In due articoli, pubblicati circa un anno fa (1), avevamo sollevato la questione della sovranità nazionale nell’epoca che Carl Schmitt denomina l’epoca dei “grandi spazi” (ci riferiamo cioè alla cosiddetta Grossraumteorie), mettendo in evidenza che indipendenza dell’Europa e sovranità dei singoli Stati europei sono due facce della medesima medaglia. Una concezione che non solo esclude di per sé ogni “tentazione” di carattere nazionalista, ma che soprattutto non lascia dubbi su quale sia l’autentico nemico dell’Europa, tanto è vero che siamo ancora fermamente convinti che sia «della massima importanza capire che uno Stato europeo dovrebbe esercitare la propria sovranità “nei limiti e nelle forme” di uno “blocco geopolitico continentale”, ammesso che l’Europa non voglia rassegnarsi ad essere una provincia degli Stati Uniti». (2)

Non possiamo quindi non condividere quanto afferma Claudio Mutti, in una recente intervista rilasciata a Michele De Feudis, secondo cui «la sovranità italiana, che è inseparabile da quella tedesca ed europea, può essere recuperata solo ricacciando l’occupante statunitense oltre l’oceano dal quale è arrivato una settantina d’anni fa» (3). Al riguardo, è  degno di nota che anche Gianfranco La Grassa, sia pure in un’ottica culturale diversa, metta in guardia dal «seguire ambienti falsamente sovranisti» giacché, se non si deve (giustamente) fare «nessuna concessione al vecchio nazionalismo e al mero concetto di Patria, tanto meno all’idea di superiorità di un qualche popolo o di una qualche cultura» (4), è fondamentale pure comprendere che la critica dell’europeismo si può considerare in funzione di una reale sovranità nazionale se e solo se si individua l’obiettivo principale di questa critica negli Stati Uniti e di conseguenza nella pressoché totale subalternità dell’Unione Europea agli interessi d’Oltreoceano. Con le parole di La Grassa: «La UE è nata in definitiva sotto l’egida, e quasi continuazione, dell’opera compiuta ben prima tramite la Nato». (5) Sotto questo punto vista, è evidente che l’indipendenza dell’Europa presuppone la critica “in radice” dell’europeismo dei tecnocrati al servizio dei “mercati», ossia dei vari Draghi e Monti.

Ci si dovrebbe allora rendere conto della necessità di appoggiare tutti quei movimenti “sovranisti” a cui non sfugga che in questa fase storica la stessa lotta sociale dipende in primo luogo dal conflitto per il controllo di aree di vitale importanza sotto il profilo geopolitico e geoeconomico. Non a caso, è proprio la classe dirigente italiana – ovvero la più anti-nazionale ed anti-sovranista d’Europa – a svolgere un ruolo essenziale nell’Europa occidentale in qualità di “agente” della potenza predominante e al tempo stesso ad essere “in prima linea” contro il sistema sociale europeo per adeguarlo agli standard del capitalismo angloamericano. Sotto questo aspetto, affermare con La Grassa che «solo una lotta sempre più acuta tra […] dominanti, come avevano capito Lenin e Mao, può scardinare le loro strutture di potere e aprire varchi a effettivamente radicali mutamenti storici» (6), significa riconoscere che è indispensabile saper agire in base ai reali rapporti di forza, individuando correttamente lo Schwerpunkt nel dispositivo nemico, secondo la lezione di Von Clausewitz, il grande teorico della guerra: «[…] come il centro di gravità si trova sempre là dove è concentrata la maggior parte della massa, ed ogni urto contro tale centro ha la massima efficacia sull’insieme, così deve avvenire in guerra e perciò l’urto più forte deve avvenire contro il centro di gravità».(7) Sicché colpire lo Schwerpunkt equivale a poter dissolvere la coesione del dispositivo nemico e creare nuove “sfere di azione”, non solo per quanto concerne la geopolitica, ma appunto anche per quanto concerne le relazioni sociali ed economiche.

