Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’elezione alla presidenza di Boris Eltsin trascina la politica estera russa in una fase di stallo, se non di decadenza, che in breve tempo rimette in discussione completamente l’assetto geopolitico dello spazio imperiale divenuto nel frattempo ex-sovietico. Le relazioni con Washington, più che placarsi, sembrano divenire in quegli anni a dir poco accondiscendenti. Alle provocazioni geopolitiche degli Stati Uniti che, a seguito della ritirata sovietica, si portano ad accerchiare l’ex-superpotenza, Mosca non risponde.

Sono anni durissimi anche per l’economia che, una volta perso il monopolio statale e il principio della pianificazione, viene piegata al saccheggio e al profitto privato di pochi uomini, che in breve tempo arriveranno a mettere le mani sui gioielli pubblici a prezzi scontati, arricchendosi così di denaro e potere.

Sono anni dunque in cui la politica estera è pressoché inesistente, e i rapporti con la Germania non possono che risentirne. Nonostante ciò, il crollo del muro di Berlino e la riunificazione tedesca, con l’assorbimento della Repubblica Democratica nella Germania dell’Ovest, obbligano i due Stati a confrontarsi. Finalmente si può procedere alla costruzione di un’Unione Europea più efficiente, dal punto di vista euro-atlantico, che, oltre ad allargare i propri confini nello spazio ex-sovietico, può avvicinare la nuova Russia alla stessa struttura, a condizioni tuttavia a dir poco umilianti per una tradizione secolare come quella dello Stato russo. Il tentativo di occidentalizzare la Russia per introdurlo nell’architettura europea che va consolidandosi, portato avanti in particolare da Helmut Kohl (cancelliere tedesco dal 1982 al 1998), parve avere un discreto successo, almeno fino al crollo definitivo di Eltsin, e la scalata di Evjenij Primakov prima e Vladimir Putin poi, che cambiano le carte in tavola, rimettendo in sesto alcuni equilibri e tentando di riguadagnare le posizioni geopolitiche gettate al vento negli anni della disastrosa politica postsovietica. La Germania, tuttavia, si mostra sin da subito piuttosto cauta, esempio ne è il rifiuto di introdurre l’Ucraina nella NATO, considerato un affronto sin troppo pesante all’orso dormiente [1].

Con il crollo dell’Unione Sovietica, tuttavia, non si giunge all’ottimistica “fine della storia” fin troppo frettolosamente decantata da numerosi pensatori occidentali. In realtà si apre la fase dell’unipolarismo statunitense, che avrà il suo apice negli interventi militari unilaterali a cui nessuno oserà rispondere (salvo Cina e Russia in occasione dell’aggressione ai danni della Jugoslavia). L’era dell’unipolarismo, tuttavia, assume ben presto la sua fase calante, e il ritiro progressivo dell’imperialismo americano, in particolar modo dal mediterraneo, apre nuovi spazi di manovra, grazie alla frattura multipolare in via d’assestamento (i BRICS ne sono un esempio attualissimo). In tali spazi sembra muoversi anche Berlino (a differenza di Parigi e Roma), seppur con estrema cautela. In particolar modo la frattura geopolitica ha il vantaggio di offrire una limitata, ma senz’altro più grande rispetto al passato, libertà geoeconomica. Così, lentamente, comincia a ricostruirsi un partenariato strategico, anche se soprattutto economico, fra Berlino e Mosca. Ad oggi sono 6.000 le imprese tedesche in territorio russo. Esemplificativa di tale alleanza, è l’istituzione dell’Eurasia Rail Logistic, attraverso la quale i tedeschi iniziano una modernizzazione strategica delle linee ferroviarie russe (con la realizzazione di linee ad alta velocità e soprattutto la modernizzazione della transiberiana (una linea da sempre considerata strategica per l’alleanza eurasiatica) [2]. L’alleanza sembra insomma andare in via di definizione, e questa volta in senso strategico. Si tratta tuttavia di un percorso a tappe, che ha il suo apice negli anni della cancelleria di Gerhard Fritz Kurt Schröder (1998-2005).

