Fonte: “Eric Walberg”, 2 marzo 2010

Ci sarà un’altra guerra nel Caucaso? Si tratta di una questione scottante su più fronti, secondo Eric Walberg, nella prima delle due parti di un’analisi sullo spettro di un conflitto in questo critico crocevia.

Con il collasso dell’Unione Sovietica il mondo si era aspettato una nuova era di pace e disarmo. Ma cosa è accaduto? Anziché diminuire, la presenza americana e della NATO in tutta l’Europa, nel Golfo Persico, Afghanistan e Asia Centrale è rapidamente aumentata, e il mondo ha sperimentato una guerra dopo l’altra: nel Caucaso, in Jugoslavia, Iraq e in Afghanistan, una più violenta e orribile della precedente. E siamo ben lontani dal vedere la fine della barbarie scatenata dai jinni anti-comunisti.

Sebbene nell’ultimo millennio sia stato un luogo arretrato e di scarsa importanza, ora il Caucaso del sud è un campo di battaglia chiave, il “fondamentale crocevia strategico nella geopolitica del 21mo secolo”, ha scritto l’analista Rick Rozoff, il punto focale di ambiziosi progetti di transito dell’energia e un corridoio militare che passa dall’Europa occidentale all’Asia orientale, controllato (o non proprio “controllato”) da Washington e Bruxelles.

Certamente la pace in questa regione di vitale importanza dovrebbe essere un obbiettivo essenziale sia per la Russia che per l’Occidente, ognuno per i propri motivi: la Russia perché… be’, perché si trova lì e si tratta di legami culturali ed economici vitali per il suo benessere. Per gli USA non fosse altro che per il solo beneficio economico, dal momento che la pace è ovunque una manna per il benessere dell’economia e logicamente dovrebbe essere benedetta dalla superpotenza mondiale, sia essa benevola o no.

Ma questa logica è stata tradita: notevolmente, nel caso dell’incoraggiamento statunitense alla disastrosa guerra della Georgia contro la Russia; meno ovviamente nel probabile coinvolgimento sotterraneo degli USA e di altri in Cecenia e nei paesi vicini, così come nel confronto tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh.

In cima alla lista più recente ci sono Abkhazia e Ossezia del Sud, dove il provocatorio presidente georgiano Mikheil Saakashvili si pavoneggia e minaccia, correndo da una riunione della Nato all’altra, accogliendo un consulente militare speciale americano dopo l’altro, mentre agita il pugno verso la sua nemesi del nord e giura di riprendersi i territori separatisti di Abkhazia e Ossezia del Sud, divenute democrazie completamente sviluppate e mature. Questo mette in contrapposizione una NATO speranzosa con una NATO avversa, e contrariamente al fatto che la NATO vieta espressamente l’ingresso a qualsiasi paese con dispute territoriali, essa continua ad assicurare che la Georgia sarà presto un membro a tutti gli effetti, un progetto che può voler solo dire una guerra con la Russia.

L’incoraggiamento statunitense a Saakashvili nella sua fallimentare guerra del 2008 con la Russia è stato, per usare un eufemismo, fonte di imbarazzo per gli USA e dovrebbe essere un avvertimento a distanziarsi gentilmente dal supportare ulteriormente un personaggio così pericolosamente imprevedibile. Nonostante la probabile evenienza che le politiche radicalmente filo-occidentali di Saakashvili vengano rovesciate da un futuro governo, proprio in questo momento la marina statunitense sta conducendo delle esercitazioni militari con la Georgia nel Mar Nero, e il Pentagono si sta preparando a costruire tre basi militari in Georgia e a dispiegare fino a 25.000 soldati americani nel paese entro il 2015. Sembra che la figuraccia sia anche una “finestra di opportunità”, un’occasione per mettere in campo fatti compiuti che un futuro governo troverebbe molto difficili da cambiare.

La Georgia è un boccone invitante per altre ragioni. L’inviato speciale americano per l’Af-Pak Richard Holbrook ha visitato la Georgia giusto la scorsa settimana per predisporre il transito attraverso la Georgia delle armi per i suoi campi di sterminio. Saakashvili ha offerto i porti georgiani del Mar Nero Poti e Batumi come attracchi per le navi dei rifornimenti militari e gli aeroporti del paese come stazioni di rifornimento per gli aerei da cargo. “La via per l’Afghanistan viene già usata intensamente, dal momento che l’80% del cargo che non passa dal Pakistan sta passando attraverso la Georgia, e solo il 20% attraverso la Russia”, afferma Alexander Rondeli, presidente della Georgian Foundation for Security in International Studies.

Saakashvili sta perseguendo una campagna propagandistica con lo scopo di destabilizzare la regione attraverso provocazioni dirette e indirette alla Russia e il supporto a terroristi con il tacito consenso di Washington e Bruxelles. Ha inaugurato una stazione Tv in lingua russa, First Caucasus, trasmessa in Ossezia del Sud, molto simile alla reganiana Tv Marti, creata nel 1985 per i cubani. Si è anche rivolto agli abkhazi e agli osseti per cercare di convincerli a rovesciare i loro attuali governi e unirsi alla Georgia.

L’idea, secondo l’analista dello Strategic Cultural Foundation Nikolaj Dimilevič, è di fomentare l’instabilità in tutto il Caucaso e in Transcaucasia e poi richiedere che tutte le aree in conflitto vengano affidate nelle mani di ONU, UE e/o della NATO per il safekeeping, dal momento che la Russia avrebbe dato prova della propria incapacità di assicurare la sicurezza della popolazione locale. In questo scenario, gli USA e la NATO “beneficiano” della guerra nella regione, dal momento che è un’opportunità per indebolire la Russia ed estendere il controllo sulla regione. Pensieri terrificanti, ma purtroppo perfettamente “razionali”.

