Claudio Mutti
Imperium. Epifanie dell’idea di impero
Prefazione di Tiberio Graziani
Effepi, Genova 2005


Prefazione

L’impero è, secondo la generalità degli studiosi di scienze politiche ed in particolare di quelli di geopolitica, una costruzione politica di difficile e complessa definizione. I tratti del “più grande corpo politico conosciuto dall’uomo [1]” che maggiormente colpiscono l’osservatore sono, senza dubbio, quelli relativi alle sue caratteristiche fisiche; in primo luogo la grande estensione territoriale (il gigantismo imperiale), la varietà dei climi e l’eterogeneità del paesaggio geografico. Ulteriori segni distintivi che contribuiscono a definire la fisionomia dell’impero, quale unità geopolitica, sono la plurietnicità, l’autosufficienza economica ed un potere politico e militare coeso.

I caratteri sopra riportati, tuttavia, non riescono a descrivere pienamente l’impero. Infatti esistono nazioni, stati federati o confederazioni di stati che pur presentando questi stessi elementi, impero non sono. A tal riguardo Philippe Richardot, nel suo Les grands Empires. Histoire et géopolitique [2], riporta il caso del Brasile, del Canada e dell’Unione indiana, cui potremmo aggiungere quello degli Stati Uniti d’America, della Russia e in una certa misura anche quello della Confederazione degli Stati Indipendenti. Questi moderni sistemi politici si estendono su ampie superfici, sono plurietnici, posseggono le condizioni per essere economicamente autosufficienti, ma certamente non sono classificabili, oggi, come imperi. Condividono però con l’impero simili problemi strategici, in particolare quelli connessi con la difesa delle frontiere e la diluizione della potenza militare.
Se dal piano meramente descrittivo si passa a quello più speculativo, analitico, cercando di individuare la dinamica che anima e sostiene questa particolare unità geopolitica, anche il modello oggi accademicamente più accreditato, quello espresso dalle coppie “centro-periferia” e “dominatori-dominati” [3], che il Richardot giudica determinista, ma seducente per la sua forza semplificatrice, non sembra essere appropriato per dare una definizione o spiegazione dell’impero. I casi riportati dal già citato Richardot che rendono inefficace l’applicazione di questo modello, relativamente alla comprensione dell’impero, sono quelli classici dell’Impero di Alessandro Magno, dell’Impero romano e di quello russo. L’Impero di Alessandro sopravvive alla morte del suo fondatore, spostando il suo centro nell’Egitto dei Tolomei, dunque in una regione periferica dell’edificio realizzato dal Macedone; Roma, a partire dal III secolo d. C., non ha più una sede centrale certa, ma itinerante. Infatti, come osserva Richardot, dal 284 al 305 non c’è più centro né periferia, essendo l’Impero decentralizzato in quattro regioni militari. In seguito Bisanzio, ribattezzata nel 330 Costantinopoli, diventa la seconda capitale dell’Impero, fino a tramutarsi, nel 1453, da città periferica dell’antico impero romano in centro d’irradiazione del sistema imperiale ottomano.
Un altro caso in cui il modello “centro-periferia” non ci aiuta nella comprensione della costruzione e nel mantenimento dell’ecumene imperiale è fornito dall’impero russo, sia che la sua origine venga fatta risalire alla Rus’ di Kiev, la capitale della odierna Ucraina, che propriamente significa Marca, cioè… periferia, sia che esso venga presentato come un lascito dell’antico impero “nomade” di Gengis Khan [4].

L’impero non è dunque definibile per il suo gigantismo territoriale, né per la eterogeneità etnica e culturale, né per un centro geografico definito e la sua correlata periferia. La definizione di tale entità geopolitica va trovata, quindi, altrove. Il termine latino imperium esprime l’esercizio dell’autorità di un capo militare, ma l’impero, quale entità geopolitica concreta, sebbene fondi, nella generalità dei casi, il proprio potere sul ceto militare, non sempre segue logiche militari o esclusivamente di potenza, come sostenuto, nella prima metà dell’Ottocento, da Leopold von Ranke (Die Grossen Machte).

Ciò che contraddistingue e qualifica l’impero rispetto alle altre costruzioni politiche, o più precisamente geopolitiche, sembra essere invece la funzione equilibratrice che esso tende ad esercitare nello spazio che lo delimita.
Ogni costruzione imperiale persegue infatti l’obiettivo di regolare i rapporti tra le nazioni, i popoli e le etnie che concretamente la costituiscono, in modo tale che le singole particolarità e specificità non siano compromesse l’una a discapito dell’altra, ma al contrario siano salvaguardate e “protette”, in particolare laddove le modeste dimensioni o la scarsa forza militare o economica di una data specificità pongano la stessa in condizioni tali da essere fagocitata e distrutta dai suoi nemici. L’impero assolve tale compito in uno spazio circoscritto e continuo, e la continuità spaziale è certamente un suo tratto distintivo.
La funzione regolatrice assolta dall’impero trova la propria ragion d’essere, oltre che nella coscienza del comune spazio abitato, soprattutto nella comune visione spirituale, seppur variamente intesa ed espressa nelle culture delle differenti popolazioni dell’impero. Ogni edificio imperiale infatti esprime una unità spirituale che, pur veicolata secondo forme particolari, fa sempre riferimento ad un unico sistema di valori. Ad esempio, il macedone Alessandro che si proclama Re dei Re ed erede dell’impero persiano degli Achemenidi, o il Sultano Mehmet II che, appena conquistata Costantinopoli, si fregia del titolo di Qaysar-i Rum, Cesare romano, testimoniano per questo unico sistema di valori di cui ora essi sono i protettori, i garanti e, soprattutto, i continuatori.

