Jack London, L’inaudita invasione, ObarraO, Milano 2012
 
Molti lettori ricorderanno la celebre sentenza di Napoleone in base alla quale quando la Cina si sarebbe risvegliata, l’intero pianeta avrebbe cominciato a tremare. Eravamo nel 1816 e l’intraprendente condottiero di Francia non poteva ancora sapere quello che di lì a breve sarebbe successo nel vasto Paese orientale. Con l’inizio della prima guerra dell’oppio prese ufficialmente il via un periodo che i cinesi ancora oggi ricordano emblematicamente come il “secolo delle umiliazioni”. Tra il 1839 ed il 1949 in Cina si sono succedute, una dietro l’altra, decine di guerre, scontri, invasioni e occupazioni militari. Ancora oggi i massimi dirigenti politici della Cina comunista invitano i giovani a studiare a fondo quel periodo e a non dimenticare le vessazioni subite per mano occidentale e per mano giapponese. Tutto ciò non risponde soltanto ai criteri di una semplice formula celebrativa finalizzata a rivivificare un sentimento nazionale al quale il Partito Comunista Cinese sembra comunque voler fare ancora più riferimento che in passato; si tratta piuttosto, e soprattutto, di insegnare alle più giovani generazioni il dovere di non trascurare le sofferenze dei padri, di considerare il sacrificio degli antenati come il primo e più importante strato cementizio nelle fondamenta del trionfo economico della Cina: impossibile da rimuovere o da relegare nel cassetto dei ricordi.

Oggi, in Italia, vi sono almeno due o tre quotidiani di rilievo che, appena possono, sfruttano sempre l’occasione per imputare alla Repubblica Popolare Cinese un presunto deficit democratico. I diritti umani, come ha ricordato l’ex presidente Jiang Zemin nel 1997, sono divenuti col tempo un’arma geopolitica, uno strumento di ingerenza negli affari interni di tutti quei Paesi in via di sviluppo accusati dall’Occidente di sottoporre, a vario livello, le proprie popolazioni a restrizioni e a censure nella sfera della libertà personale e dei diritti dell’individuo. È una vecchia storia che, a partire dalla retorica illuminista a riguardo del “buon selvaggio” e del “cosmopolitismo giuridico”, ha trasformato il relativo e provvisorio primato tecnologico ed industriale occidentale in un criterio universalmente valido a stabilire, indiscutibilmente, la presunta superiorità dei Paesi dell’Europa occidentale e del Nord America rispetto al resto del mondo. La fine dello scontro interimperialistico moderno in Europa, durato per tutto il XIX secolo sino al 1945, ha sancito il trionfo del modello politico-giuridico anglosassone su quello continentale, rappresentato dagli Imperi Centrali e da ciò che ne era rimasto dopo la ratifica del Trattato di Versailles, con tutto ciò che ne conseguì in termini geopolitici ed economici.

Fu così la Guerra Fredda a riportare in auge la vecchia retorica coloniale della missione civilizzatrice come “fardello dell’uomo bianco” (Rudyard Kipling), adattandola ad uno scontro del tutto inedito, dove l’ipotetica minaccia alla civiltà occidentale in passato tratteggiata attraverso la tenebrosa figura dell’“orda asiatica”, allora poteva materializzarsi nel “blocco sovietico”: un mostro disumano, una piovra con la testa di Stalin, un Moloch pronto a inghiottire l’Europa e il mondo intero. Così prese il via il maccartismo, un meccanismo propagandistico che mescolava indistintamente la vecchia russofobia del passato con un feroce anticomunismo di cui gli Stati Uniti avevano estremamente bisogno, specialmente dopo la rivoluzione cinese del 1949, per non perdere completamente il controllo sul Rimland eurasiatico rivendicato dal geopolitologo Nicholas Spykman nel 1942 all’interno del suo più celebre testo, America’s Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power.

