che nazionale. La crisi dei lavoratori di Tuzla è un sintomo del collasso economico del paese: i manifestanti hanno dimostrato che la precarietà, risultato della privatizzazione e delle politiche neoliberiste in atto, sta contagiando tutti i settori della società. La loro rabbia ha rimesso la questione della politica economica al centro dell’attenzione, mentre i politici continuavano a giocare la carta delle “questioni etniche”.
Per capire l’esasperazione dei lavoratori di Tuzla, basta guardare al processo di privatizzazione della fabbrica DITA, raccontato in modo molto esauriente su East Journal.

Chi è sceso in piazza? Si può parlare di “primavera bosniaca”?

Alcuni analisti (come il professor Zdravko Grebo) hanno subito parlato di una “primavera bosniaca”, ma potrebbe essere prematuro allo stato dei fatti. Quello che si può fare in questo momento è rilevare alcuni elementi interessanti di questo movimento.
Il dato più notevole è la diffusione delle proteste, che hanno interessato più di trenta città, come non era mai successo in Bosnia dopo la guerra. Le proteste sociali non sono mancate negli ultimi anni (basti pensare alla “rivoluzione dei bebè” del luglio 2013), ma sono sempre rimaste divise, a tutto vantaggio della classe politica, che ha continuato a gettare benzina (le fratture etniche, in particolare) sul fuoco per distrarre l’attenzione dai problemi economici. Le proteste del 5 febbraio per la prima volta sono riuscite a rompere questo muro: a Tuzla è andata in scena la prima manifestazione unitaria di lavoratori dopo la fine della guerra. Fatto dal valore simbolico da non sottovalutare. I lavoratori di Tuzla hanno dimostrato che i diritti ed i bisogni collettivi vanno oltre le differenze etniche e confessionali, e che la loro protesta deve essere un campanello d’allarme per tutti coloro che ogni giorno soffrono ingiustizie sociali. Le proteste hanno senza dubbio un carattere politico ancora più che sociale, e sono politici gli obiettivi che si sono prefissate di raggiungere.
In piazza, accanto ai lavoratori (la classe media impoverita e delusa), spiccano gli studenti e tutti i gruppi sociali (come la comunità LGBTQ) i cui diritti sono negati da una classe politica inadeguata. La società civile, che aveva avuto un ruolo di primo piano nel “risveglio civico” del 2013, sta partecipando in modo variegato, prevalentemente a titolo personale. Membri di spicco della comunità intellettuale bosniaca, come il regista Danis Tanović e il musicista Damir Imamović, hanno appoggiato le proteste fin da subito.
Caratteristica molto interessante di questo movimento è il suo essere fluido: non esiste alcun coordinamento, assemblea o gruppo organizzato, non sono emersi leader, le proteste sono nate spontaneamente, organizzate sui social network. Il collante che tiene insieme tutte queste componenti è l’ostilità contro l’intera classe politica, unita ad uno spirito anti-nazionalista che per il momento deve ancora reggere la prova dei fatti. Soltanto a Tuzla l’elemento politico è più presente (la prima manifestazione è stata organizzata dai sindacati), e non a caso qui si è formato il primo “Plenum”, una piattaforma politica e sociale che ha formulato una serie di richieste. Anche a Sarajevo si cerca di fornire la protesta di contenuti chiari, e il “Plenum dei cittadini e delle cittadine di Sarajevo” ha avanzato richieste simili a quelle del suo omologo di Tuzla, concentrandosi soprattutto sulle dimissioni della classe politica.
Le proteste hanno molto presto sfociato in violenze. Diverse testimonianze affermano che, mentre la partecipazione ai cortei era trasversale, sono stati principalmente giovani (e le frange più radicali) a partecipare agli scontri e alle devastazioni. Ovviamente si è creata una spaccatura nel movimento, legata alla dibattuta questione su quale livello di violenza sia accettabile in situazioni simili, tra chi sostiene che il ricorso alla violenza sia una sconfitta (come i sindacati), e chi afferma che sia la conseguenza naturale di vent’anni di malgoverno.

Conclusioni.

Le proteste stanno quindi avendo i loro primi effetti, anche se è presto per capire se saranno positivi, o duraturi. In ogni caso, per la prima volta la classe politica bosniaca sembra temere davvero l’opinione dei propri cittadini, che stavolta sono usciti dalla gabbia delle frammentazioni etniche in cui sono rimasti chiusi troppo a lungo.
La trasformazione o meno di questo movimento in una vera e propria “primavera”, o la regressione a saltuaria esplosione di rabbia, dipende principalmente da come proseguirà il percorso di elaborazione di contenuti e richieste, in grado di dare al movimento prospettive future e stabilità, e forse di portare a cambiamenti costituzionali.
Inoltre, è da vedere se le proteste si estenderanno anche alla Republika Srpska (in cui non esiste il livello di governo cantonale intermedio), rendendo questo movimento davvero “bosniaco” a pieno titolo. Per ora abbiamo assistito a manifestazioni decisamente limitate (degni di nota un piccolo presidio pacifico di solidarietà nella capitale Banja Luka ed una manifestazione di un centinaio di persone che a Bijeljina si è scontrata con un gruppo di ultranazionalisti serbi). Lo stesso discorso vale per e le zone a maggioranza croata (Erzegovina), dove sono avvenute proteste rilevanti a Mostar (città ancora etnicamente divisa e dove il carattere anti-nazionalista della protesta è ancora da testare) e in pochi altri centri.
Bisogna ricordare che la Bosnia ha in calendario tre eventi importanti nel 2014: ci saranno le elezioni, la Coppa del Mondo di calcio vedrà tra i partecipanti per la prima volta la Nazionale bosniaca, e Sarajevo commemorerà il centesimo anniversario dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando – il colpo di pistola che scatenò la Prima Guerra Mondiale. È ancora presto per dire se il 2014 sarà l’anno che cambierà la Bosnia; ma le speranze in questo momento sono alte.


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