Chi pensa soltanto in termini di meri vantaggi economici, come nel periodo romano fecero i Cartaginesi e come oggi in ben più alta misura lo fanno gli Americani, non può nemmeno pensare da puro uomo politico.

(Oswald Spengler)

 

Proveniva dalla penisola arabica e dal Sinai quel popolo verosimilmente semitico che nel III millennio a. C. diede il nome di Canaan (accadico Kinahu o Kinanu) alla fascia costiera che si estende sugli odierni Libano e Palestina. I Cananei seppero sfruttare le scarse risorse offerte da quel territorio, coltivandovi il grano, la vite, il fico, la palma da dattero, il melograno; ma l’esuberanza demografica li indusse a rivolgersi al mare e a commerciare sia materie prime sia manufatti artigianali quali gioielli, avori, coppe, sigilli, ornamenti, amuleti, collane di pasta di vetro. In particolare esportavano stoffe di un caratteristico colore viola-rossastro, ottenuto mediante un laboriosissimo processo di tintura che utilizzava la porpora: un succo proveniente da un mollusco, il murice, molto diffuso sulla costa libanese. Dal nome greco di questa tinta, φοῖνιξ, derivò l’etnonimo greco Φοίνιϰες; di qui le versioni latinizzate Phoenices e Poeni, con cui i Romani indicavano rispettivamente, distinguendoli, i Fenici dell’Oriente e quelli dell’Occidente.

I Fenici furono geniali architetti: a loro Salomone dovette fare ricorso per edificare il Tempio di Gerusalemme. Ma il maggior contributo che essi diedero alla civiltà umana fu l’alfabeto: furono loro, probabilmente, a inventare quel sistema grafico che, adattato con alcune modifiche, diede luogo alla scrittura alfabetica greca e quindi a quella latina. Furono anche i migliori esploratori del mondo antico, in quanto per primi si avventurarono sui mari, orientandosi per mezzo della Stella Polare, la “stella fenicia”; varcarono per primi le Colonne d’Ercole, raggiunsero le isole britanniche, circumnavigarono l’Africa doppiando il Capo di Buona Speranza. Istituirono fondachi, stazioni di rifornimento ed anche colonie in tutto il Mediterraneo: a Cipro, a Rodi, a Creta, nelle Sporadi, nelle Cicladi, a Malta, sulle coste del Nordafrica e della Spagna. Inizialmente “i Fenici andarono in occidente come commercianti, non come veri colonizzatori. La penetrazione degli Ebrei nella Terra Promessa aveva portato a un sovraffollamento e aveva spinto almeno parte dei Cananiti a rifugiarsi dai loro cugini della costa, ma questo soprannumero non poteva essere sufficiente per popolare le numerose colonie di cui parlano tante fonti antiche. Dobbiamo, quindi, ritenere piuttosto che la maggior parte dei primi stanziamenti fenici, specialmente in occidente – all’infuori di alcune località chiave come Utica, Cartagine e Gades – fossero poco più che luoghi di rifugio per le navi dove queste si potessero fermare dopo un giorno di navigazione: infatti, le località venivano scelte a giusta distanza una dall’altra”1.

Il primo insediamento fenicio nella regione che gli antichi chiamavano Africa fu Utica, fondata nel 1101. Circa tre secoli dopo, presumibilmente tra l’817 e l’814, un gruppo di coloni emigrò da Tiro al seguito di una regina spodestata di nome Elissa e fondò Cartagine. La nuova città sorse in un luogo particolarmente felice: su una piccola lingua di terra in mezzo al golfo di Tunisi, nell’insenatura incavata a nord-ovest di quella sporgenza della costa africana che, protendendosi verso la Sicilia, controlla il transito dal Mediterraneo orientale a quello occidentale, nonché il passaggio dalla Sicilia all’Africa. Questa vantaggiosa posizione geografica, oltre a proteggere Cartagine dal lato della terraferma e da quello del mare, le offriva facile approdo alla Sicilia, alla Sardegna e all’Italia, garantendole il controllo di importantissimi punti strategici. In tal modo Cartagine era candidata al dominio del Mediterraneo.

Cartagine conobbe un rapido sviluppo; monopolizzando i traffici con l’Africa, con la Spagna e con le regioni atlantiche, creando un sistema di presidi militari e di porti, fondando numerose colonie in Sicilia (Mozia, Lilibeo, Erice, Palermo), a Pantelleria, a Malta, in Sardegna (Cagliari, Sulcis, Tharros)2, sulle Baleari (Ibiza), sulle coste iberiche (Malaga, Cartagena), annettendosi varie località dell’Africa (Biserta ecc.), la nuova città impose la propria egemonia sul Mediterraneo occidentale.

