La caduta della “Terza Roma”, la fine della secolare dinastia Romanov in febbraio ed il successivo trionfo del bolscevismo nell’ottobre del 1917 hanno segnato profondamente la storia mondiale e marcato un solco profondo nello Spirito del popolo russo. A cent’anni da quegli avvenimenti, un’analisi filosofico-culturale di ciò che accadde all’interno di quella che prima di tutto è stata, e forse continua ad essere, una comunità politico-spirituale è non solo necessaria, ma consentirebbe finalmente una definitiva demarcazione da racconti e interpretazioni fallaci figlie di interessi specifici o di contrapposizioni geopolitiche che ancora oggi mirano a suggerire un isolamento della Russia che di fatto esiste solo sul piano teorico.

 

Nella postfazione del 1923 al suo libro “Filosofia della Disuguaglianza”, scritto nell’agosto del 1918 in ardente opposizione al potere dei Soviet in Russia, Nikolaj Berdjaev ammette il suo errore nel non aver appreso appieno il significato profondo dell’esperienza rivoluzionaria come catarsi spirituale e religiosa. Lungi dall’ammettere la bontà dell’esperimento rivoluzionario dei Soviet, definito empio e satanico, il filosofo russo riconosce comunque la necessità storica della rivoluzione in sé e la necessità di capire e vivere la rivoluzione spiritualmente e religiosamente. Nella sua analisi non manca di accusare gli stessi reazionari e controrivoluzionari, da cui prende le distanze, colpevoli di aver tratto da essa soltanto risentimento e odio desiderando solo la restaurazione del mondo precedente con tutte quelle menzogne che di fatto hanno infuocato gli animi delle masse rivoluzionarie. Allo stesso tempo dice: “Ha vissuto spiritualmente la rivoluzione solo chi vi ha letto la propria sorte infelice, e la sorte infelice del proprio popolo; chi l’ha recepita come il castigo per i peccati del passato; chi è passato attraverso il pentimento; chi ha riconosciuto non solo la menzogna della rivoluzione ma anche quella prerivoluzionaria; chi si è reso conto della necessità di chiarificare e trasfigurare la vita”1.

Berdjaev, primo fra tutti, ha cercato di dare un’interpretazione filosofico-religiosa all’esperienza rivoluzionaria ponendo hegelianamente la filosofia al di sopra di tutto il resto e trovando le motivazioni culturali della rivoluzione nella frattura venutasi a creare all’interno della comunità russa tra governanti e governati e nel progressivo allontanamento della stessa da quelli che sono stati i suoi principi fondanti. A questo si aggiunge l’enfasi profetica e messianica tipica della cultura russa a cui Berdjaev non fa assolutamente difetto.

La rivoluzione va dunque intesa come la passione del popolo russo resosi colpevole di aver rinnegato o tradito quegli stessi valori, in primo luogo religiosi, su cui la comunità, prima che la nazione, si è costituita.

“Quando in Bisanzio corrotta / si raggelò l’altare del Signore / e rinnegarono il Messia / principi e sacerdoti, popolo e imperatore, / Egli sollevò dall’Oriente / un ignoto popolo straniero / e sotto il severo strumento del fato / si chinò nella polvere la seconda Roma. / Noi non vogliamo trarre ammaestramento / dalla sorte di Bisanzio caduta / e ripetono sempre gli adulatori della Russia: / Tu sei la terza Roma, tu sei la terza Roma! / Sia pure così! Il castigo divino / ha di riserva ancora altri strumenti”.

Così scriveva Vladimir Solov’ev nella sua poesia Panmongolismo, profetizzando ancora una volta il crollo dell’autocrazia zarista, lui che non ebbe modo di vivere l’epoca rivoluzionaria ma che fu capace, alla pari di Konstantin Leont’ev, di individuare le crepe all’interno della comunità lungo le quali lentamente ma inesorabilmente si stavano insinuando idee disgregatrici e pericolose per la sopravvivenza della stessa.

La principale accusa che lo stesso Berdjaev muoverà contro la nuova classe dirigente bolscevica sarà proprio quella di aver importato in Russia idee e principi stranieri estranei alla Russia stessa ed allo Spirito della sua comunità. Una comunità che, come scriveva Leont’ev nel suo fondamentale scritto Bizantinismo e Mondo Slavo si fonda in primo luogo sul cristianesimo ortodosso e sulla monarchia nazionale: “Nello zarismo sono confluiti tre possenti principi: il cesarismo romano, la disciplina cristiana (che insegna la sottomissione al potere), e la concentrazione sulla stirpe imperiale di tutta la forza del nostro principio nazionale, altrimenti debole nella famiglia, nella nobiltà e nella obscina [] La nostra forza, la disciplina, la storia della cultura, la poesia e tutto quel che di vivo è in Russia appare organicamente legato alla nostra monarchia nazionale e benedetta dall’Ortodossia, della quale siamo i naturali eredi e rappresentanti nel mondo. / Il bizantinismo ci ha organizzati, il sistema delle idee bizantine, fondendosi con i nostri semplici e patriarcali principi e il già senile materiale etnico slavo, ha creato la nostra grandezza. Tradendo, anche nei nostri più segreti progetti, questo bizantinismo, causeremo inevitabilmente la caduta della Russia”2.

