Con il seguente articolo si cercherà di ricostruire e commentare gli eventi legati all’attentato che ha colpito la metropolitana della città di Minsk l’11 aprile 2011.

Dopo una dettagliata descrizione dei fatti, l’articolo riporta le diverse chiavi di lettura che sono state date al caso, dall’ipotesi un “complotto governativo”  dell’opposizione anti-Lukashenko alla “pista islamica”, per poi discutere del particolare interessamento di Mosca negli eventi.

L’attentato dinamitardo che l’11 aprile scorso ha colpito la metropolitana di Minsk, capitale della Bielorussia, è un evento che, a prescindere dalla intrinseca drammaticità, si apre a numerose interpretazioni per quanto riguarda autori, movente e conseguenze politiche. Nel seguente articolo cercheremo di fornire un quadro chiaro dei possibili motivi che hanno portato all’attacco e degli scenari di politica interna quanto estera che potrebbero prospettarsi a seguito del tragico evento.

Onde creare una base per le riflessioni, è obbligatorio ricostruire gli eventi dell’attacco.

L’esplosione si è verificata alle 18.00 alla stazione metro “Oktyabrskaya”, unico punto di interscambio tra le due linee che compongono il sistema metropolitano della città di Minsk. La bomba, collocata sotto una panchina sulla piazzola tra i due binari, è stata fatta esplodere proprio nel momento in cui un treno era in procinto di far scendere i passeggeri. Si stima che fossero circa trecento le persone presenti nella stazione al momento della detonazione. L’ordigno, che a quanto pare poteva contare su di una tecnologia avanzata, era costituito da circa 5 chili di tritolo ed un insieme di chiodi e sfere metalliche per garantire il massimo di danni possibile, e probabilmente è stato attivato a distanza tramite un telecomando: l’esplosione ha creato un buco di 80 centimetri di diametro, con l’onda d’urto che ha fatto sentire i suoi effetti siano alle stazioni adiacenti di Piazza Lenin e Piazza della Vittoria. Al momento della redazione di questo articolo, a causa delle conseguenze dell’esplosione, i morti sono stimati a 13, mentre i feriti sono più di 200.

Si tratta del terzo attentato dinamitardo di rilievo che colpisce la Bielorussia: in precedenza ricordiamo quello avvenuto a Vitebsk nel 2005 e quello a Minsk nel 2008, in occasione dei festeggiamenti del Giorno della Vittoria. In entrambi i casi non ci furono vittime, ma purtroppo non ci furono nemmeno gli arresti dei responsabili, o almeno delle valide teorie sulle motivazioni degli attentati.

Tornando al caso in esame, il Presidente Lukashenko ha immediatamente fatto pressione sulle forze di polizia per avviare un’indagine approfondita. Sempre su spinta presidenziale, il servizio di sicurezza bielorusso – ancora denominato KGB – ha collaborato a stretto contatto con il suo omologo russo, il FSB, per giungere ad una rapida soluzione del caso; anche i servizi segreti israeliani hanno offerto supporto (inviando una squadra dello Shin Bet), mostrando oltretutto un particolare interesse sulla tipologia dell’ordigno. In ogni caso, pare che da Mosca siano giunte le prime interessanti teorie sui probabili attentatori: il colonnello del FSB Lutsenko ha ventilato sin dall’inizio una probabile pista islamica, pensando alle modalità dell’attentato ed al tipo di tecnologia avanzata usata per fabbricare l’ordigno, cosa che solo degli “esperti” potevano imbastire.

In ogni caso, il KGB non si è servito solo dei colleghi con base nella vicina ex-madrepatria, ma ha anche sfruttato metodologie meno “discrete”, lanciando una grande caccia all’uomo con l’aiuto della stampa – ebbene sì, anche di quella indipendente – e dei cittadini, con tanto di premi in denaro a chi riuscisse a dare delle informazioni utili sugli attentatori. Interessante notare come il quotidiano d’opposizione Nasha Niva, dopo aver fornito alcune informazioni, sia stato successivamente citato dalle autorità per aver diffuso troppe informazioni sul caso, mentre tre privati cittadini sono stati direttamente arrestati dal KGB per aver diffuso false informazioni ed aver creato inutile panico.