 

 

Schröder – Putin: “Eine Strategische Partnerschaft”

Con Schröder vengono poste le basi per un’intesa strategica ed energetica fra le due potenze continentali. Appare sin da subito chiaro che il fulcro dell’alleanza che si va componendo è senz’altro l’amicizia personale fra i due capi di Stato, ed è su di loro che l’asse orizzontale si incentra, progredendo a vista d’occhio, sia sull’intesa energetica e su quella strettamente economica. Si può parlare, a tal proposito, di una verticalizzazione tra i due uomini. Tra questi si verificavano consultazioni annuali sin dal 1998 (data d’insediamento di Schröder alla cancelleria). La profonda amicizia tra i due appare incontestabile. Nel 2004, un giornalista televisivo chiede provocatoriamente al Cancelliere: “Putin è un democratico esemplare?”, domanda a cui il tedesco risponde con un altrettanto provocatorio “Esattamente così” [3]. L’appoggio all’amico russo non tarderà ad arrivare nemmeno nell’affare Khodorkovsky. Certo, l’amicizia personale non era fine a se stessa, ma muoveva da alcune condizioni che il cancelliere aveva correttamente valutato come necessariamente sfocianti in una partnership speciale con la Russia. Innanzitutto il mercato russo, con la stabilità politica portata da Putin, cominciava a diventare seriamente uno dei mercati più appetibili del mondo, proprio nel momento in cui la Germania, di contro, registrava un brusco aumento del deficit, a ciò si aggiungevano motivazioni geopolitiche: in quegli anni cominciavano a porsi le basi per una pur lieve frattura nei rapporti con gli Stati Uniti, dovuti alla necessità economica della Germania di espandere autonomamente la propria influenza politica ed economica, indipendentemente dal consenso di Washington; la Russia inoltre rappresentava un partner con cui era inevitabile confrontarsi nell’ottica di una stabilizzazione della situazione nella regione balcanica, che nel frattempo si era fatta a dir poco calda; infine, l’alleanza con la Russia poteva servire alla Germania anche per avere un fedele alleato nella battaglia che quest’ultima intendeva muovere all’interno dell’ONU, ritenendo ormai illogico e fuori dalla storia la mancanza di un seggio permanente in sede del consiglio di sicurezza per quella che era ed è una delle più grandi potenze economiche e politiche del mondo [4]. Nel 2000 l’integrazione economica, già avviata da qualche anno, trova il suo pieno rafforzamento nell’istituzione della Task Force for strategic issues of economic and financial cooperation [5]. Per quel periodo dunque, può avere un senso parlare di un appoggio incondizionato della Germania nei confronti del regime russo. Di contro, se fra i due governi l’intesa è totale, nella politica tedesca comincia a farsi strada un certo malcontento. Le critiche giungono soprattutto dall’opposizione guidata dalla CDU (la socialdemocrazia era al governo con i verdi). Il sostegno, che tuttavia non manca, viene grazie agli enormi interessi finanziari ed economici. Nel 2004 lo scambio fra i due paesi raggiunge la cifra record di 24 miliardi di dollari, avvicinando la Germania a Bielorussia e Ucraina, e distanziandola nettamente dagli altri paesi europei, a dimostrazione della relazione speciale intercorrente fra i due paesi all’interno del continente eurasiatico. A suggellare l’amicizia, nel 2006, vi è la cessione da parte tedesca alla Russia della presidenza del G8 [6].

Nel 2001 Vladimir Putin tiene un discorso al Reichstag davanti a tutti i parlamentari tedeschi. In quell’occasione viene suggerita da quest’ultimo l’ipotesi di una collaborazione con l’Unione europea per la gestione comune delle risorse energetiche siberiane. Una proposta che Schröder coglie, più degli altri parlamentari, nella sua portata rivoluzionaria, pur non riuscendo a sviluppare il progetto. Qualche anno dopo il cancelliere tedesco avanzerà a sua volta la proposta di uno spazio comune economico tra l’Unione Europea e la Russia, al fine di porre le basi per un’integrazione di lunga data, sul modello della CECA europea, che contribuì nel dopoguerra a sanare lo scontro storico fra Francia e Germania. Entrambe le proposte tuttavia, cadranno nel dimenticatoio, convertite in forme di collaborazione più blande o comunque più specifiche: è il caso ad esempio del North Stream, progetto che cominciò a farsi strada nel 2005.

