Kelly M. Greenhill, Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy, Cornell University Press, Ithaca – London 2010.

Uno dei nodi politici più problematici della contemporaneità è costituito dal fenomeno migratorio, nel quale si intrecciano problemi demografici, economici, sociali e culturali di intere regioni, in particolar modo dell’attuale “Caoslandia”1, rappresentata dal crocevia mediterraneo di Mezzogiorno europeo, Vicino Oriente e Nordafrica. Proprio lo scenario demografico e politico costituito dalla seconda e dalla terza di tali regioni (che la terminologia geopolitica statunitense designa congiuntamente mediante l’espressione Broader Middle East and North Africa, BMENA) presenta oggi destini assai incerti, che dovrebbero suggerire una correlazione tra fenomeno migratorio, politica interna ed estera.

La lettura storica del fenomeno migratorio dovrebbe essere orientata da tre macroaspetti, che a loro volta possono essere formulati in tre presupposti. Il primo è la negazione della naturalità del fenomeno migratorio: le migrazioni umane nell’età storica dell’uomo (che marxianamente corrisponde alla “preistoria della società civile”) non sono un fenomeno naturale (perfino l’effetto di catastrofi naturali su popolazioni è una funzione del loro grado di sviluppo produttivo: ad es. un terremoto a Tokyo ha conseguenze diverse da uno in Nepal), né possiedono un carattere individuale.

In secondo luogo, la specie umana ha sempre riprodotto le sua vita attraverso il fenomeno che gli antropologi definiscono di “pseudospeciazione culturale”, ovvero differenziandosi nello spazio e nel tempo (dialetti, costumi, culti, pratiche comunitarie, istituzioni) ed opponendosi come se fossero specie diverse (hegelianamente, si tratta del fenomeno della “seconda natura” che si eleva al di sopra della sfera dei bisogni di ogni società). Da ultimo, l’alienazione del diritto ad abitare la propria terra rappresenta in un certo senso la negazione del primo fondamentale diritto acquisito dall’uomo uscendo dalla condizione preistorica e nomadica.

Parte dell’opinione pubblica occidentale sembra invece presupporre un’umanità capovolta, rovesciando cioè questi tre presupposti storici del movimento migratorio nell’idea secondo cui innanzitutto tale fenomeno sarebbe naturale ed individuale; il fine della storia umana nella relazione tra popoli realizzerebbe la progressiva estinzione delle stesse “specie culturali”; infine, considerando lo sradicamento di individui o intere popolazioni dalla propria terra come un diritto di apolidia o di cittadinanza universale ascrivibile al catalogo dei diritti umani, si approda al non riconoscimento di un fondamentale diritto di cittadinanza nella propria terra d’origine.

Il pregio dello studio di Kelly Greenhill sta nell’aver sistematicamente “denaturalizzato” il problema migratorio mostrando non solo il suo carattere artificiale e sociale, cioè propriamente storico-politico e non naturale-individuale, ma la sua strumentalità politica come mezzo non convenzionale di coercizione nei rapporti interstatali. Nell’epoca della “guerra asimmetrica” delineata dall’ormai classico lavoro dai colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui del PLA, l’individuazione ed il costante studio di armi asimmetriche si pone come compito di ricerca sociologica estremamente importante. Più recentemente Mahdi Darius Nazemroaya, nella sua monografia dedicata alla storia della NATO ed alla progressiva estensione geografica del quadro operativo dell’Alleanza all’intero globo, ha richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità delle società globali di fronte a nuove forme di pressione e coercizione esterna: “le società possono essere plasmate a partire dalla loro base individuale o subire interventi di vera e propria ingegneria sociale attraverso terapie d’urto che possono oggettivarsi con guerre, sanzioni o profondi sconvolgimenti di tipo economico”2. Oggetto di studio della Greenhill è il fenomeno migratorio, quale vero e proprio mezzo politico impiegato per opere di ingegneria sociale, quindi Weapon of Mass Migration. Seguendo tale prospettiva, dunque, al carattere artificiale e sociale di tale fenomeno se ne potrebbe aggiungere un terzo: quello strumentale.

L’indagine sull’impiego e sulla strumentalizzazione del fenomeno migratorio come minaccia mediatica o politica effettiva è condotta dalla Greenhill con una notevole perizia sociologica accompagnata da un’ampia ricerca empirica. Non si tratta di un campo di ricerca nuovo per l’autrice: se ne era occupata infatti in una prospettiva generale con un articolo del 20083, e già nel 20024 e 20035 con lo studio empirico di due casi particolari, rispettivamente la crisi dei Balseros del 1994 tra Cuba e USA, e quello dei profughi nella guerra in Kosovo del 1999. La casistica presentata in questa sua prima monografia sul tema, infine, giunge a comprendere ben 64 casi di Paesi coinvolti nella “guerra migratoria” nell’arco di oltre cinquant’anni.

