E’ entrato in vigore lo scorso 25 agosto un accordo bilaterale fra Francia e Australia in materia di cooperazione militare e di difesa. Tale intesa permetterà ai due Stati di rivedere le proprie prospettive geopolitiche ed è destinato, evidentemente, ad incidere sui rapporti di forza fra i Paesi presenti nell’area del Pacifico. Questa, infatti, si presenta oggi come uno spazio in cui gli equilibri di potenza sono ancora in fase di definizione a causa della presenza e degli interessi degli Stati Uniti, delle crescenti influenze da parte degli Stati asiatici – Cina in primis, ma anche Giappone e Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale, che aspirano ad assumere un ruolo determinante – e a causa delle strategie di una media potenza come l’Australia, la quale sul piano internazionale è legata alle più importanti realtà politico-economiche ed è impegnata sui principali scenari di crisi mondiali, e, al tempo stesso, è orientata a perseguire i propri interessi all’interno del Pacifico grazie all’inserimento in strutture di integrazione regionale e in quelle di cooperazione strategica e militare volte allo sviluppo economico e alla sicurezza nel Pacifico. In questo contesto multipolarizzato anche la Francia – ultimo interlocutore europeo in uno spazio extra-europeo grazie alla presenza dei suoi Dipartimenti e Collettività d’Oltremare (Polinesia Francese, Nuova Caledonia, Wallis e Futuna) – intende svolgere un ruolo di primo piano, affermandosi come potenza regionale capace di affiancarsi e concorrere, come nelle sue più grandi aspirazioni, con le altre potenze mondiali.

L’accordo di cooperazione militare

Le relazioni fra Francia e Australia nella regione del Pacifico – strette ma controverse fino alla metà degli anni Novanta a causa, prima, delle rivendicazioni del movimento indipendentista del “Front de Libération Nationale Kanak at Socialiste” (FLNKS) in Nuova Caledonia e, successivamente, a causa dei programmi di sperimentazione nucleare francese negli atolli di Moruroa e Fangataufa (conclusisi nel 1996) – hanno certamente avuto un salto di qualità grazie al nuovo accordo. L’“Agreement between Australia and France regarding Defence Cooperation and Status of Forces”, valido per un periodo iniziale di vent’anni, rappresenta, infatti, il quadro legale dei programmi di cooperazione in materia di sicurezza già da tempo in atto nel Pacifico – in primo luogo il FRANZ (un accordo del 1992 tra Francia, Australia e Nuova Zelanda) nel settore della cooperazione umanitaria e della sorveglianza marittima – e che ora si estendono ad una varietà di settori: oltre allo status delle forze francesi presenti nei territori australiani e viceversa, l’accordo riguarda anche la condotta delle operazioni e delle esercitazioni militari, i piani di supporto logistico – in particolare il “Mutual Logistic Support Arrangement” (MLSA), che consentirà all’Australia di usufruire delle basi francesi posizionate in Nuova Caledonia e alla Francia di accedere alle basi australiane –, attività volte a migliorare l’interazione fra le rispettive culture militari, la cooperazione nel settore tecnico e scientifico e lo scambio di informazioni militari e mappe geospaziali, in primo luogo quelle tracciate dall’“Organizzazione di Difesa per le Immagini Geospaziali” (DIGO) riguardanti Vanuatu, le Isole Salomone, Timor-Est e altre isole dell’Oceano Pacifico. Inoltre, l’intesa apre la via per uno scambio di materiale e mezzi militari: l’Australia è infatti il secondo acquirente nel mondo degli armamenti francesi e l’“Organizzazione Australiana di Difesa Materiale” (DMO) e la “Délégation Général Pour L’Armement”, sulla base dell’accordo, stanno sviluppando delle forti relazioni finalizzate all’introduzione nell’esercito e nella flotta australiane di elicotteri, aerei e torpediniere. Infine, l’accordo permetterà alle forze di polizia presenti nelle isole Vanuatu, Tonga e Papua Nuova Guinea di collaborare con la Francia e l’“Australian and New Zealand Army Corps” (ANZAC) e all’Australia e alla Nuova Zelanda di partecipare alle esercitazioni militari delle forze francesi operanti in Nuova Caledonia (“Les Forces armées en Nouvelle-Calédonie”, FANC).

Infatti, l’accordo comporterà il rafforzamento militare da parte della Francia di Nuova Caledonia, la quale diventerà la base principale per la cooperazione fra Parigi e Canberra e, soprattutto, come vedremo, il cuore della strategia francese nel Pacifico.