È proprio a tale unità spirituale, espressa storicamente nella realizzazione di entità geopolitiche imperiali o nella tendenza a costituirle, che i saggi di Claudio Mutti qui raccolti rivolgono la loro attenzione. Una unità che le varie scuole storiografiche razionalistiche hanno contribuito a celare e frammentare a seconda del riduzionismo, generalmente di radice illuministica, che le ha contraddistinte.
In particolare, quel che viene messo in evidenza nei vari saggi di Mutti è la continuità del mito (o idea) dell’Impero nelle vicende dello spazio eurasiatico, continuità assicurata nella realtà storica da protagonisti di diversa cultura o etnia e dalla loro esplicita volontà di unificare l’Oriente e l’Occidente, cioè l’Asia e l’Europa, quasi volessero, con tale affermazione eroica, rivendicare una unità che il divenire storico (l’entropia o il disordine della manifestazione storica) aveva lacerato. Parallelamente alla funzione regolatrice ed in conformità con essa, l’Impero ne esplica dunque anche un’altra, che potremmo definire “religiosa” nel suo significato etimologico e più profondo: quella che appunto consiste nel “riunire” entro il limes di uno stesso spazio quelle componenti, materiali e spirituali, che contribuiscono a qualificarlo come una coerente, armonica ed organica unità geopolitica. Da questa prospettiva la fase “espansiva” dell’Impero, lungi dal ridursi ad un mero espansionismo territoriale, motivato soltanto dalle preoccupazioni materiali connesse ad ogni politica di potenza, riproduce sul piano storico una necessità d’ordine metafisico, dottrinale, cioè il riassorbimento in un ordine superiore, in questo caso generalmente sopranazionale, delle incomplete, separate ed antagoniste realtà geopolitiche. La realizzazione storica dell’edificio imperiale è pertanto la riproposizione, nel dominio politico-sociale, del kosmos in opposizione al chaos del divenire storico.

L’impero, quindi, oltre ad essere “il più grande corpo politico conosciuto dall’uomo” è, essenzialmente, la più alta sintesi geopolitica conosciuta dall’umanità intera.

La continuità dell’idea dell’Impero e la sottesa unità spirituale, che Mutti sottolinea con scrupolosità scientifica, ora trattando della funzione storica e metastorica di figure imperiali quali quelle di Giuliano l’”Imperatore”, di Federico “il Sultano battezzato” o di Attila “il Servo di Dio”, ora evidenziando il significato politico e culturale dell‘Impero “romano turco-musulmano”, ora rilevando nel linguaggio simbolico dell’Antelami temi e argomenti che, in ambiti culturali lontani, ripropongono lo stesso sistema di valori, rafforzano – sul piano della storia interpretata come tentativo di realizzare unità imperiali – l’ipotesi già enunciata nel secolo scorso dal tibetologo Giuseppe Tucci in relazione alla scoperta dell’“unità spirituale eurasiatica”: sintagma che esprime, in parte, ciò che in termini tradizionali è meglio traducibile come “unità essenziale delle tradizioni”.

Anche un etnologo ed antropologo di scuola sociologica come Marcel Mauss riconosceva d’altronde, ed è significativo che a ricordarcelo sia un geopolitico, il francese François Thual, che “dalla Corea alla Bretagna esiste una unica storia, quella del continente eurasiatico” [5]. Questa unica storia che si dipana nel paesaggio eurasiatico è la storia antica ed attuale degli sforzi imperiali per unificare il continente.
In chiusura di un testo [6] che non compare in questa raccolta, ma che ne sarebbe un utile e prezioso corollario, il nostro Autore, a proposito di Alessandro il Bicorne, unificatore dell’Europa e dell’Asia, campione dell’idea imperiale, e dunque, potremmo dire, eurasiatista ante litteram, scrive: “la sua figura si colloca sullo sfondo dello spazio eurasiatico, che costituisce non solo lo scenario storico, ma la proiezione spaziale stessa corrispondente all’idea di Impero”.

Unità spirituale eurasiatica e idea dell’Impero sono dunque indissolubilmente legate; un legame che Imperium di Mutti ha il lodevole merito di riproporre alla nostra attenzione, in un momento storico particolare, quello che vede la nostra più grande patria, l’Eurasia, aggredita dalle potenze talassocratiche d’Oltreoceano. Certamente questo libro non passerà inosservato.

Tiberio Graziani

Note
1. Philippe Richardot, Les grandes empires. Histoire et géopolitique, Ellipses. Edition marketing, Paris 2003, p.5.
2. Philippe Richardot, op.cit., p. 5 e seguenti.
3. Samir Amin, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Einaudi, Torino 1973.
4. N. S. Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, in corso di pubblicazione per le Edizioni Barbarossa, Milano. Vedi anche, dello stesso autore, Il problema ucraino, in “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitica”, a. II, n. 2, aprile-giugno 2005.
5. François Thual, Une entreprise de résistance, prefazione a Pierre Biarnés, Pour l’Empire du monde, Ellipses. Edition marketing, Paris 2003, p. 7.
6. Claudio Mutti, Ulisse, Alessandro e l’Eurasia, www.eurasia-rivista.org.

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