Fin dalla seconda metà dell’VIII secolo Cartagine era stata in grado di contrastare l’espansione dei Greci, dei quali sottomise le colonie vicine al suo territorio. Nel 600 cercò di impedire ai Focesi la fondazione di Massalia (Marsiglia), finché, alleatasi con gli Etruschi, nel 535 li sconfisse nelle acque di Alalia (Aleria), chiudendo così la Corsica e la Sardegna alla penetrazione greca. Priva di un proprio dominio sulla terraferma, Cartagine gettava così le basi di un’autentica talassocrazia: “simile in questo a Venezia, che già dominava sui mari mentre non teneva ancora signoria su Padova o su Verona, aveva assai da prima iniziato per mare la sua politica d’impero”3. Nel 480 i Cartaginesi tentarono di sottomettere le colonie greche in Sicilia; ma, sconfitti, dai tiranni di Siracusa e di Agrigento, furono costretti ad arroccarsi sulla punta occidentale dell’isola. Approfittando poi della guerra del Peloponneso, riuscirono a impadronirsi di Agrigento (406 a. C.) e di altre città greche.

Così, quando Roma, ormai padrona della penisola italica, si affaccia sulla scena mediterranea e Cartagine è al culmine della sua potenza, sarà la Sicilia il teatro naturale dello scontro.

Roma e Cartagine infatti “si trovano ad occupare due punti di uno stesso centro predestinato a raccogliere in eredità la direzione della civiltà mediterranea, due punti geograficamente opposti: “Litora litoribus contraria, fluctibus undas – imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque4. Ma i versi dell’Eneide non rappresentano semplicemente una contrapposizione geografica e militare: essi sintetizzano il senso di quel duello per la vita o per la morte nel quale si scontrarono la giovane Kultur di Roma e la decadente Zivilisation di Cartagine. Quelle parole sono infatti parte della tremenda maledizione attribuita da Virgilio a Didone morente, la quale preannuncia le guerre puniche ed evoca l’ombra minacciosa di un Vendicatore che, animato da un odio inestinguibile, dovrà perseguitare col ferro e col fuoco i discendenti di Enea5. Con un tale procedimento mitopoietico, il cantore dell’Impero inseriva nel contesto ierostorico un episodio in cui si chiariva la sensazione oscura che dopo il disastro di Canne aveva accompagnato, nell’anima dei Romani, la memoria della guerra annibalica: la sensazione che sull’Italia si fossero scatenate forze tenebrose e malefiche.

Da un punto di vista storico, l’episodio dell’autoimmolazione di Didone presenta una stretta connessione coi sacrifici umani eseguiti nel tofet6 di Cartagine, il recinto sacro in cui furono bruciate migliaia di bambini, offerti come vittime olocauste alla dea Tanit “Faccia di Baal” (Pene Baal) e al suo paredro Baal Hammon: due figure divine che, essendo pressoché ignote all’Oriente semitico7, sembrerebbero testimoniare una involuzione particolare della religione cartaginese rispetto alla tradizione fenicia.  I dati più ampi relativi ai tofet dell’Occidente punico provengono infatti da Salammbô, un’area situata nelle immediate vicinanze del porto rettangolare di Cartagine, dove Didone sarebbe sbarcata e poi morta. Qui “dall’VIII secolo, e in strati successivi per tutta la vita di Cartagine punica, migliaia di urne con ceneri e ossa di fanciulli (…) si trovano deposte nel tofet, dando chiara conferma del rito che conosciamo dalla tradizione biblica”8.

