L’annessione della Crimea da parte della Russia rievoca la delicatissima posizione della Turchia durante la guerra fredda, dato che oggi come ieri si trova a fronteggiare situazioni complesse su più fronti.
Impegnata, nel confine meridionale, nella guerra civile siriana in cui sostiene i ribelli contro il governo di Damasco, a nord la Turchia deve affrontare la questione della Crimea e della minoranza dei Tatari che non ha ancora dimenticato il trattamento ricevuto dai russi in passato, accusati da Stalin di collaborazionismo con la Germania nazista.
La Crimea, oggi, ritorna sotto l’ala protettrice della Madre Russia dopo essere stata ceduta dall’Impero ottomano a quello russo nel 1774 nell’ambito del Trattato di Küçük Kaynarca e data in dono nel 1954 all’Ucraina da un poco sobrio Nikita Kruscev, anche se rimaneva comunque ben salda all’interno dell’orbita dell’Unione Sovietica.

Oggi il referendum e la conseguente annessione della Crimea da parte della Russia, ridimensiona le ambizioni strategiche dello Stato turco nella regione, che si proponeva di rivitalizzare il patrimonio culturale e storico del Khanato tataro di Crimea, esistito dal 1441 al 1783, il più duraturo tra quelli che succedettero l’impero del Khanato dell’Orda d’Oro. L’Agenzia per la Cooperazione ed il Coordinamento della Turchia (TIKA) ha cercato di rendere l’eredità dei tatari musulmani più visibile ripristinando, per esempio, i reperti storici di Zincirli madrasse e Haci Gray Inn e rinnovando la Kirim Tatar National School. La Turchia attraverso l’azione del ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu ha cercato di sviluppare relazioni strategiche con l’Ucraina, cercando di tessere le proprie reti in Crimea con il consenso degli ucraini[1]. Tali iniziative sono il frutto dell’ambiziosa dottrina della “profondità strategica” turca ideata da Davutoğlu, attraverso la quale mirava a consolidare l’influenza di Ankara dal Marocco all’Indonesia, facendo leva su due direttrici di carattere etnico e confessionale: quella “panturca” e quella “panislamica”[2].
Ma l’annessione della Crimea da parte della Russia pone la Turchia di fronte ad una situazione complessa ed imprevista che richiede un’attenta gestione diplomatica e politica, in un momento in cui Erdoğan sta combattendo una battaglia interna contro i suoi nemici politici che assume sempre di più i contorni di una resa dei conti. Ma la Turchia non può permettersi di trascurare la questione della Crimea seppur l’eventualità che Ankara possa influenzare il corso degli eventi appare piuttosto remota. Gli interventi di Davutoğlu in merito alla questione riflettono l’ambivalenza turca nei confronti della Russia, una superpotenza che Ankara non può permettersi di inimicarsi senza mettere a rischio la propria sicurezza strategica ed i propri interessi economici.
Se da un lato, dunque, la diplomazia turca afferma l’imprescindibilità dell’integrità territoriale della Crimea all’interno dello Stato ucraino e per questo Davutoğlu sottolinea il fatto che Ankara non accetti i risultati del referendum di Crimea, non si esime però dall’adottare una linea cauta e conciliante: “La Turchia è vicina dell’Ucraina e della Russia. Allo stesso tempo, ha un collegamento marittimo diretto con la Crimea. Pertanto è chiaro che sentiamo la situazione con maggiore preoccupazione rispetto a qualsiasi altro paese e per questo dovremo agire attraverso una diplomazia strategica”, ha affermato il ministro degli Esteri.
È per questo, dunque, che nonostante la sottolineatura della collocazione peculiare della Turchia in questa crisi, Davutoğlu ha segnalato che piuttosto di affrontare la questione bilateralmente con Mosca, Ankara dovrebbe condurre strette e continue consultazioni con i suoi partner dell’Unione europea e con suoi alleati della NATO, dimostrando che quando si parla di crisi internazionali, specie se contrappongono la Russia all’Occidente, la Turchia è pronta, oggi come ieri, a giocare la propria partita al fianco dei suoi tradizionali alleati.

Ma imbastire una strategia diplomatica che si basi su una qualche pretesa di integrità territoriale dell’Ucraina può rivelarsi un boomerang e lo sanno bene ad Ankara da quando nel 2008 Vladimir Putin dichiarò che l’allora riconoscimento unilaterale del Kosovo senza alcuna previa decisione delle Nazioni Unite, avrebbe costituito un pericoloso precedente. Allora, dopo il riconoscimento da parte degli Stati Uniti, la prima diplomazia ad aver presentato la propria richiesta di accreditamento al primo ministro del Kosovo fu il rappresentante della Turchia. È per questo che ogni argomentazione di Ankara relativa a qualsiasi forma di integrità territoriale appare inconsistente dalle parti di Mosca[3].

