La Bielorussia nello Spazio Post – Sovietico

Vladimir Putin ha definito il crollo dell’Unione Sovietica come la più grande catastrofe geopolitica del ‘900. Al di là di quello che può essere il giudizio nutrito verso il regime comunista sovietico (definito, a seconda dei punti di vista, come patria del socialismo realizzato, impero del male o più semplicemente sistema autoritario caratterizzato da un settore economico pianificato e controllato dai vertici comunisti), tale visione pare essere sostanzialmente corretta.

Il crollo sovietico ha aperto una lunga fase di transizione verso un nuovo ordine dotato di legittimità che al momento sembra proprio non volersi materializzare. Sebbene vent’anni non siano sufficienti per tracciare con chiarezza le tendenze geopolitiche che caratterizzano un’area così vasta e complessa, sono comunque sufficienti per demolire tutte le visioni idealistiche e trionfalistiche di popoli inevitabilmente in marcia verso la liberaldemocrazia di stampo occidentale. La transizione apertasi in tutte le quindici Repubbliche post-sovietiche a partire dal 1992 non è approdata, ad eccezione di Estonia, Lituania e Lettonia, verso i lidi di quel tipo di democrazia (sebbene molti abbiano chiuso e continuino a tenere gli occhi chiusi di fronte alle discriminazioni subite dalla minoranza russa nei tre Paesi) e, cosa ancor più importante sotto il profilo geopolitico, quell’immenso spazio controllato un tempo da Mosca non solo non è ancora riuscito a trovare la stabilità di cui godeva un tempo ma è anche divenuto un’immensa scacchiera su cui è in corso una partita geopolitica complessa, rischiosa ed imprevedibile a cui prendono parte un ampio numero di soggetti contraddistinti da visioni, obiettivi e risorse differenti.

Sebbene la Bielorussia non sia né il più potente né tanto meno il più importante tra gli attori coinvolti, è comunque un soggetto geopolitico che prende attivamente parte alle dinamiche che interessano lo spazio post-sovietico e contribuisce a modellarle.

Da qualche anno le élites politiche bielorusse si trovano a fronteggiare una serie di sfide politiche, diplomatiche ed economiche che devono essere risolte in modo soddisfacente pena il rischio concreto di far sprofondare in una crisi generalizzata il sistema politico nazionale e, conseguentemente, di annullare la sua capacità, modesta ma comunque esistente, di promuovere i propri interessi geopolitici nei rapporti con gli altri Stati, Russia in primis.

Il caso bielorusso mostra, se ancora ve ne fosse bisogno, quanto interconnesse siano la politica interna e quella internazionale (e quanto si influenzino l’un l’altra). Infatti, è molto probabile che una crisi profonda in Bielorussia non si arresterebbe alle sue frontiere ma investirebbe l’Europa intera aprendo un periodo di grandi incertezze in una zona sensibile qual è il confine tra Unione Europea e Federazione Russa.


Minsk: attore o perno geopolitico?

La Bielorussia è un piccolo Stato incastonato nel cuore dell’Europa Orientale abitato da circa 9 milioni di abitanti.


La transizione verso un regime di tipo occidentale si è ormai interrotta da tempo e le speranze di rimboccare quel cammino sembrano oggi molto effimere, non solo per la resistenza delle autorità, ma anche per la debolezza e frammentazione dell’opposizione.

L’ultima dittatura d’Europa, termine utilizzato in modo enfatico da molte cancellerie occidentali per descrivere questo piccolo Paese situato nella terra di mezzo, è guidata dal Presidente Aleksandr Lukašenko, arrivato al vertice dello Stato con elezioni democratiche nel 1994 e poi rimasto in sella grazie ad un mix di metodi autoritari da un lato e politiche paternalistiche dall’altro. Tutto ciò ha permesso al Presidente ed al suo entourage (che nel corso degli anni è qualitativamente mutato in seguito a veri e propri terremoti interni all’élite dominante) di cementare attorno a sé un certo consenso alla cui base vi è il cosiddetto miracolo economico bielorusso.

Con tale termine si suole delineare le buone prestazioni economiche (seppur contraddistinte da alti e bassi) tenute dal Paese nel periodo compreso tra l’autunno del 1995, quando fu siglato un accordo doganale con la Russia, e l’autunno del 2008, quando la crisi finanziaria globale, combinata con l’aumento dei prezzi degli idrocarburi già in corso da qualche anno, ha cominciato a creare problemi al Paese.