Certo, era questo l’aspetto più sinistro e inquietante della civiltà cartaginese, tale da costituire un motivo di orrore e di abominio per Greci e Romani, i quali ebbero d’altronde ben chiara la consapevolezza del “profondo abisso”9 che li separava da Cartagine. Ma anche da un esame più generale e più completo della realtà cartaginese si ricava inevitabilmente l’immagine di una cultura infeconda e materialistica, lontanissima dallo spirito luminoso che animava la vita della Grecia e di Roma. In ciò hanno concordato gli esponenti degli orientamenti più diversi: non solo “distruttori della Ragione” come Houston S. Chamberlain, per il quale “la sterilità spirituale di questo popolo è terrificante”10, o come Oswald Spengler, che riconosce ai Cartaginesi, “finiti e irrigiditi in tutto quanto è arte e religione”11, unicamente una superiorità affaristica; ma anche un cattolico antifascista come Gaetano De Sanctis, che vede in Cartagine il “peso morto”12 della civiltà antica. Valutazioni, queste, che potrebbero apparire impietose e riduttive, se a confermarle non fosse lo stesso Sabatino Moscati: “Nell’insieme, peraltro, Cartagine non ci offre nulla di comparabile al complesso e organico sistema dell’educazione greca. Civiltà tipicamente mercantile, essa istruì i propri cittadini alle funzioni della navigazione e del commercio nei limiti e con i criteri pratici che le esigenze richiedevano di volta in volta. Mancò, insomma, non solo la sostanza, ma anche l’ideale di un’educazione umanistica”13.

Per quanto concerne il sistema politico cartaginese, al di là delle diverse classificazioni che troviamo in Aristotele e in Polibio14, nel periodo delle guerre puniche esso presentava le caratteristiche di una timocrazia, ovvero di un’oligarchia plutocratica: “un regime capitalista che comprendeva da una parte la massa dei nullatenenti che viveva alla giornata (le popolazioni sottomesse delle campagne erano trattate come mandrie di schiavi privi d’ogni diritto), dall’altra commercianti all’ingrosso, proprietari di piantagioni e funzionari che disprezzavano i loro amministrati”15. Nel III secolo il senato di Cartagine raccoglieva gli esponenti delle famiglie più ricche, mentre gli alti magistrati si davano agli affari e detenevano il monopolio del grande commercio marittimo.

In tal modo la prosperità economica consentiva alla città di sostenere le guerre con un esercito che era composto, oltre che di elementi arruolati nelle zone costiere, di un gran numero di mercenari ingaggiati mediante contratto. Su tale caratteristica dell’esercito punico si sofferma Polibio, nel quadro di un esame comparativo dell’organizzazione militare di Cartagine e di Roma che rimanda al contrasto di Mare e di Terra: “(…) nelle forze marittime sono superiori i Cartaginesi, che per tradizione esercitano fin dall’antichità la marineria e nella pratica navale sono i più abili fra tutti gli uomini, nelle forze di fanteria i Romani sono invece di gran lunga superiori ai Cartaginesi; essi infatti dedicano alle forze di fanteria ogni loro cura mentre i Cartaginesi non tengono in alcun conto la fanteria e in piccola considerazione cavalleria. Ciò avviene perché essi usano forze straniere e mercenarie, mentre i Romani si servono di forze italiche e cittadine. La loro costituzione è dunque superiore a quella cartaginese, in quanto questa ripone le sue speranze di libertà nel coraggio dei mercenari, mentre i Romani confidano nel proprio valore e nell’aiuto degli alleati. Accade quindi che anche se da principio vengono sconfitti, i Romani alla fine riescono vittoriosi, mentre ai Cartaginesi accade il contrario. I primi infatti combattendo per la patria e per i figli non possono perdersi d’animo, ma resistono con coraggio fino a quando non abbiano vinto gli avversari. Inoltre pur essendo di gran lunga inferiori nella pratica marittima, come ho detto sopra, i Romani riescono nell’insieme superiori grazie al valore dei loro uomini; benché infatti nelle battaglie navali abbia molta importanza l’esperienza marinara, tuttavia il valore dei soldati imbarcati sulle navi finisce col prevalere”16.  

Sono noti i fatti che diedero l’avvio alla prima guerra punica: i Romani, temendo che i Cartaginesi bloccassero lo stretto di Messina, impedissero le comunicazioni di Roma con lo Ionio e l’Adriatico e includessero la Sicilia nel loro spazio commerciale, accolsero la richiesta dei Mamertini, che si erano installati sullo stretto, di essere ammessi a far parte della Lega italica. Il conflitto scoppiò dunque allorché il progetto politico di Roma (il dominio sull’Italia) venne a cozzare con gli interessi economici di Cartagine (il monopolio dei traffici nel Mediterraneo occidentale). I Romani uscivano così dall’orizzonte della politica italica e della guerra terrestre ed ampliavano il loro raggio d’azione. “La conquista della Sicilia introduce nella politica romana la concezione della posizione geografica come elemento di sicurezza”17: la Sardegna e la Corsica furono tolte a Cartagine, l’Italia settentrionale fu annessa a Roma, la costa orientale dell’Adriatico venne occupata.

