A due anni dal Memorandum tra Repubblica Italiana e Repubblica Popolare Cinese[1] (Marzo 2019) e a meno di due mesi (30 Dicembre) dalla firma del quadro CAI[2] (“Comprehensive Agreement on Investment”) tra Repubblica Popolare Cinese e Unione Europea, facciamo un breve punto della situazione.

Gli accordi quadro sugli investimenti ci sono: e gli investimenti? Di certo la pandemia da COVID-19 che ha sconvolto il pianeta non ha facilitato l’afflusso di capitali cinesi nel nostro paese e nel nostro continente, e nemmeno hanno aiutato le indicazioni giunte direttamente da Pechino agli imprenditori cinesi sulla necessità di rimpatriare capitali (nel quadro delle tensioni commerciali globali). Ne stanno facendo le spese gli investimenti cinesi in “soft power” in Occidente – si pensi su tutti al caso Inter, squadra di calcio milanese acquisita dal gruppo cinese Suning con grandi progetti (su tutti un nuovo stadio) e attualmente in vendita. L’irrigidimento di Pechino sul controllo dei flussi dei capitali si sta estrinsecando anche nel maggior controllo politico su Hong Kong e nelle stoccate al multimiliardario dell’informatica Jack Ma – il cui progetto di circuito di sistema di pagamento elettronico Ant (del quale era prevista la poi abortita quotazione[3]) avrebbe drenato enormi capitali dal sistema bancario tradizionale.

Il quadro mondiale e le scelte della Cina

Pechino serra le file per rispondere alla pandemia e ad un quadro globale ormai definitivamente passato dalla cooperazione alla competizione tra aree geoeconomiche. L’atteggiamento della nuova presidenza americana è senz’altro meno assertivo nella retorica e meno diretto negli strumenti, ma non muta nella sostanza: “containment” e successivo “roll back” non solo nei confronti della Repubblica Popolare, ma anche della Repubblica Islamica dell’Iran e del sempiterno “Orso russo”, cui si aggiungono continui interventi intesi a rintuzzare le pur timide aspirazioni di Bruxelles ad un’indipendenza politica[4]. Se non riempiti di effettivi investimenti, gli accordi quadro vanno letti sotto la specie della pura volontà politica: volontà che può andare tanto nella direzione di un loro futuro effettivo compimento, quanto del loro uso strumentale. Sostiene Romano Prodi che sia Pechino sia Bruxelles, con il CAI, hanno voluto segnalare al nuovo inquilino della Casa Bianca che l’epoca delle mosse unilaterali in completo spregio ad alleati e concorrenti deve presto finire, per ritornare ai tavoli negoziali. Più che un matrimonio, un parlare alla nuora europea – o cinese – perché la suocera statunitense intenda: tutto finito dunque, per il commercio e le produzioni cinesi in Europa – e in Italia? Non proprio. Tutto – o molto – ridimensionato, forse. Tutto più oculato e mirato. Maggiore attenzione alla strategicità degli investimenti, per far sì che i rispettivi mercati siano meglio presidiati, i filoni tecnologici meglio coperti, i brevetti più interessanti meglio protetti, le materie prime e le manifatture chiave meglio tutelate.

Le scelte cinesi in Italia

Si prenda l’esempio della logistica: l’ingresso di realtà mitteleuropee nel porto di Trieste come operatori di riferimento[5], sopravanzando quelle cinesi, non significa che queste ultime saranno necessariamente tagliate fuori dallo scalo della “Piccola Vienna sul Mare”, quanto piuttosto che dovranno confrontarsi con importanti investimenti europei. Soprattutto, si guardi alle mosse già in corso: il produttore di autocarri cinese FAW, con una storia che inizia nel 1953 e che oggi conta più di 115.000 dipendenti in oltre 70 paesi, mette sul piatto un importante investimento per la produzione di auto elettriche di lusso in Emilia Romagna, con assunzioni da intraprendere entro la metà del 2021[6]. Si tratta della stessa FAW che assai probabilmente acquisirà la divisione camion della gloriosa IVECO[7]. Come mai tanto interesse per l’Italia? Il nostro paese unisce, ad una felice posizione al centro del Mediterraneo – condivisa dai porti di trasbordo greci, maltesi e nordafricani – una maggiore vicinanza al cuore produttivo continentale della Mitteleuropa e un insieme di competenze produttive e industriali di assoluto rispetto. Abbiamo sì una giustizia civile lentissima, infrastrutture digitali e fisiche non sempre moderne (per quanto in via di potenziamento) e una burocrazia non all’altezza, ma possiamo mettere sul piatto un costo del lavoro meno pesante rispetto alle competenze di qualità reperibili sul nostro mercato.

