Intervista a Alain de Benoist, a cura di Stefano Vernole

Stefano Vernole: Dr. De Benoist, sono passati 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, quale bilancio possiamo trarre oggi da quegli avvenimenti?

Alain de Benoist: La riunificazione delle due Germanie avrebbe potuto essere l’occasione per una sintesi e un superamento dei due sistemi ma purtroppo non è quello a cui abbiamo assistito. La Germania Est è stata assorbita dalla Germania Ovest e lo stesso si può dire per l’Europa orientale e centrale rispetto al resto del continente. Buona parte dei Paesi dell’Est ha aderito all’Unione Europea nonostante la mancanza di sentimenti europei, con l’obiettivo di mettersi sotto la “protezione” della NATO e ponendosi, quindi, sotto l’influenza statunitense. L’Unione Europea già in passato aveva commesso l’errore di voler costruirsi sull’ economia e sul commercio, anziché sulla base della volontà politica e della cultura. Si è costruita l’Europa partendo dall’alto, dall’apparato tecnocratico, piuttosto che dalla realtà delle regioni e dal principio di sussidiarietà.

Stefano Vernole: Dalla sua riposta mi pare di capire che l’allargamento dell’Europa e l’incontro tra i popoli dell’Est e dell’Ovest non abbia prodotto alcuna simbiosi. Può essere che ancora oggi, a causa della differente mentalità, l’Europa Orientale venga considerata una sorta di periferia dell’Unione Europea, riproponendo lo schema storico Nord-Sud del Pianeta (paesi sviluppati-paesi arretrati)?

Alain de Benoist: Sì, ancora nel secolo scorso le analisi che venivano prodotte tendevano a confondere i due piani e si basavano su due assi, quello Nord-Sud e quello Ovest-Est del Pianeta. Ovviamente non si può parlare di simbiosi, perché i popoli dell’Europa Orientale sono passati da un estremo all’altro. Finito il sistema d’influenza sovietico, essi sono stati pressati e poi inghiottiti dal sistema d’influenza nord-americano, assorbendo i lati più negativi dell’Occidente. Inoltre, l’arrivo massiccio dei Paesi dell’Est all’interno dell’Unione Europea ha avuto come risultato paradossale l’indebolimento e non il rafforzamento dell’Europa. Le istituzioni europee, già da tempo deficitarie, invece di creare le condizioni per arrivare ad una vera Europa politica attraverso l’approfondimento, hanno giocato la carta dell’allargamento. Ma l’allargamento ha impedito l’approfondimento. Il Trattato di Strasburgo mette insieme decine di Paesi che non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa idea d’Europa e non si pongono il problema della finalità della costruzione europea, con il risultato generale che l’Europa è a tutt’oggi più bloccata e paralizzata che mai. Bisognerebbe tornare alla storia della costruzione europea per capire che cosa non funziona, ma possiamo concludere che oggi l’Europa è una non-potenza.

Stefano Vernole: Cosa manca secondo lei all’Europa per rendersi autonoma dal controllo che gli Stati Uniti esercitano attraverso la NATO? Non sarebbe ora, approfittando della crisi economica statunitense e delle offerte russe di un nuovo assetto militare europeo, di sganciarsi definitivamente dalla tutela a stelle e strisce? Le difficoltà europee sono di tipo culturale o si può parlare di un vero e proprio tradimento delle sue classi dirigenti, come in occasione dell’aggressione della NATO alla Federazione Jugoslava?

Alain de Benoist: Il realismo obbliga a riconoscere che non esiste attualmente alcuna volontà dell’Europa di rendersi autonoma. Se questa volontà esistesse, l’Europa probabilmente avrebbe i mezzi per raggiungerla. L’Europa potrebbe essere la prima potenza economica a livello mondiale, potrebbe rafforzare la complementarietà assolutamente naturale con la Russia, sia a livello industriale che tecnologico, con ovvie conseguenze sul piano geopolitico. Ma i dirigenti europei, visibilmente, non lo vogliono. Essi ripetono in continuazione che la questione della finalità della costruzione europea non è mai stata posta, perché non vi è accordo tra i vari governi nazionali dell’UE. La loro idea di Europa alternativa è molto semplice: un’Europa commerciale che costituisca un grande mercato transatlantico con gli Stati Uniti, con frontiere ed obiettivi geopolitici molto limitati a livello mondiale, mentre non vogliono un’Europa autonoma e potente che giochi un ruolo quale polo regolatore della globalizzazione. Si tratta di due finalità estremamente differenti e praticamente opposte. Un ruolo negativo nella mancanza di autonomia dell’Europa lo gioca l’ideologia dominante a livello mondiale, cioè la logica del profitto capitalista e sul piano civile l’ideologia dei “diritti umani”. La Francia, che pure manteneva qualche resistenza a queste influenze negative grazie all’eredità di De Gaulle, ha purtroppo cambiato registro in seguito all’ascesa di Nicholas Sarkozy, ed è divenuta grande alleata di Stati Uniti ed Israele, perciò la situazione è peggiore che mai. La Francia, con la Germania, ha giocato storicamente un ruolo motore nella costruzione dell’Europa, ma ora entrambe si trovano sotto l’influenza nordamericana. La Russia ha una posizione attendista, perché si trova in una situazione ambivalente, a causa della politica atlantista dei Paesi dell’Est, che sono un grande mercato per la Germania, mentre i Balcani si trovano sotto l’influenza francese. L’Europa, perciò, si trova oggi in una posizione detestabile.