Costringere Roma a ritirarsi dai territori dei socii, sia a nord sia a sud, e riportarla entro i confini precedenti le guerre sannitiche: questo il piano di Annibale. “Il suo sogno di soldato fu tutt’uno, allora, col suo sogno di politico: ridurre Roma ad una potenza limitata all’Italia o, se possibile, all’Italia centrale; ritornare al trattato del 306, o ancor più indietro, se possibile”18.  Per indurre alla ribellione le popolazioni sottomesse a Roma (Greci, Etruschi, Galli, Sanniti), Annibale dovette invadere l’Italia: e furono il Ticino, la Trebbia, il Trasimeno. E Canne! Ma anche la seconda guerra punica doveva terminare con la vittoria romana. Conquistata la Spagna, Scipione chiese di recarsi in Africa, dove Annibale fu costretto a raggiungerlo per affrontarlo. E fu Zama. “Il memorabile esito della guerra significava il trionfo del principio politico dei Romani – determinato dalla dedizione dei cittadini e degli alleati al bene comune – sul concetto cartaginese di stato e di impero, che era sì un’imponente creazione commerciale, ma che non mobilitava le più profonde forze degli uomini”19. Il piano di Annibale – l’unificazione del Mediterraneo occidentale sotto l’egemonia talassocratica di Cartagine – fallì; ma l’Occidente mediterraneo fu ugualmente unificato. Sotto Roma.

Diventata di nuovo prospera e potente, Cartagine non poteva non ridestare ansie e timori. Catone, “questo modello esemplare di contadino politico”20, mandato nel 150 in ambasceria in Africa per indagare sui motivi della reciproca inimicizia di Cartaginesi e Numidi, si rese conto de visu che Cartagine non era per nulla “stremata e in misere condizioni, come pensavano i Romani, ma era ricca di numerosa e valida gioventù, abbondante di grandi ricchezze, piena d’armi d’ogni sorta e di apparati bellici e perciò niente affatto abbattuta nel morale”21. Tornato a Roma, non si stancò di ripetere la celebre frase “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam”, finché, da una violazione dei patti che nel 201 erano stati imposti alla città sconfitta, i Romani colsero l’occasione per distruggerla e raderla al suolo. A questo punto, il bilancio delle guerre puniche può essere sintetizzato nei termini proposti da Jordis von Lohausen: “Inizialmente, Roma occupava la punta estrema dell’Europa e Cartagine quella dell’Africa. L’isola situata tra queste due estremità diventò un obiettivo. Così scoppiò la guerra punica. Quando terminò, Roma possedeva tre rive mediterranee: la sua, la siciliana e quella dell’avversario. Il resto del bacino mediterraneo le cadde tra le mani quasi automaticamente”22.

Risorta come colonia romana un secolo più tardi, Cartagine diventò uno delle più fiorenti città dell’Impero, quindi fu sede del primate della Chiesa cristiana d’Africa. Espugnata nel 439 da Genserico, che ne fece la capitale del regno vandalo, fu ripresa dai Bizantini nel 533. Poi, a partire dal periodo del Califfato di ‘Othmân, fu obiettivo delle incursioni arabe provenienti dall’Egitto, finché nel 698 gli Arabi, lanciati alla conquista dell’Africa nordoccidentale, realizzarono definitivamente il mandato di Catone. Carthago deleta est23.

Da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, a. II, n. 3, ott.-dic. 2005.