Il fattore energetico, come già detto, sarà infatti il punto cardine su cui si costruirà l’asse Berlino-Mosca, che andrà di conseguenza ad indebolire l’amicizia tedesca con Washington (il cui picco negativo si verificherà nel 2003, in occasione della guerra statunitense in Iraq). Nel 2009 l’Europa dipendeva per ¼ dalla Russia, per quanto riguarda il fabbisogno di gas (oggi è ancora più dipendente dalla produzione russa)[7]. Questo, naturalmente, valeva soprattutto per la Germania, un’economia in forte espansione anche grazie al cinico districarsi nella struttura dell’eurozona. Per quanto riguarda la politica energetica dunque, Germania e Stati Uniti avevano, ed hanno, una visione totalmente diversa, quasi incompatibile. L’interesse statunitense infatti, che non coincide con quello europeo, è sempre stato quello di estromettere la Russia, per quanto più possibile, dal rifornimento di gas all’Europa. In tale ottica va letto anche il tentativo di avvicinare l’Ucraina, con un discreto successo iniziale, in modo da tagliare i ponti con l’Europa. A questo scopo nasce il progetto Nord Stream, a seguito di profonda collaborazione con il cancelliere tedesco. Un progetto che verrà contrastato dagli Stati Uniti attraverso la proposta del progetto Nabucco. Mentre infatti il progetto russo-tedesco (gasdotto oggi attivato e funzionante) mirava ad aggirare Ucraina e paesi baltici, evitando così eventuali terremoti geopolitici in quelle aree d’equilibrio precario, il Nabucco avrebbe completamente tagliato fuori la Russia, prelevando il gas dall’Azerbajan (per altro dotata di risorse molto più moderate nel campo). Un progetto che verrà rigettato, successivamente, anche dalla più fredda Angela Merkel. In quest’ottica vanno letti i numerosi appelli statunitensi per la “diversificazione” della domanda di risorse energetiche, appelli puntualmente caduti nel vuoto, dato l’interesse tedesco per l’offerta russa. Naturalmente la tiepida rottura con Washington in campo energetico non fa della Germania un partner strategico della Russia. L’alleanza con gli Stati Uniti e la piena adesione al patto atlantico rimangono fatti incontestabili. La politica estera tedesca è una politica timida, che tende a non tirare troppo la corda, usufruendo degli spazi geopolitici che si aprono, e di cui necessita per l’espansione economica. L’amicizia, tuttavia, continua con una certa costanza, e nel 2003 i due paesi trovano addirittura un accordo per il passaggio delle truppe tedesche attraverso il territorio russo, per raggiungere l’Afghanistan, ove il governo di Berlino si era nel frattempo andato ad impegnare[8]. Si tratta di un accordo senza precedenti, nell’ambito della cooperazione contro il terrorismo; tale concessione, per altro, ha il merito di mettere la Russia sotto un’altra luce nel contesto della questione cecena e della lotta al terrorismo [9].

La grande capacità di Schröder, oltre alla profonda amicizia, stava nell’aver compreso la necessità di fare affari con la Russia passando direttamente per lo Stato, senza cercare di bypassarlo. Un fatto, quest’ultimo, verso il quale l’intransigenza russa sarà dimostrata in occasione del tentativo inglese di fare affari direttamente con gli oligarchi anti-Putin. Un fatto che non verrà facilmente perdonato alla Gran Bretagna. Di contro, il cancelliere tedesco si mostrerà estremamente pragmatico. In occasione di una delle tante cene di lavoro, che egli volle tenere presso la cancelleria, furono invitati alcuni magnati russi (previo consenso del Cremlino), mentre non fu invitato Khodorovsky [10].

 

 

L’asse diplomatico contro l’intervento in Iraq

Per l’intervento statunitense in Iraq, Berlino e Mosca, affiancate da Parigi, costruiscono un asse contingente e con una funzionalità meramente tattica che lavora diplomaticamente per contrastare l’eventualità di una guerra. Un asse che, partito tardi e mai decollato in un fronte con visione strategica, registrerà un grande insuccesso, non riuscendo ad impedire l’intervento e, di conseguenza, a contrastare il proseguimento dell’unipolarismo statunitense. Le tre potenze eurasiatiche mostreranno dunque la loro scarsa maturità geopolitica, pur opponendosi strenuamente in seno al consiglio di sicurezza, tanto che gli Stati Uniti saranno costretti ad intervenire al di fuori del consenso delle Nazioni Unite.