Grazie alla crescita economica vissuta in quell’arco di tempo il governo bielorusso è stato in grado di garantire alla propria popolazione dei livelli di vita relativamente alti rispetto a tanti altri Paesi post-sovietici.

La crisi economica globale iniziata nel 2008 ed ancora in corso ha assestato un duro colpo a questo miracolo economico e ne ha messo a nudo tutte le contraddizioni su cui esso si basava. Si è cominciato a prendere atto del fatto che tale miracolo si fondava su un fattore esterno di assoluta importanza che la Bielorussia non poteva controllare: la benevolenza (politicamente motivata) russa. La Russia ha letteralmente sostenuto, con sussidi di ogni genere (a cominciare da prezzi per petrolio e gas ben al di sotto dei prezzi mondiali) l’economia bielorussa. Alcuni dei motivi che hanno spinto Mosca a fare questo verranno analizzati nel prossimo paragrafo. Quello che ci preme sottolineare qui sono le responsabilità che le élites bielorusse portano su di sé per l’attuale situazione, non disperata certo ma comunque problematica, in cui versa il Paese. Infatti, durante il periodo delle vacche grasse vissuto dalla Bielorussia, a Minsk hanno preferito incrementare le spese per lo Stato sociale a discapito degli investimenti produttivi e di scelte coraggiose di cui ci sarebbe stato bisogno e che avrebbero permesso oggi al Paese di fronteggiare la congiuntura economica internazionale non favorevole in modo alquanto differente. Così purtroppo non è stato ed ora la Bielorussia si trova invischiata in una fase critica che la vede impegnata nel tentativo di riformare, senza però minare la struttura di potere dello Stato, l’economia nazionale per attirare investimenti diretti esteri al fine di conseguire un duplice obiettivo: continuare a fornire alla popolazione gli stessi servizi fin qui goduti (anche fine di evitare che si coaguli consenso attorno agli oppositori) ed avere una base economica sufficientemente forte da sostenere la propria volontà di rimanere un soggetto attivo, indipendente, rispettato e centrale in tutti i progetti di integrazione regionale evitando di diventare un semplice perno geopolitico su cui fanno leva gli interessi di Mosca, Bruxelles, Washington e Pechino.

Le riforme, in particolare quelle attuate a partire dal 2007, volte a rendere il Paese più appetibile per i capitali stranieri ed il coinvolgimento del Gruppo Rothschild in qualità di consulente per le privatizzazioni hanno permesso di conseguire certi risultati: la Banca Mondiale, ad esempio, ha rivisto al rialzo (dal 129° al 58° posto) la posizione di Minsk nella classifica sulla facilità di fare affari in 183 Paesi. Tuttavia, l’indebitamento estero del Paese (equivalente al 54% del proprio PIL) e l’assottigliamento delle riserve di valuta estera ed oro, ci segnalano che la strada è ancora lunga ed irta di ostacoli.

Riuscirà Minsk ad affermarsi come soggetto geopolitico consolidato seppur con obiettivi modesti o diverrà un semplice perno alla mercé di altri Stati, Russia in primis? La risposta a questo quesito dipende soprattutto, ma non solo, dalla solidità che riuscirà a dare al proprio sistema economico attualmente improntato ad uno stile di tipo sovietico ed eccessivamente dipendente dal gas e dal petrolio russo.


I non facili rapporti con il Cremlino

La Russia rappresenta di gran lunga il Paese più importante per la Bielorussia: i due Paesi sono legati da elementi culturali, etnici, linguistici, storici e politici. Non è raro sentire politici (ma anche persone comuni) di entrambi i Paesi riferirsi all’altro popolo definendolo ‘fratello’ e parte della stessa nazione. Tutto questo ha chiaramente delle ripercussioni sul modo con cui i due Paesi ed i due popoli si percepiscono e si rappresentano geopoliticamente.

Oltre ai fattori precedentemente citati, merita sottolineare l’importanza decisiva delle questioni economiche, che spesso si intrecciano e confondono con quelle più squisitamente politiche. Si prenda un esempio già richiamato precedentemente: il miracolo economico bielorusso. Esso è stato ottenuto grazie alle sovvenzioni provenienti, sotto varie forme, da Mosca. In particolare gli idrocarburi, che la Russia vendeva a Minsk ad un prezzo irrisorio (circa 1/3 dei prezzi di mercato), hanno permesso alla Bielorussia di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Poiché la Bielorussia è priva, salvo pochi materiali, di risorse naturali, la sua dipendenza dal gas e dal petrolio russo è difficilmente sottovalutabile: 100% per il gas e 92% per il petrolio.

