Germania e Russia, due potenze continentali destinate a rapportarsi lungo il corso di tutta la storia moderna europea. La prima, cuore economico, politico e culturale dell’Europa, il secondo un vasto impero multietnico sospeso fra oriente ed occidente, fra Europa e Asia, una vera potenza euroasiatica. Inevitabile dunque che i due paesi venissero costantemente a rapportarsi sin dal loro consolidamento come potenze continentali. Sono stati molti gli analisti geopolitici che hanno sottolineato l’inevitabilità del rapporto e della collaborazione fra queste due potenze ma, per un motivo o per un altro, tale rapporto ha vissuto, e continua a vivere, momenti di alti e bassi, quest’ultimi giunti fino alle più tragiche conseguenze.

La Germania, finalmente unificata nel II Reich nel 1871, grazie al magistrale lavoro diplomatico di Bismarck, si affaccia sullo scacchiere europeo facendo sin da subito valere le sue ragioni, forte di una vittoria nella guerra contro la Francia, ma soprattutto di un vasto territorio, eredità dell’impero prussiano e, allo stesso tempo, di una diplomazia abile e scaltra. Dall’altra parte la Russia zarista, guidata da Alessandro II, si estende nei suoi “confini naturali” a spese dell’impero ottomano e mette i propri piedi indirettamente anche nei Balcani, motivo per il quale arriverà a scontrarsi sia con l’Austria-Ungheria, altro impero continentale nel pieno delle sue forze, sia con l’Impero ottomano, da anni in fase declinante e tenuto in piedi artificialmente dal concerto delle potenze europee.

L’unificazione tedesca non venne ostacolata in nessun modo dalla Russia che, invece, ottenne in cambio l’appoggio tedesco per quanto riguardava le trattative per abrogare il divieto ad attraversare gli stretti armati[1], abrogazione che, come prevedibile, incontrò l’avversione di Inghilterra e Francia, seriamente preoccupate dall’espansionismo russo.

La diplomazia e la geopolitica di fine ‘800 inizio ‘900 rientra completamente all’interno di una dinamica nazionale: le potenze si unisco in alleanze, patteggiano, collaborano e poi rompono, tradiscono e muovono guerra a seconda dell’equilibrio e dell’interesse nazionale del momento. Ogni alleanza dunque va letta in un’ottica di equilibrio multipolare, non c’è nessuna coscienza a livello regionale, almeno per quanto riguarda le diplomazie di corte. Anche in quest’ottica dunque va letta la prima fase del rapporto russo-tedesco che sembrò volgere verso una più o meno stretta collaborazione. Allora, siamo nel 1871, gli interessi tedeschi e quelli russi non erano in contrasto. In un’epoca multipolare, com’è quella di fine ‘800, preoccupazione delle potenze è quello di consolidare quanto più possibile lo status quo, senza permettere ad alcuna potenza di emerge rispetto alle altre in maniera determinante. In particolar modo la necessità contingente della Germania era quella di garantirsi la sicurezza del confine orientale, in modo da potersi preoccupare solamente del revanscismo francese, la più grande minaccia momentanea al risorto Reich. D’altra parte invece l’intento della Russia era quello di preservare i nuovi confini ottenuti e, soprattutto, di ottenere uno sbocco sui mari caldi, una costante nella politica estera russa, dai tempi di Pietro il Grande. Per questo la politica di fine ‘800 sarà tutta incentrata sul tentativo di guadagnare posizioni e influenza nella zona balcanica, soprattutto attraverso l’alleato serbo.

La potenza tedesca che andò a prendere il posto della Prussia nello scacchiere europeo, si preoccupò dunque sin da subito di legarsi ad un trattato con la Russia. Si arrivò così all’intesa politica del 1872 – tuttavia solo momentanea – fra Russia, Austria-Ungheria e Germania. Pur essendo la Lega dei tre imperatori, nome con cui tale intesa passò alla storia, un accordo meramente verbale e non vincolante, trattandosi infatti esclusivamente di un’intesa, fu questo il primo passo che venne mosso in direzione di una più stretta collaborazione ai fini del mantenimento dello status quo.

