I recenti avvenimenti politici romeni rappresentano, a nostro parere, un riflesso della crisi geopolitica globale che si è manifestata nella fase finale della campagna elettorale americana e dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Il motivo è facile da capire: negli ultimi dieci anni la Romania è stata, quanto meno sul piano delle dichiarazioni ufficiali, l’allievo diligente degl’interessi geopolitici americani in Europa e nel mondo. Questa situazione è stata molto evidente in occasione delle elezioni americane, quando la maggioranza degli analisti di politica estera e di geopolitica che apparivano nello spazio pubblico sembrava escludere fino all’ultimo momento l’elezione di Trump. Erano chiare le speranze di questi analisti che a Trump venisse impedito di assumere la guida dell’esecutivo, magari all’ultimo momento, per un cambiamento dell’opinione degli elettori. Le elezioni legislative romene, svoltesi l’11 dicembre 2016, hanno coinciso col periodo del cambio della guardia negli USA. Praticamente, si sono svolte tra l’elezione „popolare” di Trump (9 novembre) e la sua elezione da parte dei 538 „grandi elettori” (19 dicembre).

Con questa evoluzione sullo sfondo, in Romania le elezioni sono state vinte categoricamente dal PSD (Partito Socialdemocratico); insieme con un partito di orientamento liberale, ALDE, e con l’Unione Democratica dei Magiari di Romania, il PSD è riuscito a formare in Parlamento una coalizione stabile, che ha dato al governo Grindeanu 295 voti , contro i 133 dell’opposizione. L’opposizione è formata dal PNL (Partito Liberal Nazionale, di obbedienza presidenziale, ma non nella totalità dei suoi membri), dall’USR (Unione Salvate la Romania, un partito apparentemente antisistema, molto attaccato ai valori della „società aperta” promossi dalle reti di tipo sorosiano) e dal PMP (Partito Movimento Popolare, guidato dall’ex presidente Traian Băsescu).

Installato al potere in modo apparentemente solido, il governo Rindeanu ha vissuto i primi momenti di contestazione violenta da parte del presidente Klaus Johannis, il quale ha tentato, d’altronde senza successo, di spaccare la coalizione governativa, desiderando favorire la nascita di un nuovo governo, vicino alla sua visione delle cose. L’ex governo della Romania, guidato da Dacian Cioloș, era un modello per il presidente romeno: era molto gradito a Bruxelles (Dacian Cioloș era stato commissario europeo per l’agricoltura tra il 2010 e il 2014) ed era chiamato „governo tecnocratico”, essendo un amalgama di interessi UE ed USA, con alcune eccezioni che confermavano la regola.

Fin dall’inizio il governo Grindeanu è stato visto come un governo di diversa ispirazione. Piuttosto „populista” e (quasi) sovranista, nel senso di Viktor Orban, l’attuale governo è stato oggetto di una contestazione analoga a quella che ha avuto come bersaglio il primo ministro ungherese. Il principale vettore di attacco contro l’attuale governo è la „corruzione”, della quale il PSD sarebbe il colpevole principale. Partito con strutture di massa e territoriali ancora ben definite ed erede, in una certa misura, della struttura di quadri dell’ex Partito-Stato PCR, oggi il PSD presenta caratteristiche conservatrici, anche se si dichiara di sinistra.

Il secondo vettore di attacco, meno enfatizzato, ma tuttavia evidente, si basa su quello che è chiamato l’”antioccidentalismo” dell’attuale governo. Questo termine comporta diversi significati: gli analisti dichiaratamente atlantisti si sono detti preoccupati per quanto concerne l’orientamento geopolitico dell’attuale governo di Bucarest: il sospetto circa l’esistenza di certe tendenze „ad est” nell’orientamento dell’attuale coalizione è all’ordine del giorno. Il contesto evidentemente è più ampio e lo spazio non ci consente di entrare nei particolari; tuttavia possiamo ricordare, di sfuggita, alcuni elementi: il capo dell’esecutivo che ha preceduto il governo Cioloș, Victor Ponta, capo del PSD, è stato sempre sospettato di „legami pericolosi” con la Cina e con la Turchia (Victor Ponta e T. Erdogan sarebbero amici) ed anche con la Russia di Putin. Călin Popescu-Tăriceanu, capo dell’ALDE ed ex primo ministro, nel 2006 suscitò nella stampa uno scandalo enorme proponendo il ritiro delle truppe romene dall’Iraq, dove i nostri soldati erano impegnati a fianco delle truppe statunitensi. Un orientamento politico di questo genere non poteva, ovviamente, essere gradito all’egemone assoluto della Romania, ossia agli USA. Oggi, essendo Călin Popescu-Tăriceanu presidente del Senato (praticamente, la seconda carica dello Stato) ed essendo uno dei principali attori politici interni, queste storie vengono probabilmente riattivate.

