Il 26 giugno i cittadini della Repubblica di Mongolia saranno chiamati a decidere il nuovo Presidente, massima carica dell’immenso paese mongolo. La figura del Presidente della Repubblica in Mongolia è una figura ibrida: da un lato è fortemente rappresentativo del paese, visto che è eletto direttamente dalla cittadinanza, e ha il diritto di veto rispetto alle leggi votate dal Parlamento (il Grande Hural di Stato), dall’altra è legato a doppio filo alle decisioni del suo partito visto che può essere costretto a dimettersi in qualsiasi momento. Tra le prerogative più importanti del Presidente c’è un’ampia autonomia nella gestione della politica estera (nomina Ambasciatori e riceve gli Ambasciatori degli altri stati, rappresenta il paese negli incontri bilaterali e nelle Organizzazioni internazionali).

L’elezione cade in un momento storico estremamente positivo con l’enorme paese asiatico (grande 5 volte l’Italia, ma con una popolazione di appena 3 milioni e 180 mila abitanti, poco meno della somma delle sole città di Roma e Milano) protagonista di una crescita economica senza precedenti, grazie alla presenza sul suo territorio di ricchezze naturali (petrolio, oro, pietre rare, rame, carbone) senza pari che hanno attirato l’attenzione dei maggiori investitori mondiali, con Russia, Cina, Stati Uniti, Giappone e Sud Corea a scontrarsi per le licenze di sfruttamento del sottosuolo. Questa costante crescita del PIL con percentuali a due cifre ha però una duplice faccia: se il paese sta oggettivamente crescendo dal punto di vista economico e si può proporre su numerosi tavoli negoziali e diplomatici come paese sovrano, si registrano anche preoccupanti squilibri socio-economici con una soglia di povertà sempre più estesa e problemi socio-culturali come la diffusione dell’alcoolismo.

È quindi evidente che questa scadenza elettorale rappresenti uno snodo di primaria importanza per il futuro della massa continentale eurasiatica, visti gli enormi interessi in gioco.

Di seguito presenteremo brevemente il profilo dei tre candidati, che come vedremo sono tre rappresentanti di partiti che potremmo collocare nell’emisfero di sinistra secondo un paradigma politico eurocentrico.

Cahiagijn Ėlbėgdorž: presidente in carica, eletto nel 2009, con il Partito Democratico, formazione di centrosinistra, che si richiama alla tradizione europea liberal-socialista. È sostenuto anche dal Partito Civile-Partito Verde e dal Partito Nazional-democratico. Secondo gli analisti la sua rielezione è altamente probabile. Ex giornalista formatosi in Ucraina e Stati Uniti è stato tra i promotori della democratizzazione del Paese, fin dai primi anni ’90 (la cosiddetta Perestrojka mongola), è stato primo ministro in due periodi (aprile-dicembre 1998 e agosto 2004 – gennaio 2006). Di tendenza liberale, è considerato il candidato più filo-occidentale. In realtà nel suo primo mandato ha messo sul tavolo una politica estera pragmatica: ha saputo allacciare ottimi rapporti con l’Occidente e con i paesi dell’Unione Europea in particolare, ma non ha rinunciato a rapporti bilaterali con Iran, Corea del Nord e Cina, oltre a rafforzare la presenza nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Nella politica energetica ha sollevato più di qualche malumore nei dintorni di Washington, per quanto riguarda la concessione delle licenze di estrazione. È il candidato pragmatico che piace ai “nuovi ricchi” di Ulaanbaatar e alla borghesia.

Badmaanyambuugiin Bat-Erdene: candidato del Partito del Popolo Mongolo, partito erede del partito unico al potere durante il periodo socialista. Bat-Erdene è una leggenda sportiva del paese, essendo il più grande lottatore della storia contemporanea di Bökh (vincitore per 11 volte, primato assoluto, del titolo nazionale del Naadam), la lotta libera mongola, la cui popolarità è pari solo a quella dal lottatore di sumo Asashōryū (vero nome Dolgorsürengiin Dagvadorj), schierato nelle file del Partito Democratico. Deputato dal 2004 è una figura fortemente carismatica, proposta dal Partito come candidato di “unità nazionale”. Tradizionalmente il Partito è vicino a Russia e Cina e segue con interesse il modello centralista del socialismo di mercato cinese. Negli ultimi anni il partito è stato penalizzato dalla Rivoluzione Colorata del 2007 che lo ha estromesso dal potere e dalle politiche poco trasparenti dell’ex Presidente Ėnhbajar (vedi sotto), accusato di corruzione. La scelta di Bat-Erdene, quindi di uno sportivo pulito, invincibile, amatissimo dal popolo, rientra in un’ottica di maggior trasparenza e di  penetrazione delle masse popolari più colpite dall’ingiusta redistribuzione della ricchezza nazionale. Il cavallo di battaglia di Bat-Erdene è la lotta alla corruzione e alle attività illegali delle compagnie estrattive, che punta a riportare sotto il controllo dello Stato centrale, concedendo licenze solo in cambio di garanzie di serietà, legalità e convenienza per il popolo. A sostenere Bat-Erdene sono anche tre partiti minori: il Partito Verde Mongolo (da non confondere con quello che sostiene Ėlbėgdorž), dal Partito per la realizzazione della libertà e dal Partito Unito dei Patrioti.

Natsag Udval: esponente del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo, nato da una scissione del Partito del Popolo, fondato dall’ex Presidente Nambaryn Ėnhbajar. È la prima donna candidata alla presidenza della Repubblica, attualmente occupa il dicastero della salute. Il partito che si richiama alla tradizione della sinistra comunista mongola, è caratterizzato da dure posizioni nazionaliste anti-cinesi (Ėnhbajar è inoltre seguace del Dalai Lama) e raccoglie molti consensi nelle masse popolari che vedono la Cina e la sua potenza come invasiva e imperialista. Il candidato del PRPM potrebbe erodere voti a Bat-Erdene.

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