“Tu populos urbesque et regna ingentia finis:
Omnis erit sine te litigiosus ager”.
(Ovidio, Fasti, II, 659-660)

 

Dopo aver percorso l’Europa alla ricerca delle vacche di Gerione, Eracle giunse nell’Iberia meridionale, a Tartesso, dove il Beti (l’odierno Guadalquivir) sfocia nell’Atlantico ed ivi collocò, a memoria del suo passaggio, “due colonne, una di fronte all’altra, ai confini dell’Europa e della Libia (epì tôn hóron Európes kaì Libýes)”1. Rievocando l’ultimo viaggio di Ulisse, Dante confermerà la santità dei “riguardi” collocati dall’Eroe sul limite occidentale del Mediterraneo “acciò che l’uom più oltre non si metta”2.

Con una drammatica affermazione della santità dei confini ha inizio anche la storia sacra di Roma: il fondatore della Città punisce con la morte il fratello che ha violato il perimetro della Roma Quadrata. “Mentre Romolo – racconta Plutarco – stava scavando il fossato con cui aveva intenzione di circondare le mura (teîchos), Remo derideva alcuni dei suoi lavori e cercava di intralciarne altri. Varcandolo infine d’un salto, in quel punto egli cadde, abbattuto secondo alcuni da Romolo stesso, secondo altri da un suo compagno, Celere”3. Tito Livio riferisce la minaccia di Romolo: “Così, d’ora in poi, perisca chiunque altro varcherà le mie mura!”4.

L’episodio fondante del ciclo romano illustra nel migliore dei modi l’affermazione di Carl Schmitt secondo cui il nómos “può essere definito come un muro, poiché anche il muro si basa su localizzazioni sacrali”5, cosicché la terra, “detta nel linguaggio mitico la madre del diritto (…) reca sul proprio saldo suolo recinzioni e delimitazioni, pietre di confine, mura, case e altri edifici. Qui divengono palesi gli ordinamenti e le localizzazioni della convivenza umana”6.

Murus sanctus è espressione scelta dal Benveniste per esemplificare l’originario concetto di sanctum: da sancire, che significa rendere inviolabile una cosa “mettendola sotto la protezione degli dèi, richiamando sull’eventuale violatore il castigo divino”7. Stabilisce infatti il Digesto che “è santo tutto ciò che è difeso e protetto dall’ingiuria degli uomini”8.

Alla fine del periodo regio, quando Tarquinio il Superbo volle sgombrare il Campidoglio dagli altri santuari per erigervi un tempio alla Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva), tutti gli dèi che avevano sede sul colle accettarono di ritirarsi, tranne due: Juventas e Terminus9. Se ne dedusse che il popolo romano non sarebbe mai invecchiato e che le sue frontiere non sarebbero mai state violate.

Poco cambia anche se precisiamo che nei tempi più antichi non è attestato il culto di un dio chiamato Terminus, ma soltanto l’inviolabilità delle pietre consacrate a Juppiter Terminalis, le quali delimitavano le proprietà agricole. Infatti, in base ad una legge di Numa Pompilio (che istituì la festa dei Terminalia fissandola al 23 di Febbraio, mese con cui terminava l’anno nell’antico calendario), chiunque avesse rimosso o spostato le pietre terminali doveva esser dichiarato sacer, ossia “carico di una colpa incancellabile, (…) maledetto, (…) che suscita l’orrore”10 e quindi poteva essere impunemente ucciso. Che alla violazione della santità dei confini conseguisse la dichiarazione di sacertà del reo (sacratio capitis et bonorum) è d’altronde confermato da una legge riportata da Festo: “Colui che, arando, abbia sconfinato nel terreno altrui sia immolato, lui e i suoi buoi” (“eum, qui terminum exarasset, et ipsum et boves sacros esse”).

Ora, essendo inverosimile che sul Campidoglio esistesse una proprietà privata, non è logico supporre che vi fosse un culto di Termine anteriore a quello di Giove. Tuttavia, obietta Dumézil, “questo argomento vale soltanto contro la leggenda degli dèi ostinati, non contro un’antica affinità tra la pietra terminale e Giove, documentata da un’iscrizione dell’ager Ravennas che, unico esempio fino ad oggi, chiama il dio ‘Juppiter Ter.’ (CIL. XI, 351)”11, ossia Juppiter Terminus.

Attraverso la comparazione dei materiali indoiranici, Dumézil mostra come il nome Terminus, prima di essere applicato ad una divinità autonoma e particolare, corrispondesse ad una caratteristica qualità del dio sovrano adorato dai popoli indoeuropei: quella di supremo tutore dei limiti territoriali.

È la stessa funzione che il rito dei Fratres Arvales riconosce a Marte in quanto protettore delle messi e dell’abitato agricolo, esortandolo a prender posto sulla “soglia” (limen sali) dell’ager Romanus ed a restarci (sta ber ber), per proteggere la terra da ogni calamità.

Limen proviene dalla stessa radice di limus, -a, -um (“obliquo, trasversale”), dalla quale trae origine anche limes. Il limes era in origine una linea divisoria tracciata fra le porzioni di terreno assegnate ai coloni; e siccome “tali linee, tra lotto e lotto, erano segnate da strade, limes passò ad esprimere questo significato, che poi fondamentalmente mantenne sempre, quando anche il suo valore si allargò a indicare più precisamente una strada militare, fortificata, anzi l’insieme stesso delle fortificazioni distese ai confini dell’impero (limes imperii), là dove questi non erano segnati dal mare o da un fiume, cioè da una ripa12.

