Il gruppo dei paesi BRICS, nato come conseguenza dei profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale, è uscito ormai dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta un’influente struttura internazionale. Esso sta rapidamente acquisendo potere sia come promotore delle riforme dei meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, sia come importante forum macroeconomico. La maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale.

 

 

Il gruppo dei paesi BRICS, del cui impatto sui processi mondiali e delle cui prospettive oggi si discute tanto, è nato quale conseguenza di profondi mutamenti in corso nell’economia e nella politica mondiale.

I processi di globalizzazione che hanno investito tutto il mondo alla fine del secolo scorso non solo hanno esercitato una enorme influenza sull’economia mondiale, ma hanno prodotto cambiamenti radicali nel clima politico del pianeta, nelle relazioni internazionali, nella sfera politica, militare, dell’informazione, umanitaria, nella cultura mondiale. Si è fatta sentire sempre più la voce dei paesi in via di sviluppo e dei paesi ad economia in fase di transizione ai modelli di mercato. D’altra parte, anche se in seguito alla globalizzazione il tenore di vita in molti paesi è aumentato alquanto, il divario tra i paesi “poveri” e quelli “ricchi” ha continuato a crescere. Come è stato più volte notato, tale divario e la combinazione della povertà e del libero accesso ai flussi d’informazione possono dar luogo ad una miscela esplosiva. Non è, forse, ciò che succede oggi nei paesi arabi del Vicino Oriente e del Nordafrica? I paesi del “miliardo d’oro” sentono sempre più la pressione dei paesi in via di sviluppo e di quelli poveri. Tale pressione diventa sempre più tangibile, e viene accentuata da tutta una serie di fattori.

Primo, la limitatezza delle risorse naturali e il loro impoverimento, in particolare di quelle energetiche non rinnovabili, nonché dell’acqua potabile, dei viveri (proteine vegetali e animali), da un lato, e il pompaggio da parte dei paesi industrializzati di risorse di ogni genere appartenenti ad altri paesi, mentre il contributo dei paesi industrialmente sviluppati al PIL mondiale si sta gradualmente riducendo. Si tratta non solo delle risorse naturali, ma anche di quelle intellettuali e di lavoro. Si capisce che nei paesi in via di sviluppo cresce il timore di rimanere, in fin dei conti, “con un pugno di mosche”, alla periferia del processo tecnologico mondiale.

Secondo, la non corrispondenza del sistema internazionale giuridico e di quello economico-finanziario globale a nuove condizioni di esistenza e di sviluppo della civiltà, ad un nuovo clima delle relazioni internazionali.

Il terzo fattore è l’ideologia di egemonismo statale cui si ispirano gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda, sentendosi l’unica superpotenza al mondo. In realtà hanno scelto la strada diretta all’ottenimento dell’egemonia a livello mondiale anche se in confezione moderna, camuffata con discorsi sui principi democratici e i valori umanitari.

Ben presto è divenuto evidente per tanti che la strategia di unilateralismo seguita dagli Usa nella politica mondiale, rafforzata dalla potenza economica e dalla gigantesca forza militare, può far imboccare al mondo una strada che non porta da nessuna parte, può trasformarlo in una “fattoria” come quella descritta nel libro di George Orwell, Animal Farm: A Fairy Story, in cui vige il principale comandamento: ”Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Si trattava, né più né meno, di un’altra rivoluzione a livello mondiale. “I nostri sforzi si devono estendere oltre ai nostri confini, – diceva il presidente americano Clinton in uno dei suoi messaggi annuali al congresso, – per guidare la rivoluzione che spazzi via barriere e formi nuovi legami tra gli stati e tra le persone, tra i sistemi economici e tra le culture”. La stessa idea della “rivoluzione democratica globale” cercava di realizzarla anche il presidente George W. Bush Junior. Dove ha portato una tale politica lo hanno mostrato l’Irak, l’Afganistan e le rivolte del 2011 nei paesi dell’Oriente arabo.

È estremamente pericoloso anche l’orientamento unilaterale dell’economia mondiale al dollaro americano, qualsiasi oscillazione del quale, dovuta a operazioni speculative, a calamità naturali, a catastrofi tecnologiche, all’acuirsi della situazione internazionale, in particolare nelle aree del mondo produttrici di energia, all’interruzione di comunicazioni transcontinentali o perfino ai disguidi nella rete telematica mondiale, può provocare crolli di portata globale.