I motivi che hanno spinto la Russia a tenere questo comportamento sono vari e sarebbe banalizzante cercare di ricondurre tutta la complessità che circonda le relazioni tra i due Paesi a questioni meramente strategiche. Detto questo, è fuori discussione che l’idea di Mosca della Bielorussia come Stato appartenente alla propria sfera d’influenza ed ultimo bastione contro l’espansione NATO, un’alleanza che molti a Mosca pensano come anacronistica e foriera di pericoli per la sicurezza in Europa, ha giocato un ruolo importantissimo nel far accettare ai decisori del Cremlino l’idea di un sostegno economico massiccio alla Bielorussia. Lo stesso Lukašenko ha sfruttato astutamente questo timore russo verso l’Alleanza Atlantica presentandosi, in modo molto convincente, come l’unico vero alleato della Russia. Inoltre, la Bielorussia ha preso parte a quasi tutti i progetti russi (molti dei quali rimasti su carta) di ricomposizione politica, economica e militare dello spazio post-sovietico

Tuttavia questo scambio sembra essere entrato in crisi quando i prezzi degli idrocarburi hanno preso a salire vertiginosamente nel 2004 e la Russia ha cominciato a mostrare la volontà di rivedere i prezzi al fine di avvicinarli a quelli mondiali per incrementare gli introiti. Da allora le relazioni russo- bielorusse si sono fatte più tese e sono state caratterizzate da fasi di tensione e distensione. Chiaramente oltre ai semplici fattori economico-commerciali hanno pesato anche considerazioni politiche quali la volontà del Cremlino di negare a Lukašenko un ruolo nella politica interna russa (non si dimentichi che durante l’era El’cin, il Presidente bielorusso ambiva a giocare un ruolo assolutamente centrale nel progetto di Unione tra Russia e Bielorussia).

L’ultima crisi seria in ordine di tempo si è verificata nel gennaio scorso quando la Russia ha fermato, per un tempo brevissimo, i flussi di petrolio verso la Bielorussia a seguito del mancato accordo sui prezzi.

Minsk ha risposto con una serie di mosse politiche e diplomatiche alcune delle quali erano volte, a detta dei decisori bielorussi, a diminuire il ruolo preponderante giocato da Mosca:

1. Innanzitutto Minsk ha minacciato Mosca di interrompere, come ritorsione, la fornitura di energia elettrica all’exclave russa di Kaliningrad.

2. Lo scorso marzo la Bielorussia ha stretto una serie di accordi di cooperazione economica con il Venezuela di Ugo Chávez. Uno di questi prevede la fornitura di 80000 barili di greggio venezuelano trasportati via mare fino ad Odessa, in Ucraina. In questo modo il petrolio venezuelano farà il suo ingresso in Europa. E’ comunque molto probabile che tale accordo non disturbi la Russia più di tanto visto e considerato che il Venezuela di Chávez non ha alcuna intenzione di sacrificare i rapporti con la Russia, che si traducono soprattutto in vendita di armi russe di cui Caracas ha bisogno, per i “begli occhi” di Lukašenko.

3. Molto più inquietante, per la Russia ma non solo, è la presenza cinese in una zona che i Russi vedono come appartenente alla propria sfera di influenza da difendere da ingerenze esterne. Sempre in marzo, la Cina ha deciso di concedere un prestito di un miliardo di dollari, a termini molto vantaggiosi, alla Bielorussia. Il governo cinese ha anche deciso di offrire a Minsk un prestito a fondo perduto di 8,8 milioni di dollari. Inoltre, i due Paesi hanno deciso di incrementare il livello di cooperazione in ambito economico. Sarà dunque molto interessante vedere se questa presenza cinese in Bielorussia avrà un seguito o sarà stata solo un fuoco di paglia.

