Il bersagliere ucciso nell’attacco talebano di pochi giorni fa rende ancor più pesante il fallimento della missione italiana in Afghanistan. Da una parte cresce a cinquanta il numero dei nostri caduti, dall’altra parte il fatto che le grandi potenze occidentali riunite nella Nato non possono che proclamare la sconfitta, dopo oltre dieci anni di conflitto. Tuttavia, nonostante il nostro contingente in Afghanistan sia il quarto per numero non ha impedito che in Italia più che altrove la politica estera resti un’appendice della politica interna anche con il governo Monti (si tenga a mente come si sta gestendo la vicenda dei due marò imprigionati in India). Infatti, per cause storiche e culturali abbiamo una classe dirigente restia non solo a pensare la politica estera in termini globali, ma persino a coltivare curiosità per quelle zone dove sono presenti i soldati italiani e lo Stato spende.

Che tutto questo sia reale lo conferma la gran parte di quanto è stato detto e scritto in Italia negli ultimi dieci anni e passa a proposito dei grandi temi della politica estera incluso l’Afghanistan con i suoi talebani. Eppure, per rimediare basterebbe un semplice ripasso ricordando per esempio , che ben tre guerre furono perse con l’Afghanistan, nell’Ottocento e nel Novecento. L’ Inghilterra le perdette perché insediò a Kabul dei governi fantocci, perché non tenne in alcuna considerazione le sue antiche decentrate strutture tribali, perché credeva che era il miglior modo per fare dell’Afghanistan uno Stato cuscinetto tra Russia, Persia, India. Sono errori che continuano a ripetersi, e fa impressione che nessuno se ne sia rammentato. Mi tornano sempre in mente le parole di Boris Gromov, il generale comandante dell’Armata Rossa che seppe uscire con dignità dalla trappola afghana :« Abbiamo perso la guerra perché non abbiamo rispettato le promesse con la popolazione, come non era mai accaduto prima. Infatti», mi spiegava (anno 1989), «prima la nostra tattica prevedeva la distruzione dei centri di potere dei tiranni e poi intervenire in soccorso della popolazione con ingenti aiuti economici. Così facendo abbiamo sempre vinto. Siamo stati sconfitti in Afghanistan perché è venuta a mancare questa seconda fase. Gli ottusi dirigenti che avevano preceduto Gorbaciov non avevano rispettato le promesse, e i pastori afghani delusi ci si sono rivoltati contro. Non vi si poteva rimediare se non ritirandosi».

Beninteso, anche la guerra afghana in versione Nato ha messo in evidenza tanto gli errori politici quanto quelli militari. Fin dall’inizio ( anno 2001) si sono declamati un’infinità di obiettivi: abbattere il regime talebano, distruggere l’infrastruttura di Al Qaeda, catturare bin Laden, diffondere pratiche e istituzioni più democratiche, lottare contro la corruzione, sostenere il governo di Karzai, limitare l’influenza delle potenze regionali vicine. Morale, si è realizzato poco o nulla di questo ambizioso, articolato e mutevole programma: bin Laden è morto? Probabilmente non è mai esistito; Al Qaeda ha subito colpi durissimi e molti leaders sono stati fisicamente eliminati? È vero,ma molti altri ne hanno preso il posto e, cosa ben più grave, persino quella parte di popolazione che aveva salutato con speranza l’intervento occidentale ha girato le spalle ai “liberatori”, come aveva profetizzato vent’anni fa il generale Gromov.

Che cosa pensare? In un mondo mediatico in cui si continua a incoraggiare un giornalismo speculativo e spettacolare, a scapito di un giornalismo di informazione e che dequalifica la figura stessa del giornalista fino ad annullarla, c’è poco da pensare. in Italia ha “perso di valore” il professionista esperto e aggiornato che possa intervenire con sicura competenza sui nodi sempre più ardui del mondo contemporaneo e spiegarli. La funzione critica del giornalismo in Italia rischia l’estinzione. L’ultima parola – è diventata ormai una prassi – la si dà al conduttore televisivo, al maggiordomo del salotto mediatico. Così facendo, accade che siano i non giornalisti ad essere catapultati ai vertici della professione. Poi ci sono i politici che sempre di più intervengono nel mestiere del giornalista, e infine gli editori che sono imprenditori, attivi in molti campi, a cui interessa solo il business e questo soltanto.

Sicché in un simile panorama si sono letti i commenti più disparati su tutta una serie di episodi come quelli sui soldati americani che «impazziscono» e massacrano civili inermi per difendere i quali sono stati inviati in Afghanistan. Oppure sulle immagini di soldati Usa che offendevano nel modo più volgare cadaveri di talebani. Oppure sui militari afghani che sparano e uccidono i soldati che li stavano addestrando. Oppure i commenti sulle copie del Corano bruciate che hanno provocato violente manifestazioni e assalti ai compounds alleati durante i quali sono morti decine di afghani. Sui Droni che ammazzano persone a casaccio col preteso di eliminare questo o quel capobanda. Infine sull’inaudito massacro di 16 civili afghani ad opera del sergente Robert Bales.

Sicché la sequenza di «incidenti» ha fatto esplodere il clima di sfiducia già da tempo latente negli Usa scatenando un dibattito che, dietro le quinte dell’ufficialità, è ancora lontano da conclusioni condivise. Inoltre ha moltiplicato i dubbi dei nostri alleati europei al punto che in molti si chiedono se sia realistico pensare di ritirare il grosso delle truppe straniere dal Paese entro il 2014, come la Nato ha annunciato di voler fare da oltre un anno. L’Italia che fa? Stando così le cose che senso ha per un paese nelle condizioni economiche dell’Italia tirare fino al 2014? Se ci fosse una risposta chiara avremmo tutti da guadagnarne, a cominciare dal risparmio sulle spese militari. Ma Monti come si vede glissa. Per non dispiacere Obama.

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