Questo il quadro generale dell’ Eurasia, quando, nel 1878, visto il degenerare della situazione balcanica, dove i nazionalismi provocavano importanti fratture in cui le grandi potenze tentavano di inserirsi, Otto Von Bismarck, lungimirante diplomatico tedesco, convocò un congresso a Berlino, proprio nell’ottica di affrontare la crisi balcanica. Seppure infatti il Reich non avesse alcun diretto interesse nei Balcani, lo scontro di interessi che andava profilandosi nella regione rischiava di mettere in serio contrasto la Russia e l’Austria-Ungheria, le due potenze continentali la cui reciproca neutralità serviva alla Germania ai fini della sicurezza del proprio confine orientale, mantenendo intatta l’intesa tripartita. In particolare, il cancelliere del Reich temeva che una frizione fra Russia e Austria-Ungheria avesse presto potuto portare a delle rotture che avrebbero allontanato la Russia dall’asse tedesco, avvicinandolo invece al vicino francese, come già detto maggiore preoccupazione della politica estera tedesca nella seconda metà dell’800 e non solo. Le frizioni che portarono al congresso di Berlino erano soprattutto date dall’incedere della Russia nei Balcani. I popoli balcanici cominciarono a sollevarsi contro il dominio ottomano, la Serbia in particolare invocò l’aiuto della Russia che, dopo aver spedito un ingente numero di volontari (si parla di circa 5.000 volontari, fra contadini, ex ufficiali, ed altro[2]), che si riveleranno insufficienti, decise di intervenire direttamente nel conflitto, nonostante le prevedibili conseguenze nei rapporti con l’Impero austro-ungarico. Così, nel 1878, la Russia mosse guerra all’Impero ottomano. Al congresso di Berlino fu trovato un accordo che, momentaneamente, sembrava placare la crisi balcanica. Allo stesso tempo tale congresso segnava un approfondimento dei rapporti fra l’Austria-Ungheria e la Germania, che un anno dopo arrivavano a stringere la duplice Intesa. La Russia, temendo un isolamento in politica estera, non ebbe altra scelta se non quella di rinnovare il patto dei 3 imperatori (1881). Con tale accordo, Guglielmo I, Alessandro II e Francesco Giuseppe si garantirono la reciproca neutralità in caso di attacco da parte di una quarta forza (il che dimostra che l’epicentro dell’alleanza era la diplomazia bismarckiana). Oltre a ciò le tre potenze continentali si impegnarono a non alterare la conformazione dei territori ottomani in Europa e, infine, a non intervenire in caso di una prevedibile annessione della Rumelia orientale alla Bulgaria, e della Bosnia-Erzegovina all’Austria. Al decadere dell’alleanza tripartita, nel 1887, essa non fu rinnovata, ma Bismarck volle comunque rassicurarsi ricorrendo ad un trattato bilaterale, il cosiddetto trattato di “controassicurazione”, previsto per la durata di 3 anni. Si trattava di un trattato segreto che impegnava i due Stati alla reciproca neutralità. Quando il trattato scadde, uscito di scena Bismarck, non fu rinnovato dall’imperatore Guglielmo II, incrinando definitivamente i rapporti tra la Germania e la Russia e spingendo quest’ultima ad accordarsi ben presto con la Francia in un’alleanza che durerà fino alla prima guerra mondiale. Questo a dimostrazione del fatto che l’avvicinamento temporaneo fra Russia e Germania fosse solamente uno dei tanti punti vincenti dell’abilissima diplomazia di Bismarck, nulla a che fare con un progetto a lungo termine. D’altronde della stessa natura erano pressappoco tutte le alleanze del XIX secolo. Nonostante la mancanza di una prospettiva regionale dell’Europa, Bismarck si rivelò dunque pienamente cosciente, al fine della sopravvivenza del modello dello Stato-nazione prussiano, della necessità di una reciproca intesa con la Russia. Dello stesso fatto sembrava invece meno cosciente la Russia, la quale sembrava cogliere al volo la momentanea intesa con la Germania, cosciente del fatto che quando il conflitto con l’Austria fosse esploso, questo avrebbe implicato la rottura dei rapporti anche con il Reich. Bisognerà attendere la fine della grande guerra, in cui le due potenze continentali si affrontarono a viso aperto, per vedere un riavvicinamento fra di essi.