La fallimentare guerra del 2008 contro la Russia ha anche lasciato nuvole di tempesta nella Tbilisi di Saakashvili, dove l’opposizione alle sue sconsiderate scommesse politiche si è rafforzata. Anche se Saakashvili fa lo sbruffone, figure chiave dell’opposizione georgiana stanno visitando Mosca dall’anno scorso, disconoscendo i piani del presidente. “Siamo preparati a ricevere coloro che non vengono per combattere e ingannare, ma per fare dei cambiamenti”, ha detto recentemente ai giornalisti a Ginevra il ministro russo Gregorij Karasin. Karasin ha citato l’ex-presidentessa del parlamento georgiano, attuale leader del Movimento Democratico – Georgia Unita, Nino Burjanadze: «Quando Saakashvili decise di entrare in guerra nell’estate del 2008, “l’intenzione – parole della signora Burjanadze – era di mettere in ginocchio la Russia e causare tensioni nelle relazioni con la Russia, ma Saakashvili ha perso la guerra e ha messo il paese in una tragica situazione”. Noi vogliamo avere dei rapporti aperti e amichevoli con la Georgia»

L’ex primo ministro georgiano Zurab Noghaideli è stato ricevuto dal primo ministro russo Vladimir Putin a dicembre, la prima volta che un leader russo incontra un leader dell’opposizione georgiana. Egli ha apertamente invocato la cooperazione tra il Movimento per una Georgia giusta e Russia Unita, e ha stabilito stretti rapporti con l’Unione dei Georgiani in Russia. Noghaideli ha ripetutamente affermato che senza un cambiamento radicale nelle priorità della politica estera della Georgia “continuerà la distruzione” del suo paese, mettendo in guardia che “esiste il pericolo di un futuro smembramento della Georgia” se Tbilisi continuerà sulla strada attuale.

Saakashvili sa che il suo potere è in pericolo, e di conseguenza è disposto a trascinare il paese in una nuova guerra. Preferisce essere un presidente cacciato dalla Russia piuttosto che essere cacciato dal suo stesso popolo”, ha dichiarato Burjanadze, condannando la trasmissione della stazione Tv in Ossezia che presenta un talk show diretto dalla vedova dell’’ultimo leader dei ribelli ceceni Dzhokhar Dudayev. Giorgi Khaindrava, un’ex membro del gabinetto e ora uno dei leader dell’opposizione, ha detto che se il canale desse copertura all’insurrezione nel Caucaso del nord russo, Putin potrebbe dichiararlo una minaccia terroristica e usare la forza per chiuderlo. “Questa non è solo una fantasia. Potrebbe accadere”.

La totalità dei politici georgiani è d’accordo. Il leader del partito conservatore Kakha Kukava dice, “La Russia ora come ora non ha alcun piano strategico riguardante la Georgia. È nell’interesse di Saakashvili provocare la Russia e attirare l’attenzione internazionale per ottenere supporto”. Persino “alcuni degli uomini vicini al presidente Saakashvili potrebbero essere in disaccordo, ma non possono dirlo apertamente perché hanno paura di lui”, afferma Noghaideli.

Forse la spavalderia di Saakashvili è solo aria fritta. Ma le esercitazioni di guerra con gli Stati Uniti e le basi statunitensi pianificate non lo sono. Né lo è il fatto che il Caucaso del sud sia diventato una via di transito per la droga diretta in Europa e Russia. Il capo del servizio di controllo federale della droga russo Viktor Ivanov ha detto la scorsa settimana che i porti di Batumi e Poti sono “i principali per quanto riguarda il traffico di droga, e la città georgiana di Kabuleti è uno dei punti chiave del traffico di eroina afghana”.

Solo Saakashvili sembra pensare che sia presto possibile riunire le due regioni separatiste con la Georgia. Nel bene o nel male l’Abkhazia è più legata che mai alla Russia, come confermato dalla visita del presidente Sergeij Bagapsh a Mosca lo scorso mese per commemorare i 200 anni da quando l’Abkhazia fu assorbita nell’impero russo. Sebbene non fosse il favorito di Mosca alle elezioni del 2004, Bagapsh ha acconsentito a stabilire una forza militare congiunta per i prossimi 49 anni e a modernizzare una pre-esistente base russa a Gudauta, dove sono attualmente stazionati 1700 soldati russi. Ha anche proposto che l’Abkhazia si unisca all’Unione doganale di Bielorussia, Russia e Kazakistan anche se né Minsk né Astana hanno riconosciuto l’Abkhazia come Stato sovrano. Ironicamente, sostiene l’analista Sergeij Markedonov, se anche una mezza dozzina di Stati europei riconoscessero l’Abkhazia, “forse Bagapsh favorirebbe l’integrazione europea”. L’analista del Centro Carnegie di Mosca Alexeij Malašenko sospetta che la Turchia potrebbe mettere le cose in movimento. «La Turchia è pronta a stabilire rapporti speciali con l’Abkhazia».

La sconfitta del topo nel 2008 è stata anche un importante incentivo per l’Ucraina per girare le spalle ai loro rivoluzionari arancioni lo scorso mese. Il presidente ucraino in pectore Viktor Janukovič sta semplicemente esprimendo la volontà del popolo quando esclude qualsiasi mossa futura per entrare nella NATO e abbassa i toni della retorica anti-russa. Una volta andato Saakashvili, una simile mossa si verificherà sicuramente anche in Georgia, mentre un futuro presidente cercherà di riparare le relazioni con la Russia, pur lasciando al loro posto, per allora, le esistenti basi statunitensi – spera il Pentagono.

(Traduzione di Andrea Bogi)

* Eric Wahlberg, giornalista, collabora col settimanale egiziano in lingua inglese “Al-Ahram Weekly„

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