L’inaudita invasione che Jack London immagina nel 1910 è l’incredibile epilogo di un processo (fanta)storico capace di prefigurare scenari apocalittici assolutamente inaspettati nel XX secolo. L’autore, un giornalista nordamericano inviato in Corea per seguire da vicino la clamorosa sconfitta che la Russia zarista avrebbe rimediato dal Giappone nella guerra del 1904-05, aveva visto con i suoi occhi emergere un nuovo spirito nel continente asiatico, una nuova consapevolezza in base alla quale anche l’uomo orientale poteva dimostrare di saper competere con i Paesi tecnologicamente e militarmente più avanzati dell’Occidente, dopo secoli di torpore e di chiusura. Complice anche il clima culturale del suo tempo, London e i suoi contemporanei anglofoni presero evidentemente un abbaglio nel considerare la Russia zarista nelle vesti di un Paese europeo, o addirittura occidentale, piuttosto che nella sua più congeniale configurazione di “subcontinente eurasiatico” sui generis, non pienamente riconducibile tanto all’Occidente quanto all’Oriente, come già messo in luce dal bizantinista Konstantin Leont’ev durante la seconda metà del XIX secolo. Questa prima svista costò molto cara all’analisi dell’autore statunitense, poiché lo portò in primo luogo a sopravvalutare la capacità di maturazione di un Giappone che in pochi anni avrebbe dimostrato di trovarsi anni luce distante da quel supposto spirito di cooperazione con gli altri popoli dell’Estremo Oriente, ed in secondo luogo a sottovalutare le spinte rivoluzionarie che dal 1905 avevano cominciato a scardinare la monarchia zarista in Russia. Col senno di poi è tutto più facile e il fatto di aver pubblicato questo vero e proprio racconto fanta-geopolitico alcuni anni prima della Rivoluzione d’Ottobre ne rende il quadro della narrazione più distante dal corso effettivo della storia.

Tuttavia, come ben evidenziato nella prefazione di Diego Angelo Bertozzi, lo spaventoso parallelismo tra la mentalità tardo-coloniale di inizio Novecento e il paradigma fukuyamiano dell’“ultimo uomo” lascia esterrefatti. London non soltanto prevede per la Cina un inaspettato secolo di crescita economica e demografica capace di portarla a minacciare e ad umiliare il primato dell’Occidente, ma prefigura il concetto di WMD, arma di distruzione di massa, trentacinque anni prima dell’orribile bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki. E fu proprio la conclusione della Seconda Guerra Mondiale in Asia a mettere almeno in parte la storia reale sui binari presagiti da London, con il Giappone costretto praticamente in ginocchio dall’impressionante macchina bellica degli Stati Uniti e con una Cina vittoriosa sul piano esterno ma ancora nel subbuglio della guerra civile sul piano interno, proprio come London l’aveva vista negli anni del suo viaggio in Oriente. Gli ingegneri e i tecnici stranieri che avrebbero innescato la modernizzazione cinese non sarebbero dunque mai arrivati da Tokyo, come riteneva l’autore, bensì da Mosca, dove la strategia sovietica di stabilire un piano internazionale di sviluppo dell’Asia e dell’Africa stava scalzando tutti i residui del vecchio ordine coloniale.

Oggi la Cina è indubbiamente temuta ed indicata da diversi strati delle popolazioni occidentali come un pericolo, una minaccia o una bomba pronta ad esplodere. La propaganda di moltissimi rotocalchi continua a seminare panico ed odio nel mondo occidentale, fabbricando senza sosta una serie di motivazioni ideologiche, economiche, culturali e sociali in base alle quali ogni fazione politica può trovare il suo cavallo di battaglia preferito e scagliarlo nel mare delle accuse contro la Repubblica Popolare. Guerra alla Cina. L’inaudita invasione, al di là del suo carattere fanta-storico, dovrebbe dunque aiutare a riflettere e a ripensare il nostro pianeta in modo diverso, a capire i meccanismi di una multipolarità per troppo tempo bloccata e umiliata dalla logica dello “scontro di civiltà” e dall’arroganza delle variopinte “coalizioni di volenterosi” messe in piedi dalle potenze occidentali per arginare, in modo innaturale ed iniquo, il fiume della storia.

 

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