Stefano Vernole: La caduta del Muro e il successivo crollo dell’Unione Sovietica hanno sicuramente aperto una profonda ferita nell’equilibrio delle relazioni internazionali, al punto che l’attuale capo del governo russo, Vladimir Putin, l’ha definita “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Non ritiene che aldilà della legittima salvaguardia delle differenze culturali locali, solo una logica improntata ai grandi spazi geopolitici possa costituire una reale alternativa alla globalizzazione capitalistica e al caos geopolitico? A quale modello sociale dovrebbe ispirarsi una futura federazione o confederazione eurasiatica?

Alain de Benoist: Noi viviamo in un’epoca postmoderna. L’epoca moderna era l’epoca degli Stati-nazione, che corrispondeva a quella che Carl Schmitt chiamava il secondo nomos della terra, iniziato con la scoperta del “Nuovo Mondo” e con il Trattato di Westfalia e conclusosi con la Seconda Guerra Mondiale. Il terzo nomos ha riguardato il periodo della “Guerra Fredda”, cioè la rivalità americano-sovietica. Oggi, nell’epoca post-moderna, siamo entrati nel quarto nomos i cui protagonisti non sono più gli Stati-nazione, ma le comunità locali, le regioni e i grandi insiemi continentali. Tutto ciò che Carl Schmitt ha scritto sull’idea di Grossraum e dei grandi spazi, corrisponde in maniera considerevole a quanto sta accadendo. Bisogna allora riunire alcuni cardini tradizionali della geopolitica, l’opposizione tra la logica terrestre e quella marittima, l’opposizione tra le potenze continentali e le potenze di mare, abbandonando l’idea della comunanza d’interessi transatlantici e capendo che l’interesse naturale europeo risiede in un’intesa solidari sta continentale eurasiatica. Bisogna poi porre fine al dibattito se la Russia sia o no un nazione europea. Secondo me si tratta di un falso problema. La Russia non è Europa ma è una potenza eurasiatica. Perciò un’idea di grandi spazi non deve prevedere l’annessione della Russia all’Europa né l’annessione dell’Europa alla Russia, ma un’alleanza tra le due in una prospettiva eurasiatica e continentale. La globalizzazione è oggi, in effetti, il soggetto dominante; contrapporsi frontalmente alla globalizzazione non è evidentemente possibile, ma il contenuto della globalizzazione può essere cambiato. Oggi la globalizzazione di tipo finanziario e tecnologico corrisponde all’espansione planetaria dell’aggressività nordamericana e della sola logica del capitale, una logica che ha fatto sì che il mondo divenisse via via più uniforme, attraverso l’abbattimento di tutti gli ostacoli all’espansione del capitale. Che si tratti di frontiere, di culture, di popoli … la diversità viene distrutta e i valori indeboliti. Un’alternativa necessita della creazione di grandi spazi, uno spazio eurasiatico, uno spazio africano, uno spazio mediorientale, uno spazio latino-americano … Si tratta del solo modo di conservare la diversità del pianeta e il solo mezzo di ritornare all’essenza dell’Europa, cioè essere un soggetto che si appropria della propria storia, perché o si è soggetti della propria storia o si diviene oggetti della storia degli altri. Quanto al modello sociale, non si può ancora definire in modo teorico e idealista, è chiaro che quello attuale va cambiato, non nel senso di abolire l’economia ma dando all’economia il posto che merita. Bisogna decolonizzare l’immaginario, cioè bisogna uscire dall’ossessione consumistica e dalla logica della crescita infinita, in quanto non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito, di conseguenza bisogna porre dei limiti e trovare un equilibrio.

Modena, 5 dicembre 2009.


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