        Tutto questo, sebbene possa impensierire i Russi, non scalfisce però un dato di fatto: la Russia gioca e continuerà a giocare per molto tempo il ruolo di Stato estero più influente sotto il profilo politico, economico e militare. Questa centralità russa del resto è stata riconosciuta anche dallo stesso Presidente bielorusso, che durante un viaggio nella Regione del Volga lo scorso dicembre, ha affermato che la sua carriera politica dipende dai buoni rapporti con Mosca e un allontanamento da essa significherebbe la sua morte politica. Insomma, fino ad oggi è chiaro che si può andare a Caracas a cercare petrolio ed a Pechino per qualche prestito ma non si può fare a meno di fare i conti con l’oste russo. Tutto ciò significa che l’élite politica bielorussa, e le parole di Lukašenko lo dimostrano, è consapevole dei limiti entro cui può promuovere i propri obiettivi geopolitici. La vera sfida dunque non è sganciarsi totalmente dalla Russia bensì reimpostare i rapporti al fine di renderli meno squilibrati e mutualmente vantaggiosi per entrambi.


        Minsk-Bruxelles: relazioni ondivaghe

        Se l’Unione Europea possa essere o meno considerata un soggetto geopolitico a tutti gli effetti è un tema che domina molte conversazioni tra esperti. Ciò che possiamo affermare con certezza è che nei rapporti con la Bielorussia essa gioca, rispetto alla Russia, un ruolo secondario.

        L’Unione Europea è molto interessata alla Bielorussia poiché confina con tre Stati membri, e noi ben sappiamo quanto Bruxelles tenga alla stabilità sui suoi confini, e perché attraverso la Bielorussia transita il 20% del gas che Mosca esporta in Europa.

        Anche la Bielorussia guarda all’Europa con molto interesse soprattutto nei suoi tentativi (ciclici) di ridurre la dipendenza politica, economica e diplomatica dal Cremlino.

        Nonostante questo i rapporti tra UE e Bielorussia faticano a decollare a causa della pregiudiziale posta da Bruxelles verso Minsk: la cooperazione verrà incrementata ed approfondita solo se vi saranno passi concreti verso la realizzazione di un sistema politico di stampo occidentale. Infatti Minsk partecipa alla Eastern Partnership ma, a causa dell’assenza di passi decisi verso l’obiettivo imposto da Bruxelles, non può accedere ai suoi strumenti di finanziamento più sostanziosi.

        Quella della “democratizzazione” in Bielorussia è un tema spinoso e su cui si rischia di rimanere scottati: Varsavia, ad esempio, ha promosso il riavvicinamento europeo a Minsk e la sua inclusione nella Eastern Partnership per poi assistere incredula alla repressione messa in atto dalle autorità bielorusse a danno della minoranza polacca durante lo scorso febbraio. Questo dovrebbe suggerire ai decisori di Bruxelles che è necessario un cambiamento nella loro azione verso Minsk che metta in sordina, nel breve periodo, il tema della “democratizzazione” del sistema (abbiamo visto come questo produca ciclicamente delle tensioni) e mirare ad incrementare la cooperazione con la Bielorussia al fine di favorirne l’inserimento nello spazio politico europeo e la sua responsabilizzazione come soggetto geopolitico. Utilizzare il peso europeo per ostacolare l’accesso di Minsk ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, idea ventilata da molti, potrebbe rivelarsi controproducente per l’UE, visto e considerato i tentativi bielorussi, timidi ma esistenti, di riformare il sistema economico e di migliorare i suoi rapporti con l’Alleanza Atlantica.

        La stabilità del Paese e la sua integrazione nelle dinamiche europee sono gli obiettivi principali che Bruxelles dovrebbe tenere a mente.


        Conclusione

        Quanto detto finora mostra come la Bielorussia non possa essere considerata una semplice pedina nelle mani di potenze esterne. Se Minsk vuole rafforzare il proprio peso geopolitico e scongiurare la possibilità di divenire un mero perno geopolitico su cui fanno leva gli interessi di altri Stati, la vera sfida si chiama economia. Deve essere chiaro a tutti che sebbene l’indipendenza non ha prezzo ha comunque un costo; un costo che per troppo tempo chi governava a Minsk ha fatto finta di non vedere. Dal successo della riforma del sistema economico nazionale volta a renderlo più dinamico, produttivo e meno disperatamente dipendente dalla Russia dipenderà il futuro della Bielorussia e la sua capacità di promuovere la sua indipendenza geopolitica.


        * Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)


        Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore, e potrebbero non coincidere con quelle della redazione di “Eurasia”

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