Se Ortodossia e monarchia nazionale, come afferma Leont’ev, fungono da principi fondanti della comunità russa è evidente che il tradimento capace di sovvertire gli equilibri è avvenuto in primo luogo dall’alto e non dal basso. L’aristocrazia esoterica (l’intellighenzia nazionale) e l’aristocrazia essoterica (il ceto nobiliare), per usare un altro concetto di Berdjaev, prima dei bolscevichi, hanno tradito la Russia introducendo al suo interno idee ostili ai suoi fondamenti politico-spirituali. La fede nel processo di sviluppo e progresso ad esempio, che Solov’ev considerava come un “sintomo della fine”, e che Leont’ev interpretava invece come processi di “mescolanza” e “semplificazione” che avrebbero in qualche modo incancrenito lo Spirito russo come quello di qualsiasi altra nazione.

Una volta compiutosi questo tradimento si è aperta la strada che ha condotto la Russia verso l’abisso rivoluzionario.

Rivoluzione che tuttavia non può essere interpretata in termini assoluti, sia negativi che positivi, ma come ineluttabile destino storico prodotto dalla corruzione dello Spirito.

Se Berdjaev è nel giusto quando sottolinea la necessaria ineluttabilità del processo storico rivoluzionario, sbaglia nell’attribuire a tale processo una natura caotica, sfrenata, senza limiti e irrazionale propria dell’orgia dionisiaca popolare il cui eventuale successo nell’Antica Grecia sul principio apollineo del limite avrebbe condotto questa alla rovina.

Se la natura rivoluzionaria è senza dubbio caotica, e la Rivoluzione Russa non è stata da meno, questa si distingue per la volontà positiva di ristabilire il limite e la misura, seppur in forme nuove, saltate a causa dell’orgia militare-imperialistica della Prima Guerra Mondiale.

Esiste innegabilmente una sorta di continuità nella linea di pensiero che da Pitagora e Platone, nonostante le evidenti differenziazioni, porta ad Hegel ed al suo ingrato discepolo Marx (lo stesso Lenin, seppur nella sua debole preparazione filosofica, fu in grado di riconoscere l’importanza della Scienza della Logica di Hegel nell’elaborazione delle sue tesi). Questa linea di pensiero sin dall’antichità ha sempre teso verso il limite e la misura come principi essenziali dell’armonia comunitaria. Il trionfo dell’assolutismo capitalistico sovverte ovunque i principi del limite e della misura distruggendo questa armonia.

L’errore principale di Berdjaev sta proprio nella sua incapacità di individuare nell’infiltrazione capitalistica l’origine del male. Il suo pensiero, come quello di Leont’ev, è infatti sempre anti-borghese ma mai anti-capitalista. Al contrario di Solov’ev che, ancora una volta, aveva profetizzato correttamente il trionfo futuro del tipo umano omogeneizzante capitalista/massone.

La rivoluzione è dunque l’esito inevitabile del processo disgregatore iniziato col tradimento “dall’alto” dello Spirito russo. Il bolscevismo è solo l’estrema conseguenza in cui le componenti occidentali ed orientali dell’anima russa si fondono in un solo corpo. L’epoca staliniana ristabilisce l’ordine gerarchico, il limite e la misura, ma questa organizzazione rifiuta il principio di derivazione divina del potere e per quanto “tradizionalmente” autocratica in continuità col passato zarista rappresenta una rottura brutale con i fondamenti ontologico-spirituali della comunità russa.

La rivoluzione rovescia il tema del ritardo estremo della Russia in potenziale avanzamento rispetto agli altri Stati europei. Essa mantiene il carattere messianico-escatologico tipico della cultura russa e per certi versi traccia i contorni di una “via russa” come singolare percorso di accesso all’universale.

La natura materialistica del marxismo-leninismo è tuttavia percepita, dai filosofi come Berdjaev, come un corpo estraneo che violenta lo Spirito russo. In primo luogo perché essa nega i fondamenti spirituali della vita e sovrappone al Regno di Dio il regno terreno delle masse. E non si può scindere la Russia dall’Ortodossia. La Russia dopo tutto è l’unico paese che confina con Dio, diceva il poeta tedesco Rainer Maria Rilke.

Il trauma rivoluzionario è comunque inevitabile e rappresenta la somatizzazione di problemi intrinsechi allo Spirito russo per secoli tormentato e combattuto tra istinti isolazionisti slavofili e improvvise aperture all’Occidente come avvenne sotto Pietro il Grande.  

Castigo divino o necessaria catarsi spirituale, la rivoluzione ha rappresentato  una sorta di lungo Venerdì Santo speculativo dello Spirito russo. L’ignominioso crollo dell’Unione Sovietica (il prodotto dello ristabilimento staliniano dell’ordine gerarchico dello Stato) ha rappresentato la tappa finale della passione dello spirito russo, sancendone la definitiva morte.

Non c’è dubbio infatti che l’era Eltsin, peggio dello stesso giogo tartaro o della disonorevole resa contro la Germania nella Prima Guerra Mondiale, abbia rappresentato il momento più basso nella storia della Russia.

Ad oggi la Pasqua speculativa dello Spirito russo, ed il definitivo ricongiungimento di Esso con la sua comunità, sembra ancora lontana da venire. Ciò nonostante assistiamo comunque al rinnovato protagonismo della potenza russa in ambito internazionale che ha ridato vigore agli studi geopolitici, ed al rinnovato impegno del suo governo a ridare quella credibilità culturale e intellettuale che la nazione da troppo tempo aveva perduto.


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  1. Nikolaj Berdjaev, Lettere ai miei nemici. Filosofia della disuguaglianza, La Casa di Matriona, Milano 2014, p. 296.
  2. Konstantin Leont’ev, Bizantinismo e mondo slavo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1987, p. 51.
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).