Non c’è da meravigliarsi che in varie parti del mondo stiano crescendo forze politiche, movimenti, partiti, unioni interstatali che cercano di cambiare l’ordine esistente, di renderlo più adeguato alle condizioni odierne e alle prospettive immediate e, in fin dei conti, di difendere con più efficacia gli interessi nazionali.

Va notato anche che i processi di globalizzazione economica hanno portato alla situazione in cui la crescita industriale dei paesi sviluppati che dominano finora sul nostro pianeta sta rallentando. Tali processi diventano irreversibili. Lo sviluppo dei paesi ad economia in crescita accelerata è impedito dai meccanismi obsoleti di regolamentazione globale e da una certa cristallizzazione delle istituzioni internazionali che furono create in condizioni del tutto diverse e con finalità, bisogna pur confessarlo, dirette prevalentemente alla tutela degli interessi dei paesi sviluppati. Ma oggi il paesaggio economico-finanziario è sostanzialmente cambiato, in particolare grazie alla crescita dei grandi stati ad economia in fase di transizione verso i modelli di mercato. In tali condizioni lo schema di regolamentazione globale ha cominciato a manifestare non solo semplici inconvenienti, ma dimostra sempre più spesso l’incapacità di funzionare debitamente.

Di solito l’origine del gruppo interstatale noto oggi come BRICS viene riferita all’analista Jim O’Neill, che nel novembre 2011 battezzò quattro paesi emergenti che si sviluppano a ritmi accelerati – Brasile, Russia, India e Cina – con l’acronimo BRIC. Ma ciò significa che “in principio c’era la parola”? Niente affatto. La vita stessa, la logica dello sviluppo mondiale hanno fatto nascere processi di attrazione dei paesi che, da una parte, hanno cominciato a dimostrare ritmi accelerati di crescita economica: nel periodo tra il 2000 e il 2008 i quattro paesi in questione hanno contribuito per il 50% alla crescita economica mondiale; verso il 2014, secondo certe stime, questo indice dovrebbe aumentare di un altro 10%. D’altra parte, l’avvicinamento dei paesi BRICS – paesi chiave dell’Asia e di tutto il continente euroasiatico, dell’America Latina, dell’Africa – testimonia del fatto che l’area euroatlantica (Europa occidentale più America del Nord) sta perdendo gradualmente il suo status informale di “quartier generale geopolitico” del mondo contemporaneo. Anche nel rapporto del NIC (National Intelligence Council) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione” si nota il perdurare “del trasferimento senza precedenti delle relative ricchezze e dell’influenza economica dall’Occidente all’Oriente”.

Nel periodo 2006-2010, nell’ambito del BRIC/BRICS si sono tenuti sei incontri a livello dei ministri degli esteri (oltre al gruppo dei viceministri costituitosi col secondo incontro dei capi della diplomazia dei “quattro”, nel settembre del 2007 a New York). Diventano regolari gli incontri dei ministri delle finanze e di quelli dell’agricoltura.  All’incontro dei ministri degli esteri a Ekaterinburg nel maggio del 2008 sono state tracciate le direttrici della collaborazione dei paesi BRIC: diritto internazionale, ricostruzione del sistema economico-finanziario mondiale, sicurezza globale nel campo di armamenti, clima, energia, generi alimentari, antiterrorismo [1].

Il primo incontro di lavoro dei capi di stato dei paesi BRIC nel formato dei “quattro” si è tenuto nel luglio 2007 in Giappone. Due anni dopo, nel giugno 2009, a Ekaterinburg si è tenuto il primo vertice ufficiale del BRIC. Il secondo vertice si è svolto nell’aprile 2010 in Brasile, dove è stato firmato il memorandum di cooperazione tra gli istituti  pubblici finanziari nel campo di sviluppo e di sostegno alle esportazioni degli stati membri del BRIC. Ambedue i vertici erano dedicati principalmente all’esame dei problemi relativi alla crisi economico-finanziaria, alle norme e principi vigenti nella gestione dell’economia e del sistema finanziario mondiale. Come è noto, i paesi dei “quattro” hanno vissuto la crisi degli anni 2008-2009 senza particolari sconvolgimenti e con più successo rispetto ai paesi avanzati, mantenendo abbastanza alti i ritmi di sviluppo economico, che sono impressionanti sullo sfondo della stagnazione dei centri tradizionali dell’economia mondiale. I paesi del BRIC hanno cominciato a svolgere un ruolo sempre più marcato nella lotta alle consequenze della crisi finanziaria nell’ambito del G20, nella politica finanziaria e monetaria globale. Tutto sommato, la crisi ha dato un nuovo impulso allo sviluppo dei rapporti tra i paesi del BRIC e senza dubbio ha aumentato la forza d’attrazione del gruppo verso altri paesi in via di sviluppo.