In ogni caso, già il 12 aprile il capo delle investigazioni Andrei Shmed ha reso nota la localizzazione di alcuni possibili sospetti, assieme all’identikit dell’attentatore. Contemporaneamente, il direttore del KGB Vadim Zaitsev ha indicato tre principali possibili cause dell’attentato, ossia: l’attacco di un folle, un tentativo di destabilizzazione del governo ed infine l’atto di un’imprecisata organizzazione anarchica. In data 13 aprile sono stati arrestati due uomini, uno dei quali corrispondeva all’identikit in possesso delle autorità: a seguito di questo fatto, Zaitsev ha pubblicamente dichiarato di essere convinto della veridicità della prima ipotesi, quella che vedeva semplicemente un “folle” dietro l’attentato. Nel giro di ulteriori 48 ore, per il KGB pare aver chiuso il caso, grazie alla confessione di uno dei sospettati arrestati. Stando a quanto dichiarato dalle autorità, il colpevole, un giovane di poco più di 20 anni, si è dichiarato non solo il responsabile del recente attentato, ma ha persino ammesso di essere la mente dietro l’attentato di Vitebsk (città della quale è originario) e quello del 2008. L’attentatore, inoltre, è stato definito come un individuo mentalmente instabile che gioisce delle sofferenze altrui, avvalorando la tesi del “folle di turno”.

Per le autorità, dunque, caso risolto. Eppure i punti oscuri sono ancora numerosi, mantenuti apparentemente ancor più oscuri dalla stampa ufficiale ma ben sottolineati da quella online “parallela”. Riflettiamo, ad esempio, sui seguenti dettagli, come hanno già fatto alcuni blogger bielorussi:

– l’attentatore non solo sarebbe al suo terzo attentato, ma avrebbe anche iniziato questa “carriera” molto giovane, riuscendo ad evitare l’arresto nonostante la presenza in Bielorussia di un sistema centralizzato di raccolta e stoccaggio delle impronte digitali dei cittadini;

– non solo: l’attentatore avrebbe anche evitato di farsi prendere le impronte digitali durante il servizio militare, e sarebbe anche così sicuro di sé da rimanere in Bielorussia dopo tre reati di tale portata, benché conscio dei rischi di essere catturato;

– il sospettato è stato in grado di creare un ordigno avanzato, che ha stupito anche i servizi di sicurezza stranieri che hanno collaborato alle indagini.

Va evidenziato inoltre come una buona parte della stampa d’opposizione bielorussa non solo non si sia lasciata convincere dalla versione ufficiale dei fatti, ma abbia sviluppato una teoria propria, che vede proprio il governo come il principale responsabile dell’attentato. Apparentemente, l’apparato statale retto da Lukashenko avrebbe tutto da guadagnare da una situazione di paura scaturente da un simile attacco: lo Stato avrebbe la possibilità di intensificare i controlli sui cittadini, avrebbe più giustificazione per reprimere la stampa, ed infine ci sarebbe la non indifferente possibilità di distrarre la popolazione da problemi sociali ed economici più pressanti, come appunto la crisi nel quale il Paese sembra stare scendendo sempre più.

La tesi di elementi stranieri con affiliazione estremista islamica è stata ufficialmente cestinata dopo i celeri arresti. E’ comunque opportuno spendere due parole, ricordando le possibili connessioni tra il governo di Minsk e teatri di possibile interesse per gli attivisti islamici. La Bielorussia pare particolarmente legata alla Libia di Gheddafi, con la quale è in rapporti più che buoni da circa una decina d’anni. Come eventi salienti delle relazioni bilaterali tra questi due paesi, ricordiamo l’aiuto finanziario di Tripoli verso Minsk nel 2008, dopo il “no” di Mosca ad una simile pratica, ed il supporto militare della Bielorussia verso la Libia, il cui ultimo atto risale allo scorso febbraio: pare infatti che il governo di Lukashenko abbia inviato armi e mercenari per difendere la solidità del regime di Tripoli1. Ebbene, degli estremisti contrari al colonnello avrebbero potuto colpire in Bielorussia in una sorta di “avvertimento”, specie se pensiamo al fatto che la comunità islamica presente in Bielorussia (di origini tatare, arricchita da migranti) pare abbia tra le sue file molti insoddisfatti, per usare un eufemismo.

Volendo azzardare altre riflessioni, si potrebbe cercare di legare l’attentato ai più recenti attacchi avvenuti sul territorio russo, nonostante i rapporti tra i governi di Minsk e Mosca non siano esattamente idilliaci: questo potrebbe, almeno in parte, spiegare l’interesse del FSB per il caso e per le “modalità tecniche” dell’attentato.