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  1. Donald Harden, I Fenici, Il Saggiatore, Milano 1964, pp. 173-174.
  2. Sulle colonie cartaginesi nelle isole dell’Italia, cfr. Sabatino Moscati, Italia punica, Rusconi, Milano 1995.
  3. Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani, La Nuova Italia, Firenze 1967, vol. III, Parte prima, p. 25.
  4. Ugo Morichini, Civiltà mediterranea, Mondadori, Milano 1928, p. 252.
  5. “Tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum – exercete odiis cinerique haec mittite nostro – munera. Nullus amor populis nec foedera sunto. – Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor, – qui face Dardanios ferroque sequare colonos, – nunc, olim, quocumque dabunt se tempore vires” (Aen. IV, 622-627).
  6. Il termine tofet, che l’archeologia ha applicato a quelle aree sacrificali dell’Occidente punico in cui sono stati rinvenuti i resti di fanciulli immolati e stele votive, è propriamente il nome ebraico del luogo in cui gli Ebrei “facevano passare per il fuoco ogni loro primogenito” (Ezechiele, 20, 26-31; cfr. II Re, 16, 3; 17, 17-31; 21, 6; 23, 10 ss.; Levitico 18, 21; 20, 2-5; Deuteronomio 12, 31; 18, 10; Geremia 7, 31-32; 19, 6; 19, 11-14; 32, 35; Ezechiele 16, 21). La valle in cui era situato il tofet ebraico (a sud-ovest di Gerusalemme) era chiamata gê Hinnôn: di qui il greco γέεννα, denominazione neotestamentaria dell’inferno.
  7. “In Oriente Tanit non appare fra le divinità” (D. Harden, op. cit., p. 89). “Il Culto di Baal Hamon è poco noto nell’Oriente semitico. Noi non sappiamo se il suo culto, ben attestato nel mondo punico, possa essere identificato con quello che era stato praticato nel paese d’origine” (Antoine Kassis, Approche aux cultures méditerranéennes des origines, Schena, Fasano 1995, p. 117).
  8. Sabatino Moscati, I Fenici e Cartagine, UTET, Torino 1972, pp. 199-200
  9. Joseph Vogt, La repubblica romana, Laterza, Bari 1975, p. 135.
  10. Houston S. Chamberlain, Die Grundlagen des XIX. Jahrhunderts, I, 1, cap. 2.
  11. Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957, p. 1149.
  12. Gaetano De Sanctis, op. cit., IV, 3, p. 75.
  13. Sabatino Moscati, op. cit., p. 56.
  14. Un passo di Aristotele (Pol. V, 12, 14) caratterizza il sistema politico cartaginese come democratico: “ἐν Καρχηδόνι δημοϰρατουμένῃ”. Nel VI libro, laddove esamina l’organizzazione militare romana e procede ad un confronto delle istituzioni di Roma con quelle di Cartagine, Polibio spiega che il sistema cartaginese, originariamente una monarchia aristocratica, decadde fino a trasformarsi in un sistema in cui prevaleva la volontà del demos. “La costituzione cartaginese, a mio parere, era nel complesso ben congegnata. Esistevano infatti in Cartagine dei re, mentre il consiglio degli anziani aveva struttura aristocratica e il popolo era arbitro di quanto gli competeva; nel suo insieme la costituzione non era quindi molto diversa da quella di Roma e di Sparta. Ma ai tempi della guerra annibalica la costituzione di Cartagine era inferiore a quella romana. (…) Cartagine decadeva mentre la costituzione di Roma era nel periodo del massimo splendore. (…) A Roma godeva del massimo potere il senato; prevalendo dunque presso gli uni il volere dei più, presso gli altri quello dei migliori, era naturale che fossero superiori i Romani” (Polibio, Storie, Mondadori, Milano 1979, vol. II, pp. 129-130).
  15. Theodor Mommsen, Römische Geschichte, III, 1.
  16. Polibio, op. cit., pp. 130-131.
  17. Ugo Morichini, op. cit., p. 251.
  18. Santo Mazzarino, Introduzione alle guerre puniche, Rizzoli, Milano 2003, p. 156.
  19. Joseph Vogt, op. cit., p. 167.
  20. “Cato, dieses Vorbild eines politischen Bauern, wusste sehr genau, warum er sein ceterum censo Carthaginem esse delendam ertönen liess“ (Walter Darré, Das Bauerntum als Lebensquell der nordischen Rasse, 7a ed., Lehmanns Verlag, München 1938, p. 305).
  21. Plutarco, Vita di Catone, 26, 2.
  22. Jordis von Lohausen, Les empires et la puissance. La géopolitique aujourd’hui, Le Labyrinthe, Arpajon 1996, p. 38
  23. Uno storico ha scritto che, come “Bagdad uccide Ctesifonte, Kairuan [uccide] Cartagine” (Claude Cahen, L’islamismo I. Dalle origini all’inizio dell’Impero ottomano, Feltrinelli, Milano 1969, p. 157). In effetti, fu con la fondazione della “città accampamento” – tale il significato del toponimo arabo Qayrawân – che ‘Uqba ibn Nâfi‘ manifestò in maniera ben evidente la volontà di acquisire l’Africa nordoccidentale all’Impero omayyade.
Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).