Già al terzo vertice, in Cina nell’aprile 2011, al gruppo ha aderito la Repubblica del Sud Africa. È interessante che il rapporto del NIC (National Intelligence Council) degli USA “Mondo dopo crisi. Tendenze globali -2025: mondo in evoluzione”, pubblicato nel 2009, presentava quale uno degli scenari globali di sviluppo del mondo multipolare una distruzione del BRIC.

 

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Che cosa è il BRICS oggi, quali sono le sue prospettive e  opportunità nella correzione dei meccanismi internazionali esistenti nella sfera politica ed economico-finanziaria e, più in generale, nel risanamento dell’economia mondiale malata e del sistema finanziario mondiale?

Oggi i paesi del BRICS rappresentano quasi la metà della popolazione del pianeta e occupano un quarto della terraferma, producono quasi un quarto del totale mondiale del gas e un quinto del totale mondiale del petrolio, possiedono un terzo delle terre arabili, quasi il 40% delle riserve valutarie e in oro, il loro PIL è pari al 23% del PIL mondiale e la loro quota nel commercio mondiale costituisce il 16%. Secondo i dati del WTO nel 2009 la quota dei paesi BRIC nelle esportazioni mondiali era pari al 14,5% (di cui il 9,6% – la Cina) e  all’8,4% nei servizi (di cui il 3,8% – la Cina). [2]

Si tratta di cifre impressionanti. Esse dimostrano che il potenziale del BRIC è enorme, in particolare sul piano economico. È chiaro che il rafforzamento dei rapporti di associazione tra di loro può cambiare radicalmente il sistema attuale di relazioni macroeconomiche. Bisogna tener presente che i paesi BRICS dispongono non solo delle risorse necessarie per sopravvivere indipendentemente dai paesi sviluppati, ma anche per uno sviluppo attivo. L’insieme delle loro economie garantisce l’autosufficienza nei principali settori dell’economia mondiale – nelle risorse naturali, comprese le materie prime energetiche (petrolio, gas, carbone), nel settore agricolo, nella produzione industriale e nelle alte tecnologie. Questi paesi sono avvantaggiati anche dalla presenza di risorse intellettuali e di lavoro a buon mercato.

Respingendo con la propria politica e col fatto stesso della loro esistenza l’idea di un mondo unipolare, i paesi del gruppo BRICS, al contempo, non desiderano diventare un nuovo centro di forza globale. Dialogo e cooperazione con altri stati ed alleanze, ma non confronto; partenariato e concorrenza d’affari, ma non pressione: ecco la linea principale che essi seguono nell’arena internazionale. Proponendo un proprio programma di riforma per il FMI e la Banca mondiale, i paesi del gruppo BRICS partono non solo dai propri interessi, ma tengono anche conto degli interessi di tutti i paesi in via di sviluppo, in fase di transizione verso le economie di mercato. C’è da sperare che proprio una tale linea coordinata sarà seguita dal gruppo BRICS all’importante vertice G20 nel novembre 2011 in Francia, il che produrrà, in ultima analisi, frutti positivi per l’economia e finanze mondiali.

Si esprime spesso il parere (a nostro avviso, ben fondato) che i paesi BRICS trasformeranno, in un modo o nell’altro, la loro crescente potenza economica e l’influenza sulla sfera economico-finanziaria globale nel capitale politico e faranno indebolire l’influenza dei paesi del “miliardo d’oro”. In tal caso, il mondo non deve attendersi di fare ritorno all’epoca di Kipling ed al suo “l’Ovest è l’Ovest, l’Est è l’Est, e non si sposteranno da dove stanno”? Il rafforzamento e l’allargamento di questo gruppo di paesi, la crescita della sua potenza economica e dell’influenza politica non rappresentano una minaccia di un nuovo confronto globale?