 

 

Il dopoguerra

Ciò avvenne con il secondo trattato di Rapallo, del 1922. A guerra ormai finita infatti le due potenze, dissanguate dal conflitto, si ritrovano ad un tavolo, finendo per firmare un trattato bilaterale. Si trattava di un trattato segreto che venne firmato dai plenipotenziari dei due Stati, di notte. I due paesi rinunciarono definitivamente alle riparazioni di guerra, stracciano il trattato di Brest-Litovsk, e riaprono i rapporti diplomatici. Per la Russia, nel pieno del compimento della rivoluzione bolscevica, avvicinarsi alla Germania significava andare ad unirsi a quello che era ritenuto il punto debole dei paesi capitalisti, il centro maggiormente isolato e allo stesso tempo temuto (una costante nella storia europea e, in particolare, in quella francese). Avvicinarsi alla Repubblica di Weimar significava dunque rompere l’isolamento dall’occidente cui il regime sovietico era andato incontro sin dall’indomani della rivoluzione. Per la Germania si trattò de facto di una “Ostpolitik” ante litteram. L’avvicinamento all’Unione Sovietica significava infatti avviare una pacifica espansione verso est, rompendo anch’essa l’accerchiamento che si andava rafforzando ad ovest e a sud. Un naturale sbocco dunque dovuto all’accerchiamento compiuto durante e dopo la Grande guerra. Tale accordo, inoltre, non si fermava a mere intese politiche, ma arrivò ad un intenso rapporto militare: i tedeschi si impegnarono ad inviare tecnici militari nell’Unione Sovietica che, in cambio, permetteva loro di testare e fabbricare armi che non erano abilitati a produrre in patria, a causa del blocco deciso a Versailles[3]. In quegli anni si avviò dunque un’intensa attività diplomatica sull’asse Berlino-Mosca, tanto che la Reichswehr[4] disponeva allora addirittura d’un proprio ufficio nella capitale russa, il Zentrale Moskau, che spesso conduceva le trattative sormontando persino l’ambasciata tedesca stessa[5].

Non mancarono tuttavia delle tensioni fra i due paesi, esemplare è l’incidente navale del 1921, quando i sovietici condannarono l’ingresso non autorizzato di navi tedesche nelle acque territoriali russe nella regione di Murmansk, sul golfo di Kola[6]. A ciò si aggiunsero alcune provocazioni e fraintendimenti diplomatici, a dimostrazione della precarietà di cui viveva l’alleanza fra i due paesi, tenuti insieme più dalla necessità contingente che dall’intenzione di costruire un rapporto duraturo in funzione geopolitica.