La prospettiva australiana

Nell’ottica dell’Australia, l’accordo di cooperazione con la Francia costituisce un importante tassello nei rapporti regionali e internazionali che i governi di Canberra hanno allacciato negli ultimi decenni: non solo il dialogo instaurato con i Paesi dell’“Asia-Pacific Economic Cooperation” (APEC) e la sempre più stretta collaborazione con i paesi dell’ASEAN con i quali partecipa all’“East Asia Summit” (EAS), ma anche il consolidamento dei tradizionali rapporti con le democrazie occidentali e, soprattutto, con gli Stati Uniti. Questi, iniziati con la formazione dell’ANZUS (il patto di difesa fra Australia, Nuova Zelanda e USA), sono stati rinforzati sul piano internazionale grazie alla partecipazione militare in Iraq e in Afghanistan e all’impegno congiunto nella lotta al terrorismo e, sul piano regionale, grazie all’inserimento dell’Australia nell’“United States Pacific Command” (USPACOM), la struttura preposta alla salvaguardia della sicurezza e della stabilità nell’area del Pacifico, e in futuro nella “Trans-Pacific Partnership” (TPP).

L’accordo di cooperazione difensivo con la Francia, dunque, mette Canberra in grado di intensificare la lotta alla pirateria, alla proliferazione nucleare e delle armi di distruzione di massa e al terrorismo – lotta intrapresa dopo l’attentato all’ambasciata australiana a Jakarta –, sia in grado di inserirsi nei meccanismi di intelligence occidentali e di rafforzare il proprio apparato militare anche in vista del proprio impegno sugli scenari di crisi mondiali. Questo potenziamento militare, non di meno, permetterà all’Australia di porsi, sul piano internazionale, come uno dei principali interlocutori politici e, sul piano regionale, come un solido alleato – ma, probabilmente, non come un leader –  per fronteggiare innanzitutto il progressivo espansionismo militare della Cina nel Mar Cinese meridionale e nel Pacifico e per garantire in tal modo la sicurezza e la stabilità del Pacifico. Quest’area, infatti, resta una prerogativa degli Stati Uniti, in cui cerca di inserirsi la Francia grazie al suo potenziale militare.

La prospettiva francese

L’accordo è stato stipulato in un momento di importante rinnovamento delle forze armate francesi e di avvio di una nuovo corso di politica estera dopo le ultime elezioni presidenziali. Nel 2008, sulla scia delle nuove linee direttive impresse da Sarkozy, fu, infatti, pubblicato il “Libro Bianco sulla Difesa Francese” (“Le Livre blanc de défense et sécurité nationale”) con lo scopo di ridefinire le priorità della rete militare francese, anche all’interno dei Paesi del Pacifico – sia le cosiddette “forze sovrane”, presenti nei Dipartimenti d’Oltremare, sia le “forze di presenza”, posizionate nei Paesi alleati nella regione del Pacifico e di importanza strategica –, riducendo il numero degli apparati difensivi e razionalizzando le basi militari.

Eppure Nuova Caledonia è stata relativamente toccata da questi tagli, sia dal punto di vista delle capacità operative, sia dal punto di vista del numero delle truppe, poiché saranno mantenuti e rafforzati i punti strategici già esistenti: la base militare di Nandai, il quartier generale di Pointe Artillerie, la caserma Gally-Passebosc a Noumea, la base navale di Pointe Chaleix, la base aerea di Tontouta.

In effetti, da questo rafforzamento militare reso possibile anche dall’accordo con l’Australia, la Francia spera di raggiungere alcuni obiettivi importanti e che sono perfettamente in linea con le strategie attuate dalla presidenza Sarkozy.

Con la pubblicazione del Libro Bianco di Difesa e, soprattutto, con il reintegro nella NATO, Parigi è sembrata solo apparentemente allontanarsi dalla politica di indipendenza e autonomia e dal sogno di “Grandeur” e di potenza globale che l’aveva caratterizzata fino alla presidenza di Chirac, riavvicinandosi agli Stati Uniti. Eppure, proprio il potenziamento militare nei Dipartimenti d’Oltremare sottolinea quanto la politica estera francese sia più in continuità che in rottura con il passato. La strategia in atto nel Pacifico è il sintomo, infatti, della volontà di ricollocarsi significativamente sullo scenario internazionale, di poter concorrere – data l’imponenza del suo apparato militare – con le altre potenze mondiali e di voler ricostruire nell’ultimo territorio in cui mantiene propri possedimenti un nuovo “colonialismo”, che non risponde più al colonialismo degli Stati occidentali del primo Novecento, ma che significa riuscire a tessere un nuovo quadro politico-economico, grazie alla presenza militare, al fine di diventare l’attore principale ed indispensabile per garantire lo sviluppo, la sicurezza e la stabilità di un’area altamente strategica.