Riteniamo che tali preoccupazioni siano prive di ogni fondamento. Le guide dei paesi BRICS hanno più volte dichiarato che non intendono creare un’alleanza politica, tanto meno un’alleanza politico-militare, che serva da alternativa, ad esempio, alla NATO. “La nostra collaborazione, sottolinea la Dichiarazione finale del vertice 2011, non è diretta contro nessun paese terzo. Siamo aperti all’estensione dell’interazione e della cooperazione con gli stati che non fanno parte del BRICS, … nonché con rispettive organizzazioni internazionali e regionali”.

Allo stesso tempo, non si può ritenere che i paesi del gruppo BRICS, nella loro attività comune puntando principalmente ai problemi economici del mondo contemporaneo, abbiano scelto come uno dei principi guida quello della passività politica assoluta. È difficile che oggi si possa tracciare un limite tra una grande economia e una grande politica. Per creare un ordine mondiale più equilibrato e più equo nel campo economico e nella finanza mondiale, i paesi del gruppo BRICS devono farsi valere, elevare il livello della loro partecipazione anche ai processi decisionali della politica mondiale. A questo riguardo va notato che il peso del loro parere nell’adozione di importanti decisioni attinenti all’economia e alla politica mondiale sta costantemente crescendo, al che contribuiscono sia la crescita delle loro economie, sia il livello di cooperazione tra gli stati membri BRICS, che sta aumentando. Il peso politico del gruppo BRICS è rafforzato anche dal fatto che due dei suoi partecipanti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, mentre altri tre stati sono considerati seri candidati alla qualità di membri nello stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU in vari scenari di riforma della più importante organizzazione internazionale. È del tutto logico che negli ultimi tempi i paesi del BRICS cerchino di elaborare una presa di posizione concordata su alcuni problemi politici di attualità.

Così, ad esempio, al vertice 2011 essi hanno esaminato la situazione nel Vicino Oriente, nel Nordfrica e nell’Africa occidentale e, in particolare, in Libia. Hanno sottolineato l’inaccettabiltà della linea dei paesi NATO partecipanti all’operazione militare in Libia, che stanno cercando di sostituire le risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza sulla Libia coi loro propri obiettivi: intervento umanitario e abbattimento del regime di Gheddafi. Il conflitto in Libia deve essere risolto senza l’uso della forza, con metodi politici e diplomatici, – sottolinea la Dichiarazione approvata al termine del vertice, mentre gli stati BRICS devono consolidare il coordinamento delle loro azioni nell’ambito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La Dichiarazione dei paesi BRICS sulla Libia di per sé non avrà sensibilizzato tanto l’opinione pubblica mondiale, ma conta molto il fatto stesso della sua apparizione, il fatto che, come scriveva il quotidiano italiano “La Repubblica”, per la prima volta i paesi “emergenti” ad economia in sviluppo hanno parlato sull’arena internazionale con voce comune.

Tuttavia non bisogna pensare che gli orizzonti del BRIC siano assolutamente sereni. Sulla via di strutturazione dei ”cinque” esiste tutta una serie di ostacoli molto seri.

Anzitutto bisogna riconoscere che i paesi dei “cinque” non hanno una base politica consolidata, tranne l’unità delle loro posizioni sulla non accettabilità del mondo unipolare. Non favoriscono il consolidamento delle loro posizioni le loro diverse preferenze politiche, diversi approcci nella definizione del corso strategico nelle nuove condizioni, nonché le contraddizioni interne.

Così, gli analisti del menzionato rapporto del NIC (National Intelligence Council) degli USA considerano che una di tali contraddizioni sia la competizione tra la Cina e l’India nel campo delle forniture energetiche, il che potrebbe portare a contrasti tra di loro. Secondo gli analisti la probabilità di un tale conflitto aumenterebbe nella misura in cui aumenteranno le difficoltà nell’accedere alle risorse che diminuiscono, nonché in seguito al confronto su altri problemi, in particolare, ad esempio, sulle nuove barriere commerciali.

Esistono anche problemi nei rapporti tra la Russia e la Cina. Malgrado le trattative pluriennali, le società russe e quelle cinesi non sono riuscite a raggiungere un accordo sui prezzi di importazione del gas naturale dalla Russia in Cina. I dirigenti cinesi e russi hanno annunciato più volte imponenti transazioni petrolifere e di gas che non sono mai state concluse. Un altro problema che oscura i rapporti bilaterali sono gli investimenti reciproci limitati (alla fine del 2009 il volume complessivo degli investimenti non finanziari della Cina nell’economia russa è stato pari a due soli miliardi di dollari).