Alla Turchia non rimane altra possibilità che rimanere in una posizione di attesa di fronte al braccio di ferro tra Washington, Bruxelles e Mosca, cercando di lasciare il più possibile fuori dalla disputa diplomatica la partnership economica che la lega alla Russia; è anche per questo che Erdoğan ha preferito non agire unilateralmente nella vicenda.
Dati gli interessi in gioco e l’impossibilità di incidere sugli eventi, la Turchia è dunque tra i paesi che più hanno da perdere dalla crisi internazionale scaturita dall’annessione della Crimea da parte della Russia. Mustafa Abduljamil, leader del Movimento Nazionale tatari di Crimea, ha parlato di un altro potenziale pericolo che potrebbe derivare dall’annessione della Crimea: la minaccia jihadista. “Abbiamo tra noi salafiti, wahabiti e le organizzazioni che hanno combattuto in Siria – ha affermato Abduljamil – . Mi dicono che il nemico è ora sulla loro terra e che sono pronti a confrontarsi con loro. Noi non possiamo fermare coloro che vogliono morire con dignità”. La Crimea potrebbe essere oggi più appetibile da quanti vedono nella Russia il principale sostenitore del regime di Bashar al-Assad e la possibilità che la Crimea divenga il terreno di tale scontro preoccupa quei tartari che, come Abduljamil, preferiscono la resistenza non violenta

Un rappresentante tataro dell’Assemblea Nazionale della Crimea ha dichiarato: “Sì, ci sono tartari che combattono in Siria e che potrebbero tornare. Siamo preoccupati”.

Tra la Crimea e la Siria
Da una crisi internazionale all’altra, dalla Crimea alla Siria il percorso è breve e la Turchia è giusto in mezzo a due tempeste che rischiano di travolgere Erdoğan.
I rapporti tra Turchia e Siria da quando il partito AKP era salito al potere avevano intrapreso un graduale processo distensivo da cui erano scaturiti importanti accordi economici, l’abolizione delle imposte doganali e l’applicazione di incentivi bilaterali. Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi nel 2009, anno in cui era stata stabilita la libera circolazione di cittadini tra i due paesi, ha raggiunto i 4 miliardi di dollari.

Ma quando la guerra civile ha cominciato a prendere piede in Siria, ad Ankara credevano che il vento della “primavera araba” presto avrebbe spazzato via il regime baathista di Bashar al-Assad, ma il governo turco ha sottovalutato le trame che rendono la Siria un campo di battaglia in cui si scontrano contrapposti interessi tra contrapposte potenze, come Stati Uniti e Russia. È per questo che Erdoğan non ha esitato a gettare all’aria gli sforzi ed i risultati ottenuti nel corso degli anni con il vicino siriano per fornire il proprio sostegno ai “ribelli” siriani, alleandosi di fatto con il Qatar, l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico.

“La Turchia non si fida più del regime del presidente siriano Bashar al-Assad, che prosegue nella sua sanguinosa repressione delle manifestazioni di protesta. Non abbiamo più fiducia”, ha affermato il Presidente turco Abdullah Gül in occasione della “Conferenza per la liberazione nazionale della Siria”, ospitata dalla Turchia nell’estate del 2011.
In seguito a tale inversione di rotta il confine meridionale che separa la Turchia dalla Siria diviene un gigantesco campo di addestramento per una miriade di gruppi islamici provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia. Dotati di passaporto falso, combattenti armati e finanziati soprattutto da Arabia Saudita e Qatar, sono affluiti nelle province turche di Adana e Hatay al confine con la Siria, dove la CIA ha aperto dei centri di formazione militare. Ma mantenere il controllo del confine con la Siria si è rivelato impossibile. “Non si può essere sicuri che tutti coloro che provengono o sono diretti verso la Siria, attraverso la Turchia, siano tutti siriani. Molti arrivano senza documenti, e nessuno sa chi sono veramente – ha riferito in un’intervista per Al-Monitor, Cihat Açikalin, un avvocato penalista della provincia di Hatay -. Il governo ha aumentato il numero di pattuglie alla frontiera, ma una volta che le regole sono state infrante, non è più possibile per loro riparare completamente. L’iniziale allentamento dei controlli alla frontiera ha incoraggiato molti ad intraprendere il business del contrabbando. Il conflitto siriano ha creato una vera e propria classe imprenditoriale che non vuole che lo Stato adesso incrementi i controlli al confine. Resistono”, ha affermato Açikalin.

I turchi, specie chi vive al confine con la Siria, cominciano a manifestare apertamente la loro preoccupazione per l’evolversi della situazione e per il sostegno della Turchia all’Esercito siriano libero di Jaysh al-Islam, meglio conosciuto come Fronte Islamico, la nuova coalizione che si è formata nel mese di novembre e che si compone di una varietà di gruppi islamici.