Gli elementi di fortificazione del limes imperiale romano (muri, fossati, fortezze ecc.), la Grande Muraglia cinese, i ribât costruiti lungo le frontiere del Maghreb avevano uno scopo sostanzialmente identico: garantire la sicurezza dei confini, il senso dei quali consisteva nel separare un cosmo consacrato, ordinato e civile da uno spazio profano, caotico e barbaro.

Alla struttura rappresentata dalla muraglia, in particolare, il simbolismo tradizionale ha assegnato un significato specifico: “una muraglia costituisce insieme una protezione ed una limitazione; in un certo senso si potrebbe perciò dire che essa ha dei vantaggi e degli inconvenienti; sennonché, se si tiene presente che essa è essenzialmente destinata ad assicurare la difesa contro gli attacchi provenienti dal basso, i vantaggi hanno di gran lunga il peso maggiore, e tutto sommato è molto meglio, per quel che si trova racchiuso nel recinto di cui si tratta, esser limitato dalla parte inferiore, che essere incessantemente esposto alle devastazioni del nemico, se non addirittura a una distruzione più o meno completa”13. Il caso paradigmatico è quello del baluardo catecontico che Alessandro Magno, il Bicorne della ierostoria coranica, fece erigere per frenare gli assalti delle orde devastatrici di Gog e Magog, le quali, nel contesto apocalittico che precederà la parusia anticristica, abbatteranno la muraglia e dilagheranno nel nostro mondo.

Nel quadro del diritto internazionale moderno il concetto di confine corrisponde ad una linea ideale che delimita l’estensione di un territorio o la sovranità di uno Stato, segnando il termine spaziale entro cui quest’ultimo ha la possibilità legale di applicare le proprie leggi. Un confine è naturale se “coincide con un vistoso elemento della geografia fisica o ad esso si appoggia: linea di costa marittima, catena o sistema montuoso, gruppo di colline e rilievi, deserto, fiume, lago, paludi, foreste”14; è artificiale allorché, in mancanza di ostacoli naturali da utilizzare come linee confinarie, “gli uomini costruiscono opere, sulle quali collocare il limite politico”15. Fatto importante, i confini non implicano più un’esclusione, ma piuttosto “un reciproco riconoscimento di diritto internazionale, soprattutto il riconoscimento del fatto che il suolo del vicino, al di là del confine, non è senza padroni”16.

Nella fase postmoderna, confine diventa una delle “parole per molti versi ormai impronunciabili, come popolo, patria”17 ed altre. D’altronde, i confini diventano permeabili e porosi e il crollo del Muro di Berlino inaugura il processo di globalizzazione. Così, con la scomparsa del sistema sovietico, anche il patetico doppio quinario di Bandiera rossa (“Non più nemici, non più frontiere”) si trasforma nella più aggiornata parola d’ordine anglofona del mondialismo, che della globalizzazione è l’espressione ideologica: “No borders”. Tutto è ormai “senza frontiere”, non soltanto i giochi; non soltanto le banche e multinazionali, ma anche i medici, i giornalisti… Per citare la boutade di Régis Debray: “Ben presto, avremo anche i doganieri senza frontiere”18.

Se il senso profondo del confine territoriale consiste nei concetti di limite e di misura, che fin dalle proprie origini la civiltà europea ha proclamati come fondamentali e imprescindibili enunciando il precetto delfico “Nulla di troppo” (Medèn ágan), il rifiuto mondialista dei confini traduce in termini ideologici quell’impulso tracotante di empia dismisura (hýbris) che, dice Eraclito, “occorre estinguere ancor più che il divampare di un incendio”19.


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  1. Apollodoro, II, 5, 10.
  2. XXVI, 109.
  3. Plutarco, Vita Romuli, X, 1.
  4. Sic, deinde, quicumque alius transiliet moenia mea” (Liv., I, 7, 2).
  5. C. Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi, Milano 1991, p. 59.
  6. C. Schmitt, op. cit., p. 19.
  7. E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, Torino 1976, II, p. 428.
  8. Sanctum est quod ab iniuria hominum defensum atque munitum est” (Digest. I, 8, 8).
  9. Dion. Hal., II, 74. “Juventas Terminusque maximo gaudio patrum vestrorum moveri se non passi” (Liv., V, 54, 7; cfr. I, 55, 3 s.). “nempe deorum – Cuncta Jovi cessit turba, locumque dedit. – Terminus, ut veteres memorant, inventus in aede, – Restitit et magno cum Jove templa tenet” (Ov., Fasti, II, 667-670).
  10. E. Benveniste, op. cit., II, p. 426.
  11. G. Dumézil, La religione romana arcaica, Rizzoli, Milano 1977, p. 186.
  12. W. Kubitschek, Limes, in Enciclopedia Italiana, 1934.
  13. R. Guénon, Il Regno della quantità e i segni dei Tempi, Edizioni Studi Tradizionali, Torino 1969, p. 209.
  14. G. Ferro, Fondamenti di geografia politica e geopolitica, Giuffrè, Milano 1994, p. 153.
  15. G. Ferro, op. cit., p. 164.
  16. C. Schmitt, op. cit., p. 33.
  17. C. Resta, 10 tesi di geofilosofia, in: AA. VV., Appartenenza e località: l’uomo e il territorio, a cura di L. Bonesio, SEB, Milano 1996, p. 15.
  18. Aussi tout ce qui a pignon sur rue dans notre petit cap de l’Asie – reporters, médecins, footballeurs, banquiers, clowns, coaches, avocats d’affaires et vétérinaires – arbore-t-il l’étiquette ‘sans frontières’. (…) Douaniers sans frontières, c’est pour demain” (Régis Debray, Eloge des frontières, Gallimard, Paris 2012, pp. 11-12).
  19. hýbrin chrè sbennýnai mâllon è pyrkaïén” (22B43 Diels-Kranz).
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).