La politica regionale della Russia e della Cina coincide raramente. Pechino e Mosca seguono prevalentemente linee autonome  indipendenti nei confronti della situazione nella penisola coreana ed a Taiwan, nonché nei confronti del Giappone. Nell’Asia meridionale la Russia e la Cina occupano in sostanza posizioni diametralmente opposte in importantissime questioni.

Per ora il gruppo BRICS non ha di fatto una precisa struttura organizzativa, né ha progetti in comune in molti campi; in alcuni problemi chiave i loro interessi si intersecano. Così, ad esempio, nella sfera economica i paesi BRICS per ora stanziano pochi mezzi per iniziative multilaterali collettive, offrono l’assistenza finanziaria per lo sviluppo prevalentemente su basi unilaterali o bilaterali, non mostrano troppa voglia di assumere impegni corporativi e di rinunciare alla loro influenza individuale. Lo sviluppo del commercio dei “cinque” è ostacolato dall’assenza di una zona di libero scambio e della partecipazione comune all’OMC. Gli stati associati più importanti della maggioranza dei paesi BRICS sono, di regola, quelli che non fanno parte del gruppo stesso.

Bisogna anche tener presente che è difficile che i paesi BRICS agiscano per indebolire il dollaro, perché il crollo della moneta americana colpirà duramente anche gli interessi della stessa alleanza emergente. Tutti i paesi membri detengono le loro enormi attività in dollari, comprese le obbligazioni di stato americane appartenenti alla Cina per molti miliardi. Così, anche se è evidente l’aspirazione dei paesi BRICS all’indipendenza dall’Occidente sul piano economico, il collegamento sensibile delle loro economie con gli USA durerà per molto tempo.

La non coincidenza degli interessi dei paesi membri BRICS nella sfera economica impedisce spesso la loro collaborazione nel campo delle relazioni internazionali. Così ad esempio la Cina contrasta il rafforzamento dell’India, la quale a sua volta è il suo potenziale nemico nel campo della sicurezza, essendo contraria alla sua partecipazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro permanente di questo. L’India e la Russia sono preoccupate per le crescenti potenzialità militari della Cina, che potrebbero nel lungo periodo diventare una minaccia per la loro sicurezza nazionale ecc. .

Come si vede, non sono poche le contraddizioni esistenti tra i paesi BRICS. Per questo il gruppo non riuscirà a diventare un’organizzazione potente e ben articolata nella prospettiva immediata. Ma trattasi di un gruppo di grandi stati ad economie in sviluppo accelerato, che hanno un’incontestabile influenza politica e rappresentano vari continenti del mondo, sicché crescerà la loro pressione sui processi economici globali, così come sull’elaborazione di certe decisioni politiche che toccano i loro interessi. Non è da escludere che il BRICS, coll’andar del tempo, si trasformi in un gruppo internazionale simile al G20 o G8, che non prenderà direttamente decisioni “sulle sorti del pianeta”, ma influirà attivamente sulla loro approvazione. Seguendo tale cammino, il gruppo dovrà superare ancora molti ostacoli.

Oggi, a nostro avviso, è assolutamente chiaro che il gruppo BRICS è già uscito dai limiti di un forum consultivo dei paesi in via di sviluppo e rappresenta una influente struttura internazionale. Creato nei tempi in cui si manifestò la crisi dei precedenti meccanismi di regolamentazione nella sfera economico-finanziaria, questo gruppo interstatale sta acquisendo rapidamente potere sia come promotore delle riforme di tali meccanismi, sia come importante forum macroeconomico; la maggior parte delle previsioni a lungo termine conferma la crescita del peso del gruppo BRICS nell’economia mondiale. Anche se l’esistenza di questa alleanza non risolverà di per sé il problema di modernizzazione dell’attuale ordine del mondo, il BRICS può diventare coll’andar del tempo parte integrante di un nuovo meccanismo internazionale che sarà fondato su principi più equi e democratici, uno dei più importanti pilastri per la costruzione di un nuovo ordine del mondo.

 

 

* Il maggiore generale Vagif Aliovsatovich Gusejnov, membro del Comitato Scientifico di “Eurasia”, è direttore dell’Istituto di Analisi e Valutazioni Strategiche di Mosca e caporedattore della rivista russa “Vestnik Analitiki”.

 

 


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