In questa prospettiva, ci pare che siano “più avanti”, almeno in un certo senso, quei movimenti politici – denominati, assai genericamente, “populisti” – che, pur non potendo essere considerati “socialisti”, mostrano di essere delle forze effettivamente “antagoniste” nei confronti degli Stati Uniti e, in generale, dell’oligarchia atlantista, sulla base di un orientamento che si potrebbe denominare ”nazionalpopolare”. Non meraviglia pertanto che Mutti osservi che «sarebbe già sufficiente se l’Italia potesse prendere a modello l’esperienza politica ungherese. Ma nella classe politica italiana non si riesce a vedere nessuno che abbia gli attributi di Viktor Orbán». (8) Tuttavia, si deve prendere atto che anche negli altri Paesi europei si è ancora in presenza di una protesta nei confronti dell’europeismo (made in Usa, per intendersi), in particolare per motivi socio-economici (peraltro più che condivisibili), da parte di gruppi politici scarsamente collegati tra loro, mentre oggi più che mai occorrerebbe una strategia imperniata sull’esigenza di difendersi da un nemico comune. In ogni caso, decisivo è non cadere nell’errore di demonizzare la Germania, avendo ben presente qual è la potenza che i “mercati” sovrani rappresentano o che comunque permette ai “mercati” di essere sovrani – dato che senza lo Stato verrebbe meno proprio quella funzione  che Gramsci definisce l’egemonia corazzata di coercizione. (9)

Nondimeno, l’enorme incremento della potenza distruttiva dell’apparato bellico statunitense, sembra mascherare in qualche modo (giacché è solo apparentemente un paradosso) l’indebolimento degli Stati Uniti come unico “centro regolatore” a livello mondiale; un indebolimento che, lasciando ampi margini d’azione a centri (sub)dominanti, potrebbe generare anche le premesse per un’azione politica e culturale che abbia di mira una ridefinizione della sovranità nazionale, secondo un’immagine dell’Europa che sia espressione delle diverse identità che la costituiscono. Il che è possibile non solo riconoscendo la più ampia autonomia possibile ai singoli Stati europei (nonché valorizzando la specificità delle diverse aree europee, come quella mediterranea e quella baltica), ma anche (a conferma che la geopolitica è necessaria, ma non sufficiente) facendo valere un’idea di bene comune , di “giusta misura”, contro la prepotenza dei “mercati”. Vale a dire un progetto che sarebbe realizzabile solo dando  vita ad una alternativa multipolare che mettesse fine all’egemonia atlantista. Perciò è innegabile che «la via da percorrere […] non è quella del pollaio nazionalistico, ma quella della liberazione dell’Europa, in sinergia coi grandi Stati eurasiatici che si oppongono all’unipolarismo americano». (10) Ed è proprio l’esigenza di combattere contro un nemico comune, per tutelare le proprie radici e per promuovere la giustizia sociale, che richiede di superare ogni forma di nazionalismo, al punto che non è azzardato ritenere che un movimento europeo che voglia essere davvero sovranista dovrebbe anche far leva su quella dimensione spirituale della storia che ci rende impossibile non considerare l’Oriente come parte costitutiva del nostro essere europei. In questo senso, l’eurasiatismo, mostrandosi solidale con un’idea di Europa intesa come un tutto differenziato e non come un’appendice occidentale del “mercato americanocentrico”, permette di difendere una forma equilibrata di “sovranismo”, a partire dal quale sia possibile riprendere insieme con le genti dell’Eurasia un cammino iniziatosi molti secoli fa e che, in verità, non si è mai del tutto interrotto.

 

 

NOTE:

1.http://www.cpeurasia.eu/1724/sovranita-nazionale-e-alternativa-multipolar;
http://www.cpeurasia.eu/1762/indipendenza-delleuropa-sovranita-nazionale-e-crisi-globale .

2.http://www.cpeurasia.eu/1762/indipendenza-delleuropa-sovranita-nazionale-e-crisi-globale .

3.http://www.eurasia-rivista.org/oltre-il-nazionalismo-per-difendere-il-soggetto-europa/17102/ .

4.http://www.conflittiestrategie.it/difficile-lettura-della-fase-scritto-da-giellegi-25-sett-12

5.Ibidem.

6.Ibidem.

7.Von Clausewitz, Della guerra, l. 6, cap.XXVII.

8.Claudio Mutti, cit.

9.Gramsci, Quaderni dal carcere, 4 voll., a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, pp. 763-764.

10.Claudio Mutti, cit.

 


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