A questo punto, è interessante ricordare ed inquadrare il ruolo della Russia in questa recente crisi. E’ noto come il Cremlino non sia esattamente un estimatore di Lukashenko: questo sentimento negativo è trasparso ad esempio, volendo citare un evento recente ed importante, durante la rielezione del Presidente bielorusso, con i media propagandistici multilingue con base in Russia che si impegnavano largamente ad ingigantire le cifre dei danni causati dal comportamento “repressivo” di Lukashenko verso gli oppositori. Invece, nel caso in esame, da Mosca è stato dato tutto il supporto – sia logistico che “morale” – possibile per giungere ad una rapida soluzione del caso e, cosa più importante, dall’autorevole voce del colonnello del FSB Lutsenko, è venuta la difesa palese delle autorità bielorusse: per l’ufficiale russo l’idea che l’attentato sia stato orchestrato stesso da elementi vicini al governo di Minsk o al KGB è da considerarsi semplicemente stupida. Quella che può sembrare una considerazione banale guadagna peso se pensiamo appunto a quanto la Russia si sia impegnata in precedenza a colpire la reputazione del governo di Lukashenko: perché dunque impegnarsi per fortificare Minsk? Si potrebbe pensare che la Russia, nonostante dei rapporti altalenanti con questo suo vicino, volesse comunque evitare una radicalizzazione del conflitto politico basata sul sospetto di una strage organizzata dal governo; inoltre, si affaccia anche l’ipotesi di un impegno russo volto a scoprire gli eventuali mandanti dall’estero anche non islamici. Il sospetto della presenza di agenti sovversivi affiliati a potenze straniere “nemiche”, potrebbe aver contribuito ad attirare l’attenzione di Mosca ed a fomentare il suo impegno nello “scagionare” Lukashenko e il suo apparato, onde evitare l’innesco di una spirale di eventi che avrebbe potuto portare ad un cambiamento di schieramento della Bielorussia. In ogni caso, con gli elementi attualmente a portata di mano, si rischierebbe di speculare eccessivamente.

Intanto, a poco a poco continuano a filtrare nuove notizie che in parte scalfiscono la versione ufficiale del governo sull’arresto dei colpevoli, ma in parte finiscono per confermarla. Stando a quanto detto dal pubblico ministero incaricato delle indagini, non ci sono prove per confermare l’instabilità mentale degli attentatori, mentre potrebbe esserci la conferma (almeno parziale) delle loro conoscenze tecniche, vista la loro apparente grande conoscenza di chimica e ingegneria. Le autorità hanno sottolineato più volte come i sospettati abbiano potuto prendere le loro idee da internet: questo comportamento del governo è stato visto dall’opposizione come una sorta di attacco indiretto al libero accesso alla rete. In seguito, in data 21 aprile, il Presidente Lukashenko in persona, in un discorso alla nazione, ha esplicitamente tirato in ballo l’ipotesi di “forze esterne” dietro l’attentato, con il fine ultimo di destabilizzare il Paese approfittando del momento di crisi economica.

Concludendo, ricordiamo come, a circa due settimane dalla potenziale chiusura delle indagini, sia lo stesso Presidente bielorusso a ventilare ipotesi di “complotto” su scala più ampia, ipotesi legate a potenze straniere con interessi nell’area ex-sovietica: che questo sia solo a fini propagandistici oppure sia davvero legato a fatti reali sarà tutto da stabilire, ma certo risulta chiaro che una “buona” propaganda vecchio stile si sarebbe limitata a perseverare nell’insabbiamento invece di gettare benzina sul fuoco, rischiando peraltro di inviperire ancor di più la stampa indipendente e quella operante a mezzo internet.

Non rimane dunque che attendere le reazioni di eventuali potenze interessate al fine di avere ulteriori indizi sui possibili sviluppi dell’intero scenario, che potrebbe tanto avere conseguenze di rilievo – soprattutto al livello di un maggiore coinvolgimento russo negli affari di Minsk, quanto anche ad un intensificato disprezzo occidentale per gli affari dell’ex repubblica socialista – ma potrebbe allo stesso modo rimanere un enigma dimenticato.

1 Per approfondire: http://www.guardian.co.uk/world/2011/mar/01/libya-received-belarus-military-shipment

http://rt.com/news/cash-arms-gaddafi-belarus/ http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/8432996/Libya-Belarus-mercenary-paid-1900-a-month-to-help-Gaddafi-forces.html

*Giuliano Luongo collabora come analista per il progetto “Un Monde Libre” della Atlas Economic Research Foundation

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