Una cosa va sottolineata: gli attacchi all’indirizzo del governo sono stati scatenati immediatamente dopo la visita della delegazione del PSD negli USA, in occasione dell’acettazione ufficiale del mandato presidenziale da parte di Donald Trump.

Inoltre, oggi entra in scena anche quello che possiamo chiamare „il fattore tedesco”. In questo momento il presidente Klaus Johannis sembra una sorta di rappresentante degl’interessi geopolitici tedeschi in Romania. D’altronde, fino ad un certo punto, ciò si può spiegare: dopo l’elezione di Trump, le reti americane di orientamento per lo più sorosiano sono state più discrete. Probabilmente, puntando su un relativo ritiro del soft-power americano dalla Romania, la Germania si è sentita incoraggiata a premere sull’acceleratore ed a prendere in consegna la filosofia generale di queste reti, la quale può essere sintetizzata in formule che sono diventate veri e propri mantra della lotta politica: „valori europei occidentali” e „anticorruzione”. La manipolazione sembra addirittura più potente di quella esercitata dagli americani: se i „valori euro-atlantici” rinviavano alla Terra Promessa americana, i „valori europei” hanno uno statuto ambiguo, dal momento che milioni di Romeni si trovano già in „Europa” (Germania compresa), numerose ditte tedesche hanno già fatto investimenti in Romania (specialmente in Transilvania) ecc. Un particolare meno noto, che però arricchisce il quadro della situazione romena: la stampa ha speculato sul fatto che durante la campagna elettorale l’attuale presidente del Paese è stato sostenuto da Michael Schmidt, un uomo d’affari legato ad Automobile Bavaria e sposato con la sorella di una personalità politica della Repubblica di Moldavia vicina al Cremlino, Renato Usatîi!

Il fattore russo può essere invocato anch’esso in questa breve rassegna degli eventi romeni. Il cambiamento principale, nelle relazioni tra Bucarest e Mosca, è stato l’arrivo di un nuovo ambasciatore della Federazione Russa nella capitale romena, il signor Valerij Kuzmin. Questo diplomatico è stato precedentemente ambasciatore nella Repubblica di Moldavia ed ha acquisito una discreta familiarità con le questioni romene. La maggior parte degli analisti ha ritenuto che la designazione di Kuzmin da parte del Cremlino come ambasciatore a Bucarest causerà un raffreddamento delle relazioni tra i due Stati. Questa opinione si basa sulle posizioni assunte dal diplomatico russo a Chișinău, posizioni etichettate come „antiromene”. Ciononostante, le cose sono molto più sfumate se osservate da vicino. Il primo uomo politico romeno che ha commentato l’arrivo di Kuzmin è stato l’ex presidente iperatlantista Traian Băsescu. Contrariamente alle aspettative, Băsescu è stato alquanto ottimista! Egli ha detto, più o meno: „Quello che non siamo riusciti a fare con Malginov (l’ex ambasciatore russo a Bucarest), forse lo riusciremo a fare con Kuzmin!” Questa sorprendente dichiarazione di un ex presidente atlantista, fatta a proposito di un ambasciatore russo catalogato sostanzialmente come „ostile”, deve mettere in guardia: spesso la retorica politica non fa altro che nascondere realtà più profonde, le quali vengono alla luce quando è possibile…

Inoltre, in occasione delle attuali manifestazioni di protesta contro il governo (bisogna dire che esiste anche un meno dinamico movimento di protesta contro il presidente, e di sostegno nei confronti del governo), la diplomazia russa, abitualmente molto cauta nel prender posizione sui problemi interni della Romania (negli ultimi tempi le sole prese di posizione della diplomazia russa concernevano le azioni della NATO sul territorio del Paese, specialmente l’installazione dello scudo antimissile americano a Deveselu), ha manifestato un interesse particolare ed ha trasmesso un discreto messaggio di sostegno al governo Grindeanu.

Tutte queste evoluzioni sono coerenti con la dinamica senza precedenti che caratterizza la geopolitica europea e globale negli ultimi tempi. L’accelerazione geopolitica globale dopo il golpe abortito in Turchia e dopo l’elezione di Donald Trump non poteva non coinvolgere anche la Romania. Trovandosi sulla linea pericolosa della frontiera tra la NATO e lo spazio russo, la Romania sta ricevendo, volente o nolente, una lezione preparatrice di ciò che sarà il mondo multipolare di domani.

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Cristi Pantelimon, sociologo, è autore di diverse opere pubblicate da case editrici romene. Scrive su temi di attualità per il blog www.estica.eu. Collabora con "Eurasia. Rivista di studi geopolitici".