L’isolamento e la diffidenza internazionale che regnarono attorno alle due nazioni, fino al 1926 (anno d’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni), ebbero dunque il risultato di avvicinare Mosca e Berlino, con la piena coscienza, da ambo le parti, che i due paesi avessero da trarre vantaggio da una loro sempre più assidua relazione. Se da parte sovietica non vi erano dubbi alcuni su questa stretta relazione, sia per motivi ideologici (era forte allora la speranza in un’imminente rivoluzione in Germania, motivo che, tra l’altro, provocò alcuni imbarazzi diplomatici) che per motivi (geo)politici, in Germania invece andava profilandosi uno scontro interno alle alte sfere del potere. Tra alti e bassi, duri furono gli scontri tra il ministero degli affari esteri e il Zentrale Moskau, quest’ultimo orientato a stringere accordi, soprattutto a carattere militare, senza prendere in considerazione la posizione politica del governo tedesco. A tale indecisione a livello politico non sembrava corrispondere il sentimento popolare, pare infatti che durante la carestia del ’21 che colpì l’Unione Sovietica, i tedeschi risposero alle richieste d’aiuto da parte russa con numerosi comitati di volontari istituiti nell’intero paese[6].  Tuttavia, anche dopo l’insediamento alla cancelleria da parte di Stresemann (inizialmente piuttosto freddo sulle relazioni tedesco-sovietiche), i rapporti continuarono in maniera piuttosto continuativa. Nel frattempo però la Germania cercava di reinserirsi nel sistema di alleanze occidentale, cercando di scavalcare lo scetticismo, favorita in questo dalla volontà anglosassone di portare la Repubblica di Weimar in un sistema (inizialmente) difensivo, diretto contro l’Unione Sovietica. La carta giocata dall’Unione sovietica per controbilanciare l’avvicinamento della Germania all’occidente, fu, come mezzo secolo prima, l’avvicinamento alla Francia, che però rimase solo una velata minaccia, almeno fino a quando non fu strettamente necessario, visto l’allontanarsi effettivo dei tedeschi dallo “spirito di Rapallo”. Priorità della Germania tuttavia, motivo per il quale la rottura con l’Unione Sovietica non fu mai totale, era quella di assicurarsi che la Polonia rientrasse all’interno dei suoi “confini etnografici”, missione per la quale, per ovvi motivi storici e soprattutto geografici, era indispensabile il confronto con i russi. Fu lo stesso Stresemann a dichiarare, nel 1924: “[…]Le nostre relazioni con la Russia rivestiranno sempre un’estrema importanza per noi, economicamente e politicamente. Ogni azione della Società delle Nazioni, che fosse diretta contro la Russia e fosse vincolante anche per noi, sarebbe un fardello molto più pesante per noi che per ogni altro paese.”[7], tale dichiarazione risale al periodo di trattative del cancellierato con Ginevra, per l’ingresso della Germania nella società delle Nazioni; una scelta che a Mosca veniva vista come un’aperta sfida. In realtà il barcamenarsi fra occidente e oriente rientrava nella peculiarità dell’accerchiamento e strozzamento geografico cui, dalla pace di Versailles, la Germania era sottoposta. Non poteva in ogni caso non destare preoccupazione a Mosca l’avvicinamento che andava a profilarsi, e che infatti portò al successivo trattato di Locarno, con il quale la Germania venne (momentaneamente) recuperata al sistema occidentale. Era infatti diffusa nel PCUS la convinzione che la Società delle Nazioni non fosse altro che una “Santa Alleanza” diretta ad aggredire ed accerchiare l’Unione Sovietica. Per questo, intorno al ’24, i rapporti tedesco-sovietici, pur rimanendo piuttosto stabili, cominciarono a farsi più freddi.

 

 

* Marco Zenoni è laureato in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia

 

 

[1] Tale divieto fu introdotto dalla pace di Parigi del 1856, successiva alla guerra di Crimea (1853-56).
[2] Cfr. Rasianovski V. Nicholas, “Storia della Russia, dalle origini ai giorni nostri”, Tascabili Bompiani, XIII edizione, 2010; p. 389
[3]http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/29/1922_CONFERENZA_GENOVA_COMMEDIA_DEGLI_co_9_120329052.shtml
[4] Il nome dato alle forze armate fra il 1919 e il 1935.
[5] Cfr. Carr E. H. Il socialismo in un solo paese, parte II: La politica estera (1924-1926), Einaudi, 1969 p.p. 46-47
[6] Cfr. Master Thesis Soviet-German relations in the interwar period – Södertörns högskola University College (http://www.abstracts.dobrota.biz/library/6/6813-8.php)
[7] Ibidem
[7] Cfr. Carr E. H. Il socialismo in un solo paese, parte II: La politica estera (1924-1926), Einaudi, 1969 p.64

 

 

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