La tensione tra Turchia e Siria ha infiammato un dibattito interno in Turchia, già acceso, specialmente in seguito alla vicenda del caccia RF-4E Phantom turco abbattuto dalla contraerea dopo aver violato lo spazio aereo siriano, nel 2012.
In quell’occasione 129 deputati hanno espresso la propria contrarietà alla guerra, mentre migliaia di dimostranti sono scesi in piazza inneggiando allo slogan “No all’intervento imperialista in Siria”. Da allora Erdoğan è stato investito da un effetto domino che ha visto acuire l’irrisolta “questione curda” ed il malumore sotterraneo tra le forze armate e parte della magistratura. Così come è avvenuto per le componenti più nazionaliste, “laiche” e conservatrici della società , che – come le forze armate e parte della magistratura – rifiutano di accettare ogni provvedimento di apparente islamizzazione, in ambito economico oltreché politico, come la scelta di Erdoğan di potenziare il sistema bancario di impronta islamica concedendo nuove licenze e aprendo alla finanza islamica anche le banche a partecipazione statale. La rottura delle relazioni con la Siria e l’isolamento regionale scaturito dalla recente politica aggressiva di Erdoğan, ha poi ampiamente contribuito al forte rallentamento della crescita economica della Turchia che è passata dal 9 al 2,2%. Tale crescita, per di più, è caratterizzata da privatizzazioni e da una febbre edilizia che ha coperto di cemento anche le aree boschive del Bosforo e delle regioni più interne[4].

Ma ai nemici interni di Erdoğan, si aggiungono anche gli alleati tradizionali della Turchia, infatti la sistemazione dei missili NATO a Malatya e la posizione sulla Siria, non hanno garantito al primo ministro turco il sostegno dell’Occidente, che vede nell’opposizione kemalista del CHP e di Fetullah Gülen, il ruolo di interlocutore negli ambienti atlantisti, un alleato ideale per esautorare quell’Islam politico, il c.d. “islamismo legittimo” che in Turchia ha cercato di apportare un cambiamento sociale non gradito[6].

Le elezioni amministrative del 30 marzo in Turchia, saranno un banco di prova molto importante ed Erdoğan lo sa bene, dato che ha avviato una campagna mediatica di stampo nazionalista volta ad accusare chi cerca di estrometterlo dal potere, di tramare contro la Nazione. Nell’ordine di queste idee potrebbe rientrare l’abbattimento di un MiG-23 siriano da parte di un F-16 turco, avvenuto il 24 marzo, che secondo lo stato maggiore turco aveva violato lo spazio aereo di quest’ultimo di un quarto di miglio, salvo poi precipitare in territorio siriano. La decisione di abbattere l’aereo siriano ha tutte le caratteristiche di una scelta politica a ridosso delle elezioni del 30 marzo, dopo che lo scandalo corruzione e le intercettazioni pubblicate hanno investito il governo ed Erdoğan in risposta ha deciso di rendere inaccessibile la piattaforma social “Twitter”: “Un altro assassino ha violato il nostro spazio aereo, poi cos’è successo? – ha chiosato Erdoğan in un comizio elettorale il 24 marzo – La nostra forza aerea l’ha abbattuto”[5]. Ma Erdoğan non sembra rendersi conto che dare un’accezione politica ad un’operazione militare di propaganda, rischia di oscurare persino il più visibile successo degli 11 anni di governo dell’AKP, quello di aver ridimensionato l’influenza dei militari sulla politica.
L’estremo tentativo di recuperare i consensi dei nazionalisti e dei conservatori sunniti nell’intento di allontanare un epilogo che sembra già scritto.

* Roberto Asaro è laureando nel corso di Studi Internazionali della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, dell’’Università degli Studi di Firenze; osservatore delle dinamiche interne dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum ed alle reciproche relazioni.

NOTE
[1] Fehim Taştekin, “Turchia also a loser in Crimea”; “Al-Monitor”; 18 marzo 2014.
[2] Giacomo Gabellini, “Il vicolo cieco di Erdogan”. “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”; 19 giugno 2013.
[3] Semih Idiz, “Turkey faces ‘geography’s revenge’ in Crimea”. “Al-Monitor”; 21 marzo 2014.
[4] Giacomo Gabellini, “Il vicolo cieco di Erdogan”. “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”; 19 giugno 2013.
[5] Fehim Taştekin, “Turkey shoots down Syrian plane as elections heat up”; “Al-Monitor”; 23 marzo 2014.
[6] Aldo Braccio, “I dubbi della Turchia e gli interrogativi delle elezioni di marzo”; “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”; 21 febbraio 2014.

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