La sicurezza del Pacifico sarebbe determinata nell’ottica della Francia, infatti, dalla sua capacità di mantenere il controllo e l’influenza sulla miriade di isole che costellano l’Oceano e, non di meno, dalla capacità di dialogare con ASEAN, Giappone, Australia, Cina e, soprattutto, Stati Uniti come partner alla pari. Proprio il rientro nella NATO offrirà alla Francia la possibilità di influenzarne le politiche grazie all’apporto in termini finanziari e di truppe e la possibilità di porsi come interlocutore fondamentale per gli USA, sia evidentemente nel Pacifico – area che rappresenta per gli USA uno spazio di interessi vitali e di equilibri internazionali –, sia indirettamente anche in Europa. Infatti, questa strategia farebbe anche in modo che la Francia sia il primo Stato europeo ad essere influente a livello regionale e in futuro anche globale, finanche più della Gran Bretagna, che mantiene sotto una rinnovata veste il Commonwealth, e della Germania. In questo senso, infine, la Francia avrebbe la possibilità di rilanciare e sviluppare finalmente quell’agognata Politica Estera di Sicurezza e Difesa (PESD) europea sotto il segno indiscusso di Parigi capace non di contrastare, ma di bilanciare gli Stati Uniti e di affermarsi anche sugli scenari internazionali più delicati.

La  politica di avvicinamento e bilanciamento degli USA, l’obiettivo di realizzare un’Unione Europea sotto la guida della Francia e, soprattutto, la meno immediata e più sottile strategia di leadership nel Pacifico, rispondono dunque allo stesso obiettivo della Francia di rilanciarsi a livello globale. Ma proprio questo ambizioso progetto nell’area del Pacifico riuscirà ad essere concretizzato? E quali sono le condizioni che potranno realizzare quest’equilibrio?

Il futuro quadro del Pacifico

La situazione di Nuova Caledonia si presenta certamente come lo scenario più difficile da ipotizzare. Gli “Accordi di Matignon-Oudinot” (1988) – che ponevano fine agli scontri tra le forze indipendentiste del FLNKS e la polizia francese – e, soprattutto, l’“Accordo di Noumea” avevano permesso la creazione di nuove strutture politiche all’interno dell’isola, avevano conferito al governo di Noumea autonomia politica in diversi settori e avevano dato avvio ad un processo di decolonizzazione che avrebbe condotto ad un referendum per l’indipendenza da tenersi il 2014. Come potrà essere, quindi, giustificata la presenza militare francese in Nuova Caledonia? Probabilmente l’indipendenza potrebbe essere ulteriormente rinviata e il futuro assetto dell’isola, nonché anche la riuscita e l’implementazione dell’accordo di difesa, dipenderà dalla decisione dell’Australia di supportare il dispiegamento militare della Francia nel territorio in questione. Il ruolo che Australia e Nuova Zelanda giocheranno nei prossimi anni sarà vitale per il processo di riappacificazione e di integrazione di Nuova Caledonia nella regione del Pacifico, così come per la definizione degli equilibri.

Bisognerà, infatti, attendere di vedere come l’Australia sfrutterà la sua accresciuta posizione a livello regionale e come gestirà la sua presenza nell’APEC e, soprattutto, le sue relazioni con gli Stati Uniti. Saranno gli USA disponibili a lasciare tanto ampio spazio di manovra alla Francia? D’altra parte, tuttavia, è anche vero che gli USA non vorranno incrinare un rapporto che si sta ricucendo e che è fondamentale per l’apporto di contingente alla NATO.

Infine, il successo della Francia dipenderà anche dall’andamento delle sue relazioni con la Cina, dalle strategie – anche militari – che Pechino attuerà nel Pacifico e dai rapporti che Pechino stesso intrattiene con i Paesi dell’ASEAN e con gli Stati Uniti. Non di meno, una Francia più forte in Europa e nella politica estera europea permetterebbe, in questo senso, a Parigi di diventare un attore importante nei rapporti bilaterali e multilaterali sia su scala regionale che globale.

In conclusione si può ritenere che la Francia ha i mezzi – costruiti negli anni di via autonoma al sistema bipolare – per affrontare un progetto così ambizioso. Ma, molto più realisticamente si può supporre che il Pacifico rimarrà ancora per molto tempo uno spazio multipolarizzato, test per i rapporti di forza bilaterali e multilaterali e scenario per un’esperienza significativa di gestione di mondo globalizzato. Eppure, all’inizio del Novecento il senatore americano Samuel Beveridge affermava che “chi domina il Pacifico domina il mondo”. Quindi è lecito anche immaginare che le dinamiche geopolitiche di questo spazio possano ancora cambiare.

* Maria Serra è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)

Articolo precedente

Il nuovo piano tariffario tra la Bielorussia, il Kazakistan e la Russia

Articolo successivo

Canada: un piano nazionale per la militarizzazione dell'Artico e delle sue risorse strategiche