Prospettive, rischi ed opportunità per il Bel Paese

Le tendenze sono dunque quelle che da anni abbiamo correttamente individuato: innanzitutto non la fine della globalizzazione, ma un suo assestamento – che in certi casi assume la forma di un rallentamento legato a rivalità geopolitiche. Non ha determinato questa tendenza ma l’ha certamente velocizzata. Questo ci porta anche ad altre conclusioni. L’importanza economica della Cina rimarrà impossibile da ignorare[8]: il peso dell’Indopacifico, e del passaggio mediterraneo da questo verso Nord Europa e Nord Atlantico, offrono all’Italia opportunità che il nostro paese in crisi non può permettersi di perdere, cercando faticosi equilibri tra mille contrasti e rivalità geopolitiche. Vi è però ancora una prima potenza politica, economica e militare nel globo, per quanto in relativo declino: gli Stati Uniti d’America. Saprà il governo Draghi mediare tra la paura statunitense dell’ascesa cinese e le opportunità che quest’ultima ci offre? Il COVID-19 e la conseguente corsa all’accaparramento dei vaccini hanno reso tutto ancor più evidente: per coltivare il proprio interesse gli USA non useranno i guanti bianchi con i propri presunti alleati, giacché, come ricorda Kissinger, “gli Stati non hanno né amici permanenti né nemici permanenti: hanno solo interessi”. Per non finire come i fili d’erba del noto proverbio indiano, schiacciati dai due elefanti in lotta tra loro, all’Italia servirà un costante dialogo con gli altri paesi europei, e, auspichiamo, una ritrovata, necessaria e non più rimandabile collaborazione con gli Stati mediterranei e del Vicino Oriente, nonché con la Federazione Russa.


NOTE

[1] I cui dettagli sono riassunti in Andrea Carli, Italia-Cina, i contenuti del Memorandum e i 29 accordi per (almeno) sette miliardi di euro, www.ilsole24ore.com, 22 Marzo 2019.

[2] Analizzato da Michelangelo Colombo, Accordo Cai tra Europa e Cina, ecco fatti, commenti e subbugli, www.startmag.it, 31 Dicembre 2020 e da Giulia Sciorati, Accordo Cina-Ue sugli investimenti: cosa prevede (e cosa no), www.ispionline.it, 8 Gennaio 2021.  A questo link il testo non definitivo del protocollo (“may undergo further modifications”) https://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=2237

[3] Lingling Wei, Ecco perché la Cina ha bloccato l’Ipo della Ant di Jack Ma, www.milanofinanza.it, 16 Febbraio 2021.

[4] Si veda in merito il nostro prossimo articolo in uscita sul numero 2/2021 di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici”.

[5] Marco Morino, Porto Trieste: tedesca Hhla perfeziona acquisizione del terminal Plt, www.ilsole24ore.com, 7 Gennaio 2021.

[6] Stefano Carrer, Auto elettriche di alta gamma: il big cinese Faw investe un miliardo in Emilia in tandem con Silk Ev, www.ilsole24ore.com, 13 Maggio 2020. Si veda anche Giancarlo Mazzuca, Auto e cantieri navali: la nuova Via della Seta passa dall’Emilia-Romagna, www.ilsole24ore.com, 15 Febbraio 2021.

[7] Filippo Astone, I cinesi di Faw compreranno i camion dell’Iveco: non è una cattiva notizia! Anzi…, www.industriaitaliana.it, 10 Febbraio 2021.

[8] Si veda Andrea Goldstein, I capitali cinesi e il dibattito che non c’è, www.ilsole24ore.com, 12 Febbraio 2021.

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Amedeo Maddaluno collabora stabilmente dal 2013 con “Eurasia” - nella versione sia elettronica sia cartacea - focalizzando i propri contributi e la propria attività di ricerca sulle aree geopolitiche del Vicino Oriente, dello spazio post-sovietico e dello spazio anglosassone (britannico e statunitense), aree del mondo nelle quali ha avuto l'opportunità di lavorare e risiedere o viaggiare. Si interessa di tematiche militari, strategiche e macroeonomiche (si è aureato in economia nel 2011 con una tesi di Storia della Finanza presso l'Università Bocconi di Milano). Ha all'attivo tre libri di argomento geopolitico - l'ultimo dei quali, “Geopolitica. Storia di un'ideologia”, è uscito nel 2019 per i tipi di GoWare - ed è membro della redazione del sito Osservatorio Globalizzazione, centro studi strategici diretto dal professor Aldo Giannuli della Statale di Milano.