L’evento ha comunque una portata storica, essendo la prima volta in cui la Repubblica Federale Tedesca si oppone strenuamente ad una decisione della casa bianca. Inizialmente, Russia e Germania apportano un’opposizione solitaria, senza cooperare fra di loro. L’1 gennaio del 2003, la Germania acquisisce di diritto un seggio non permanente al consiglio di sicurezza, secondo il metodo rotativo istituito dall’ONU. E’ qui che viene proposta la “soluzione pacifica” che comunque arriva in extremis, a poche settimane dall’intervento statunitense. In tale occasione, comunque, Putin ci terrà a precisare che, nonostante l’opposizione alla guerra, l’intenzione di rompere interamente con Washington non verrà presa in considerazione, né verranno fatti tentativi per romperne l’alleanza con la Germania. In coerenza con queste parole, infatti, il contrasto dell’asse anti-interventista sarà caratterizzato da una notevole timidezza, e l’opposizione sarà presentata come una diversa interpretazione della legalità internazionale, più che come un’opposizione dettata da contrastanti interessi geopolitici. In contrasto, invece, con le stesse parole, vi sarà il tentativo, questa volta più coraggioso, espresso a parole qualche giorno dopo. Oltre a ribadire l’intento di porre il veto in sede del consiglio di sicurezza, con il dichiarato appoggio francese, il presidente russo dichiarerà la propria speranza che l’asse possa dimostrarsi “il primo mattone della costruzione di un mondo multipolare”[11]. Nel marzo dello stesso anno i ministri degli esteri dei tre paesi del “fronte”, Joschka Fischer, Dominique de Villepin e Igor Ivanov, si incontrano a Parigi. Il cinque dello stesso mese elaborano una dichiarazione congiunta: i tre paesi annunciano l’intenzione di operarsi nel massimo delle proprie capacità diplomatiche al fine di bloccare l’iniziativa statunitense, ricorrendo anche, laddove possibile, all’utilizzo del veto. Il 15 marzo, a seguito della rapida escalation che va registrandosi, profilando la guerra quasi come inevitabile, i tre paesi chiedono una riunione d’emergenza del consiglio di sicurezza con l’amministrazione Bush, una proposta rapidamente e freddamente respinta. La decisione è infatti già stata presa. Il 17 marzo l’amministrazione statunitense lancia un ultimatum a Saddam Hussein, il 20 marzo ha ufficialmente inizio la guerra. Per quanto riguarda l’asse, esso non avrà alcun seguito, e si scioglierà successivamente, pur continuando Germania e Russia a collaborare fittamente nel campo economico ed energetico.

 

*Marco Zenoni è laureando in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia





[1] “Germany and Russia: a special relationship” di Alexander Rahr (pdf: http://gees.org/documentos/Documen-02312.pdf)
[2] http://www.eurasia-rivista.org/germania-russia-lalleanza-eurasiatica/16549/
[3] “Russia and Germany: continuity and changes” di Andrei Zagorsky (pdf consultabile online)
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Vd. Limes 2011 – n° 4, “L’asse Berlino-Mosca è più solido che mai”
[7] Vd. Limes 2009 – n° 3, “La nuova Ostpolitik che allarga l’atlantico”
[8] “Russia and Germany: continuity and changes” di Andrei Zagorsky (pdf consultabile online)
[9] “The German-Russian relations: trading democracy for Security and Stability?” – Deutsche-aussenpolitik.de; your gateway to german foreign policy. (pdf consultabile online)
[10] Vd. Limes 2011 – n° 4, “L’asse Berlino-Mosca è più solido che mai”
[11] Cfr. “The German-Russian relations: trading democracy for Security and Stability?” – Deutsche-aussenpolitik.de; your gateway to german foreign policy. P. 18 (pdf consultabile online)

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