In conformità con la tradizione di studi sociologici, l’ambizione dell’autrice è quella di presentare una “logica causale”6 in grado di spiegare l’esistenza delle relazioni ipotizzate tra gli attori internazionali coinvolti nel fenomeno di “migrazione coercitiva progettata”. Con tale espressione la studiosa definisce “quei movimenti transfrontalieri di popolazione che sono deliberatamente creati o manipolati al fine di indurre concessioni politiche, militari e o economiche da uno o più Stati scelti come bersagli”7. Accanto a questa, l’autrice individua anche altre forme di migrazioni progettate da alcuni attori geopolitici al fine di appropriarsi di un nuovo territorio (Dispossessive engineered migrations), destabilizzare governi stranieri attraverso la minaccia di flussi demografici (Exportive engineered migrations), o ancora guadagnare vantaggio rispetto ad un avversario durante un conflitto armato (Militarized engineered migration). Mediante il ricorso a simili armi non convenzionali, infatti, i costi di una guerra convenzionale verrebbero piuttosto “inflitti attraverso la minaccia e l’impiego di bombe umane demografiche per ottenere finalità politiche che sarebbero completamente irraggiungibili attraverso mezzi militari”8. Il modello costruito dalla Greenhill è basato sulla relazione tra un Paese sfidante (challenger) ed un Paese bersaglio (principal target), il quale è posto nella condizione di accettare o meno i costi politici, economici, demografici, sociali di un possibile flusso migratorio in cambio di concessioni allo stesso Paese sfidante. Se i generatori (generators) di tale fenomeno sono spesso membri delle classi politiche di alcuni Paesi alla ricerca di strategie di ricatto o deterrenza, gli “agenti provocatori” sarebbero invece rappresentati dall’insieme dei soggetti non-statali che “possono perfino incoraggiare flussi per stimolare un regime change9, e che la Greenhill indica in modo esemplare nelle ONG, mosse da quello che definisce una sorta di “machiavellismo altruistico”10.

Il paradosso di simili pratiche di ingegneria sociale perseguite da tali soggetti transstatali occidentali è la stessa vulnerabilità degli attori liberal-democratici di fronte alle conseguenze della “guerra migratoria”. Questo aspetto specifico rivela i limiti di sostenibilità politica da parte di tali attori nel far fronte ai “costi di ipocrisia”11 che seguirebbero le politiche di destabilizzazione perseguite con armi non convenzionali. Alla diminuzione di sovranità cui questi attori acconsentono formalmente, corrispondono maggiori vincoli legali internazionali (Dichiarazione dei Diritti Umani, Convenzione di Ginevra del 1951 e Protocollo del 1967), quindi al contempo accresciuti costi demografici, economici e politici in ambito domestico su cui è possibile fare leva.

L’autrice registra anche una correlazione tra la crescita del numero e delle dimensioni delle ONG, potenziali “agenti provocatori”, e “l’accresciuta abilità nell’identificare cause conformi a norme internazionali ben istituzionalizzate”12, cosicché al processo di globalizzazione giuridica in corso si accompagnerebbe una maggiore possibilità di proliferazione di simili attori non-statali.

Il volume della Greenhill costituisce un documento prezioso per la comprensione delle strategie di guerra asimmetrica contemporanea e delle relative armi non convenzionali impiegate e sfruttate recentemente nel caos mediterraneo. La potenziale strumentalità degli attori transstatali e di organizzazioni pacifiste era stata tematizzata in modo significativo da Domenico Losurdo in un suo studio dedicato ad una storia critica del pacifismo13. Particolarmente illuminanti per le rilevanza geopolitica di alcuni movimenti non governativi nello scacchiere globale sono i capitoli IX e X, dedicati alle varie declinazioni del cosiddetto “pacifismo realista” contemporaneo (dal tatticismo pacifista di Gene Sharp alle manifestazione di “rivoluzioni colorate”). Una prospettiva empirica di tali fenomeni e dell’intreccio tra politica migratoria e geopolitica è offerta dal presente lavoro: studiando il fenomeno migratorio in un’originale prospettiva polemologica, l’attento studio della Greenhill può porsi come completamento sociologico di una recente letteratura su alcune strategie contemporanee di destabilizzazione.

 

NOTE AL TESTO

[1] L. CARACCIOLO, Ultime dalla Terra di Hobbes, in “Limes” 9/2015, pp. 7-25.

[2] M. D. NAZEMROAYA, The Globalization of NATO: Military Doctrine of Global Warfare, trad. it. La Globalizzazione della NATO. Guerre imperialiste e colonizzazioni armate, Arianna Editrice, Bologna 2014, p. 74.

[3] K. M. GREENHILL, Strategic Engineered Migration as a Weapon of War, in “Civil Wars”, 10, no. 1 (March 2008), pp. 6-21.

[4] ID., Engineered Migration and Use of Refugees as Political Weapons: A Case Study of the 1994 Cuban Balseros Crisis, in “International Migration”, 40, no. 4 (2002), pp. 39-74.

[5] ID., The Use of Refugees as political and Military Weapons in the Kosovo Conflict, in T. G. C. RAJU (ed.), Yugoslavia Unraveled: Sovereignty, Self-Determination, and Intervention, Lexington Books, Lanham-Oxford 2003, pp. 205-242.

[6] ID., Weapons of Mass Migration. Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy, Cornell University Press, Ithaca – London 2010, p. 73.

[7] Ivi, p. 13.

[8] Ivi, p. 3.

[9] Ivi, p. 27.

[10] Ivi, p. 23

[11] Ivi, p. 60.

[12] Ivi, p. 47.

[13] D. LOSURDO, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari 2010.

 

Articolo precedente

I BALCANI

Articolo successivo

KARIM PAKRADOUNI, UN FALANGISTA ATIPICO